Speciale Hong Kong – L’accordo che nessuno sa adempiere

Soprattutto sul versante Occidentale, tutti giurano di volere l’accordo a tutti i costi: per promuovere lo sviluppo e dimostrare la propria disponibilità ad aiutare i paesi poveri. Gli ultimi due giorni di negoziato procedono su un percorso sempre più stretto. La partita si gioca su diversi livelli: USA/UNIONE EUROPEA: ogni 2 ore l’UE dichiara la propria determinazione all’accordo, ma con 2 vincoli: non può fare ulteriori concessioni sull’agricoltura; le cui offerte hanno valore (e possono essere agganciate ad una data entro le quali effettuarle) solo se anche gli altri paesi (Usa) si muovono e se si trova l’ok (dei paesi del Sud) sulla liberalizzazione di prodotti industriali e servizi. Gli Usa denunciano l’offerta dell’UE troppo ridotta, sono indisponibili sul cotone.

Giorgio Dal Fiume

(l’elenco di tutte le news dello “Speciale Hong Kong” è qui)

AID FOR TRADE/SUSSIDI AGRICOLTURA DEL NORD/LIBERALIZZAZIONE MERCATO INDUSTRIALE E SERVIZI PER IL SUD: nell’impossibilità di procedere ad una vera liberalizzazione (fine sussidi agricoli in date certe) che stravolgerebbe le proprie politiche agricole, l’Occidente rilancia sulla beneficenza, gli “aiuti per lo sviluppo” (vedi report precedenti; anche l’Australia ha annunciato altri 4 milioni di $ pro “aid for trade”). Ma pone condizioni implicite ed esplicite. Quelle esplicite sono “violente”: gli aiuti arriveranno al Sud del mondo solo se qui i paesi sigleranno l’accordo per l’estensione delle regole del WTO (liberalizzazione) ai prodotti agricoli ed ai servizi. Quello implicito è indegno: parte dei soldi promessi non sono ancora stati stanziati da UE e Usa (e quindi sono promesse che i rispettivi parlamenti potranno mettere in discussione) e parte dei soldi erano già stati promessi in passato (p. es. al G8 scozzese del luglio 2005), o che si sospetta verranno dalle quote che ogni paese dovrebbe destinare alla cooperazione internazionale.

Fin qui nulla di nuovo: UE e USA si presentano ai media ed al mondo come i paesi che stanno compiendo i maggiori sacrifici per favorire la giustizia economica ed i paesi poveri, e ai paesi del Sud – in cambio del mantenere al Nord la possibilità di proteggersi – chiedono concessioni immediate e concrete (cessare le misure a protezione delle proprie economie sui prodotti industriali e servizi) che avranno grande impatto sulle loro società.

LA GRANDE NOVITA’: GREEN ROOM/G90/G20. queste sigle nascondono l’evento potenzialmente nuovo della politica mondiale. A fianco della sbandierata democrazia del WTO una-nazione-un-voto, le negoziazioni che predeterminano gli accordi e testano le proposte avvengono nella “stanza verde”, dove ognuno può invitare chi vuole ad un confronto riservato, e va da sé che è sempre stata usata dai paesi forti per contrattare in separata sede, presentare in plenaria i giochi già fatti come pressione per accettarli, premere sui paesi riottosi tramite promesse e minacce. Nella conferenza precedente a Cancùn a ciò si è associata l’aggregarsi dei paesi poveri in “cartelli” finalizzati a far valere maggiormente le proprie proposte e peso: i G20 aggregano i “paesi emergenti” (guidati da India, Brasile, Sudafrica), mentre i G90 i paesi più poveri, ma spesso gli obiettivi erano differenti e mai si era raggiunta coesione. La grande novità a Hong Kong è che G20 e G90 si sono già incontrati due volte (non era mai successo) e ieri i Ministri degli Esteri  di India e Brasile hanno parlato a nome di entrambi i gruppi, dicendosi risoluti a non mollare sulla definizione di date certe per lo stop ai sussidi agricoli (l’India ha anche fatto una dichiarazione ufficiale a sostegno della questione del cotone sollevata dai paesi africani.

 Messo così il negoziato appare di difficile soluzione. Ma pressioni, promesse, spaccature di alleanze e smentite di quanto dichiarato, impegni futuri, beneficenza e il peso della responsabilità (o del merito) di dire NO, hanno fatto e possono fare miracoli,  e c’è da aspettarsi che nei prossimi giorni molto si giocherà nell’equilibrio tra date future, rimandi a prossimi incontri, quattrini messi a disposizione, il mantenere fede agli impegni presi (per esempio dai paesi cotonieri a non firmare accordi che non risolvano la questione). Il nostro augurio è che sarebbe meglio, anche tramite lo “scandalo” dell’ennesimo non-accordo, che l’impossibilità di accordi equi emergesse in piena visibilità rendendo evidente l’ipocrisia di cui si nutre il modello neoliberale che vorrebbe portare a competere con regole uguali il piccolo produttore di materie prime del Sud con la transnazionale di turno (“vinca il migliore!”), stati che praticano protezionismo e dumping e stati che devono aprire oggi le proprie economie agli investimenti esteri. Ed una concezione dello sviluppo e dell’economia dove conta solo l’import/export. Forse – ma non ci facciamo illusioni – solo allora emergerà che prima di rivendicare regole e tribunali internazionali per permettere alla Deutsche Bank o alla Nestlè di investire dove vogliono, i bisogni globali veri sono altri. Quelli dei 40 milioni di ammalati di Aids, dei 100 e passa milioni che coltivano caffè, cacao, banane, cotone, degli 800 milioni che vivono con un dollaro al giorno, dei 2 miliardi che vivono in ambito rurale.

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