Stretta finale per gli accordi di partenariato economico con l’Africa

Siamo nella fase finale dei negoziati sugli Accordi di partenariato economico (Epas) tra l’Unione Europea ed i Paesi Acp (Africa, Caraibi, Pacifico). Questi ultimi, nella maggioranza ex-colonie e Paesi tra i più poveri al mondo, alle soglie del XXI secolo si sono visti cambiare le condizioni che da quarant’anni regolavano le relazioni di cooperazione tra le due regioni. Dal 1 gennaio 2008 Paesi ACP dovranno aprire il loro mercati alle merci e ai servizi, nonché agli investimenti, provenienti dai Paesi europei con conseguenze devastanti sullo sviluppo socio economico di quelle regioni.

di Roberto Sensi CRBM/Manitese

Detto in altro modo, al posto di accordi commerciali preferenziali, l’Ue ha imposto la stipula di accordi di libero scambio che impegnano le parti in maniera “sostanzialmente” reciproca. Gli Epas sono inseriti nell’accordo di Cotonou, quello che ha ridisegnato l’architettura di cooperazione Ue-Acp, che prevede anche un pilastro per la cooperazione allo sviluppo, gli aiuti che i Paesi europei stanziano attraverso il Fondo europeo di sviluppo (Fes), il cui rinnovo avvene ogni cinque anni ed ha sempre coinciso con quello delle Convenzioni (prima Youndé, poi Lomé e adesso Cotonou) ed uno sul dialogo politico, leggi governance e diritti umani. Da mesi la campagna italiana “L’Africa non è in vendita!”, che coinvolge numerose sigle della società civile italiana impegnate da anni in un critica serrata al liberismo commerciale della Wto e della Unione europea, denuncia i costi immediati e gli impatti di lungo periodo che l’implementazione di questi accordi di libero scambio causeranno ai Paesi Acp. Numerosi studi hanno provato ad individuare i settori e a quantificare gli impatti degli accordi in questione. L’Uneca, la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa, ha stimato che a seguito dell’abbassamento dei dazi derivante dalla progressiva liberalizzazione commerciale, un Paese come la Nigeria perderà 427 milioni di euro in termini di gettito fiscale. E via a seguire con il Ghana, 193 milioni, il Cameroon, 149 milioni, ed il Kenya, 107 milioni. Per fornire un elemento comparativo, la perdita di gettito fiscale per l’Uganda equivarrà alla spesa annuale di quel Paese destinata all’istruzione. Il Commonwealth Secretariat ha stimato che nei primi cinque anni di implementazione degli accordi Epas i costi che i Paesi Acp dovranno sostenere, in termini di perdita di gettito fiscale, di posti di lavoro, di industrie costrette a chiudere dalla concorrenza europea, adeguamento delle proprie strutture produttive ed amministrative, saranno di 9,2 miliardi di dollari. Stiamo parlando di previsioni che non considerano naturalmente gli impatti sociali e ambientali delle liberalizzazioni e l’ipoteca che questi Paesi porranno su ogni possibilità di sviluppo autonomo futuro. Ma chi pagherà? I Paesi Acp hanno più volte chiesto, prima di firmare gli accordi, di risolvere la questione degli impatti e dei costi di implementazione attraverso la previsioni di uno stanziamento di fondi da includere negli accordi Epas. L’Ue dal canto suo ha seccamente rifiutato questa possibilità, affermando che gli Epas trattano di commercio e non di aiuti e che ai costi dell’implementazione ci penserà il decimo Fes, attualmente in corso di negoziato per quanto riguarda l’allocazione e i relativi meccanismi di stanziamento. Il Fes è un fondo intergovernativo il cui ammontare è frutto dello stanziamento di ogni singolo Paese membro e la cui gestione è affidata alla commissione europea, nello specifico la Commissione allo sviluppo guidata dal commissario Luis Michel. Nella definizione di questo decimo fondo di aiuti, l’Ue ha affermato più volte di voler tenere in forte considerazione la problematica dei costi relativa agli Epas, chiarendo che una parte significativa del suo ammontare sarà dedicata a programmi regionali e nazionali a sostegno dell’integrazione e dell’assistenza al commercio. [pagebreak] Di quanto sarà significativa questa quota, non ancora ufficializzata, ce ne ha dato un assaggio il responsabile della DG Sviluppo per l’area Pacifico, Francesco Affinito. In una mail inviata il 30 di luglio scorso ai ministri del commercio della regione, guarda caso riunitisi a Port Vila, Vanuatu, proprio per discutere di Epas, e resa pubblica da Oxfam Nuova Zelanda (il testo è disponibile su www.tradewatch.it), egli afferma che la programmazione regionale del decimo Fes dipenderà dall’esito dei negoziati Epas. Una frase sibillina che nel proseguo del messaggio viene chiarita, mettendo nero su bianco che se gli accordi Epas non si dovessero concludere entro i limiti stabiliti, è utile ricordare che l’inizio del decimo Fes coincide con la deadline fissata per questi stessi accordi, il primo gennaio 2008, i 95 milioni di euro stanziati per i programmi regionali verranno decurtati del 45%. Un taglio minore ma comunque consistente, del 26%, verrà effettuato se l’accordo Epas non conterrà misure relative alla liberalizzazione degli investimenti, dei servizi e a regole per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale. Il messaggio è chiaro: se volete i soldi dovete firmare gli Epas. A fronte di crescenti malumori nei confronti dell’aggressività negoziale europea da parte dei Paesi ACP, i negoziatori del vecchio continente pongono condizionalità sugli aiuti per “spingere” i Paesi ACP a firmare ciò che non vogliono proprio per la debolezza della loro attuale configurazione ad affrontare le questioni di sviluppo e i costi relativi. La reazione dei Paesi interessati non si è fatta attendere e con una lettera indirizzata al commissario Luis Michel, i ministri del commercio del pacifico hanno chiesto che l’Ue chiarisca la sua posizione, affermando di essere fortemente preoccupati che in un momento così delicato dei negoziati Epas essa imponga tali vincoli. Siamo ormai a un punto critico dei negoziati. Il penoso spettacolo di ricatti di stampo neocoloniale ci riserverà ancora sorprese, soprattutto se gli stessi Paesi Acp sapranno reggere la pressione e non cedere nella trappola europea fatta di aiuti, scarsi, e liberalizzazioni commerciali, ben più consistenti. È fondamentale che questi accordi non si concludano e vengano previsti tempi di transizione in modo da ridiscutere radicalmente il loro assetto, attraverso un maggior coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni contadine dei Paesi ACP e con l’obiettivo di ricondurli finalmente alla loro originaria dimensione di sviluppo. L’Africa non ha bisogno di più commercio internazionale e nemmeno di più aiuti se la condizione è l’apertura dei propri mercati. Ha bisogno semplicemente di regole economiche più giuste che gli Epas non le garantiranno. Per questo motivo è fondamentale che la società civile italiana ed europea ed Acp si mobiliti per fermare questi accordi. Una volta che entreranno in vigore sarà peggio per tutti.

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