Spiazzati dalla Fao. L’agenzia apre agli ogm – Ae 53

Numero 53, settembre 2004Il primo fu un pomodoro. A dieci anni dall'introduzione in agricoltura di prodotti geneticamente modificati il rapporto annuale 2004 si sbilancia sulle biotecnologie. PericolosamenteLa Fao semina zizzania. Il rapporto annuale che l'agenzia delle Nazioni Unite pubblica ogni…

Tratto da Altreconomia 53 — Agosto 2004

Numero 53, settembre 2004

Il primo fu un pomodoro. A dieci anni dall'introduzione in agricoltura di prodotti geneticamente modificati il rapporto annuale 2004 si sbilancia sulle biotecnologie. Pericolosamente


La
Fao semina zizzania. Il rapporto annuale che l'agenzia delle Nazioni Unite pubblica ogni anno sullo stato dell'agricoltura nel mondo (Sofa) ha raccolto tempesta (
www.fao.org/es/esa/en/pubs_sofa.htm). Oltre 1500 organizzazioni non governative e esponenti della società civile italiana ed internazionale che si occupano di agricoltura nei Paesi in via di sviluppo hanno spedito una lettera di protesta al direttore generale della Fao, Jacques Diouf, per dire a chiare lettere che il rapporto dedicato all'ingegneria genetica e al suo potenziale per combattere la fame nel mondo “è un pugno nella schiena dei contadini e dei poveri delle zone rurali che la Fao dice di aiutare”.

La scelta del tema di quest'anno è legata al decimo anniversario dell'introduzione per uso commerciale del primo ogm, il pomodoro Flavr Savr® della società Calgene (ora di proprietà della Monsanto), modificato geneticamente per ritardarne la marcescenza. Questo pomodoro transgenico è stato successivamente ritirato dal mercato, ma altri ogm si sono affermati e dalla metà degli anni '90 vengono coltivati in maniera estensiva.

Per una strana coincidenza, proprio a quegli anni risale anche la crescita di persone che soffrono la fame nel mondo: secondo la Fao oggi sono 842 milioni le persone in condizione di insicurezza alimentare. Con l'irrompere degli organismi transgenici sullo scenario alimentare, fame e ogm sono diventati un binomio, ed è proprio su questo legame che verte il rapporto.

Il problema, però, è che il documento è fortemente sbilanciato verso la promozione delle biotecnologie in campo agricolo, mentre si tacciono soluzioni alternative -bioecologiche e sostenibili- già esistenti (sul sito www.farmingsolutions.org sono raccolte numerose esperienze).

Il rapporto si dilunga, ad esempio, sui vantaggi del cotone Bt (che contiene il gene del batterio Bacillus thuringiensis) resistente agli insetti, grazie al quale i contadini avrebbero utilizzato meno pesticidi e avrebbero tratto grandi guadagni economici. Un'affermazione, che in realtà si basa solo su informazioni parziali e datate (1997-2001) di Cina, India, Messico, Argentina e Sud Africa. La ricerca “altra” è stata ignorata: il dossier non riporta i dati su scala di villaggio che evidenziano gravi perdite economiche, registrate invece da alcune indagini indipendenti (www.grain.org/research/btcotton.cfm) in collaborazione con i contadini nel corso del 2002.

Nel rapporto viene anche calcolato il mancato guadagno per i piccoli produttori di cotone di alcuni Paesi africani, come Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Mali e Senegal, per non coltivare le varietà transgeniche: le cifre indicate, però, sono state calcolate utilizzando come riferimento i prezzi più bassi del cotone.

Curiosamente, non si cita neppure il progetto che la Fao stessa sta finanziando in Mali dove, utilizzando tecnologia e know-how locale, i contadini hanno ridotto l'uso di pesticidi del 70% e incrementato il loro guadagno del 49%. !!pagebreak!!

Nel rapporto si ritorna a vecchi paradigmi, ovvero che la fame dipenda da carenze quantitative cui si debba rispondere con salti tecnologici, già sperimentati con la rivoluzione verde -lo sviluppo della produttività agricola nei Paesi in via di sviluppo attraverso innovazioni di tecnica agraria verso la metà degli anni '60 (vedi anche pagina 26 di questo numero)- che peraltro non ha risolto i problemi.

Dopo anni in cui si cominciava finalmente a parlare di diritto all'alimentazione, di sovranità alimentare, di accesso agli alimenti e alle risorse con cui produrli, l'enfasi posta dalla Fao sulla gene revolution è uno smacco per tutti coloro che stanno lavorando a sistemi alternativi e sostenibili: i governi -pur membri della Fao- che coraggiosamente resistono alle pressioni delle multinazionali, i centri di ricerca indipendenti dove alcuni scienziati hanno messo a punto nuove tecniche che si basano sulla partecipazione dal basso e le ong che promuovono metodi agro-ecologici, che mettono i diritti dei contadini al primo posto.

