Opinioni

Spending review, una strada in salita

Ridurre la spesa non può essere in alcun modo considerata la strada più breve per chiudere i bilanci, ne lo strumento per favorire la riduzione del carico fiscale. È piuttosto un intervento che rappresenta "una forma di riesame delle attività dello Stato", come ha spiegato l’ex ministro Piero Giarda, o una più generale riforma delle istituzioni. Un commento di Alessandro Volpi

Mettere in essere la “spending review” risulta una delle attività più difficili, e ha scoraggiato persino grandi esperti come Carlo Cottarelli e Roberto Perotti. Spesso accade infatti che i tagli definiti in sede di preparazione delle Leggi di stabilità subiscano una significativa riduzione quando dalle ipotesi si passa alla concretezza dei numeri, e allora diventa più semplice -e meno impopolare- fare appello ai margini di flessibilità sul deficit da sottoporre alla benevolenza europea. 
In realtà, nel corso degli ultimi anni, a partire dal 2011, la scure della revisione della spesa pubblica non ha mancato di agire presentando purtroppo i tratti dei "tagli lineari", che hanno assottigliato in maniera rilevante la possibilità di ulteriori interventi. 
Tra il 2015 e il 2016, secondo le stime del governo, la "spending review" è stata pari a circa 20 miliardi di euro, di cui 7,2 hanno colpito i ministeri, 2 hanno interessato le province, 1,2 i comuni e altri 2,3 proverrebbero dal minor aumento del fondo sanitario nazionale. Si tratta forse di dati non del tutto riconducibili all’attività di spending in senso stretto, ma certo lo sforzo di revisione della spesa c’è stato, così com’è indubbia la tendenza ad avvicinare il totale della stessa spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, a una percentuale non troppo lontana dal 40% del prodotto interno lordo.

Tutti coloro che si accingono a mettere mano ai conti pubblici soffrono non tanto i pur esistenti limiti imposti dalla politica ad azioni dure di dimagrimento sociale, quanto le difficoltà di declinare la spending review nei termini di una più generale riforma delle istituzioni, senza la quale i tagli risulteranno, sempre e comunque, lineari e quindi indigesti. 
Piero Giarda, profondo conoscitore delle dinamiche della finanza pubblica, lo ha spiegato bene in una recente intervista: ridurre la spesa non può essere in alcun modo considerata la strada più breve per chiudere i bilanci, ne lo strumento per favorire la riduzione del carico fiscale. Non può esserlo perché un reale abbattimento della spesa pubblica necessita di tempo e deve essere ricondotta ad una più generale visione delle amministrazioni che parta, in primo luogo, dalla definizione puntuale dei fabbisogni reali degli enti. È indispensabile abbandonare definitivamente il principio della spesa storica -per cui un ente ha bisogno di ciò che spendeva gli anni precedenti- per approdare a una fotografia precisa di ciò che veramente gli serve. Questo percorso è stato decisamente lento nel caso italiano ed è ancora ben lontano dall’essere compiutamente definito; peraltro la necessità che siano gli stessi enti oggetto della definizione della propria spesa a fornire i dati in merito ai fabbisogni rende un simile processo assai faticoso, e per molti versi viziato ab origine. La spending review, ha dichiarato Giarda, “è insomma una forma di riesame delle attività dello Stato, per adeguarle nei volumi, nei modi di produzione e nei prezzi per gli utenti”.

Non può essere quindi una mera manovra di matrice finanziaria, dettata dal bisogno urgente di trovare le coperture necessarie per la Legge di stabilità, e potrebbe anzi comportare, nella fase iniziale, nuovi investimenti, magari in tecnologie o nella formazione del personale in grado di realizzare la stima dei fabbisogni e poi, successivamente, la riduzione della spesa. 
Per le medesime ragioni, la spending review non può tradursi neppure nella revisione delle agevolazioni fiscali, così come vorrebbero le clausole di salvaguardia, perché ciò significherebbe attuare una riforma fondamentale -come quella del fisco- semplicemente attraverso meccanismi di dimagrimento contabile. In estrema sintesi, le difficoltà della revisione della spesa discendono dalla sostanziale inadeguatezza di molte articolazioni dell’amministrazione pubblica che avrebbero bisogno di una fase “costituente”, o forse più semplicemente ricostituente, che ne specifichi le competenze, i fabbisogni e le risorse; un’opera questa che non possono certo svolgere commissari ad acta, neppure della più alta qualità, perché si tratta di un compito in larghissima parte normativo e quindi -sarebbe auspicabile- parlamentare. 


* Alessandro volpi, Università di Pisa
 

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