“Affermare che l'ingegneria genetica in campo agricolo è un beneficio per i poveri dei Paesi in via di sviluppo è pura retorica: i miliardi che le aziende private investono nella ricerca e nello sviluppo di ogm non sono spesi per filantropia. Le piante geneticamente modificate sono state progettate per soddisfare gli obiettivi di un ristretto gruppo di multinazionali che detengono tutta la filiera di coltivazione, dai semi ai pesticidi. Nessuna di queste si è messa a fare ricerca su ogm in grado di resistere alla siccità, ma hanno investito per la creazione di piante resistenti agli erbicidi. Senza acqua, come possono crescere anche le varietà geneticamente modificate? E come può il contadino dei Paesi poveri permettersi i semi coperti da brevetto dalle multinazionali?” dice Antonio Onorati presidente dell'ong Centro internazionale crocevia (www.croceviaterra.it)

Le biotecnologie non sono state sviluppate per aiutare i poveri e gli ogm non potranno sfamarli. “Gli ogm oggi coltivati non sono stati concepiti per rispondere al problema della fame, non producono più cibo, non costano meno e, soprattutto sono prevalentemente destinati a sfamare il bestiame più che gli uomini” aggiunge Luca Colombo dell'associazione scientifica e culturale Consiglio dei diritti genetici (www.consigliodirittigenetici.org).

“La produzione odierna di cibo nel mondo è tale da soddisfare l'attuale consumo umano. Ci troviamo in una situazione di fame in un mondo di abbondanza, cosa che rende chiaro come il problema dell'insicurezza alimentare debba essere ricondotto principalmente alle difficoltà di accesso agli alimenti, piuttosto che alla loro mera produzione”.

Gli ogm che oggi sono coltivati nei Paesi in via di sviluppo sono prevalentemente destinati al mercato estero e sono controllati dai grandi gruppi dell'agrobusiness internazionale. Le colture tradizionali come miglio, sorgo, tef, cassawa, che sono il cibo quotidiano dei più poveri non sono state finora di interesse alcuno per la ricerca biotecnologica.

Secondo la Fao, dunque, tra i Paesi ricchi e quelli poveri si sta creando un nuovo fossato, il genetic divide, e la soluzione che propone è un maggiore investimento nella ricerca biotecnologica verso le colture di base. !!pagebreak!!

“Ma questa non è una soluzione, anzi così si va verso un inevitabile oligopolio delle multinazionali sull'offerta di cibo nel mondo e i Paesi poveri saranno costretti ad accettare la legge dei brevetti, che indebolisce la loro capacità di combattere la fame” si legge nella lettera scritta dalle ong a Jacques Diouf.

Il rapporto accenna al fatto che l'ingegneria genetica in campo alimentare è in pugno a una manciata di multinazionali, ma non evidenzia quali sono le conseguenze per i contadini, che sono sempre meno liberi di sviluppare i propri sistemi di coltivazione. Utilizzando i semi geneticamente modificati, il coltivatore deve tenere conto di una nuova forma di controllo: le sementi non possono essere riutilizzate per un nuovo raccolto senza pagare le royalties, i diritti d'uso, alle aziende sementiere. Per impedire la pratica tradizionale della conservazione dei semi era stata sperimentata persino la tecnologia terminator (una manipolazione dei semi che li rende sterili). I semi terminator non sono poi stati commercializzati ma il rapporto perde un'occasione per esprimere una parola chiara di condanna.

Finora la Fao ed il suo direttore generale avevano sempre detto che gli ogm non erano necessari e che le priorità per combattere la fame erano altre.

Questa apertura alle biotecnologie arriva improvvisa, dopo anni di faticosi equilibrismi e secondo le ong essa ha tutto il sapore di una strategia di relazioni pubbliche con le multinazionali e con quei governi che spingono per la diffusione dell'ingegneria genetica in campo agricolo, quindi gli Stati Uniti, ma anche India, Cina, Argentina.

C'è da dire che il rapporto è stato curato dal dipartimento degli Affari Economici e non dai dipartimenti di Agricoltura o Sviluppo sostenibile: molte sono le voci fuori dal coro anche dentro gli uffici di palazzo, secondo le quali, con questo documento, la Fao si è spinta troppo oltre il seminato.!!pagebreak!!

Interessi e affari condizionano ricerca e risultati
Le biotecnologie agricole possono essere, secondo alcuni Stati e le agenzie multilaterali , la soluzione al problema della sicurezza alimentare e per questo sono oggetto di programmi di ricerca pubblica e sviluppo. La Banca mondiale, insieme alle principali industrie del settore, sta finanziando per esempio la ricerca per lo sviluppo di un tipo di patata dolce geneticamente modificata resistente ai parassiti in Kenya, e di una patata proteica in India.

I dati che sono contenuti nel rapporto della Fao provengono dal Consultative Group for International Agricultural Research (Cgiar) un gruppo che gestisce e sostiene economicamente una rete di 16 centri internazionali di ricerca agricola (www.cgiar.org). Si tratta quindi del più grande ente di ricerca pubblica, ma i principali donatori sono Fao e Banca mondiale, vari Paesi, primi fra tutti gli Usa, e tra i membri ci sono le fondazioni Ford, Rockefeller, Kellog e Sygenta. Per questo motivo, molti esponenti della società civile contestano l'imparzialità dei dati.

Il settore privato in effetti domina la scena: le prime dieci multinazionali del mondo spendono quasi tre miliardi di dollari all'anno in ricerca e sviluppo.

Brasile, Cina, India, che tra i Paesi in via di sviluppo hanno i programmi pubblici di ricerca agricoli più importanti spendono, a confronto, meno di mezzo miliardo di dollari a testa, e lo stesso Cgia, ha un budget annuale di appena 300 milioni.

Le organizzazioni non governative chiedono da tempo che la Fao guidi un nuovo orientamento della ricerca agricola, che sia fondata sulle conoscenze contadine e condotta secondo linee reali di partecipazione e che una linea di budget sia allocata all'agricoltura agroecologica.

 

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