Speciale Hong Kong – I Paesi del Sud alla sfida di Hong Kong

E’ una sfida combattuta e difficile e, se vogliamo, ed assume la sembianze di un’enorme battaglia navale. G20, G33, G90 cifre e lettere che ricordano fogli a  quadretti e navi affondate, ma che in realta’ riportano alle carte secretate del Convention Centre e al possibile affondamento del Doha

Development Round. Le parole sono chiare, forse troppo, in un momento febbrile in cui sembra che ogni cosa cambi di momento in momento, i primi accenni si hanno gia’ alla prima  giornata di consultazioni, quando durante la sessione gnerale sul cotone gia’ India e Brasile dichiarano di essere assolutamente in linea con i paesi produttori africano che oramai da anni, gia’ da prima di Cancun, chiedono un intervento risolutivo sul problema del mercato delle commodities.

Alberto Zoratti – Tradewatch

Monica Di Sisto – Ffair/Tradewatch

(l’elenco di tutte le news dello “Speciale Hong Kong” è qui)

Non e’ bastato un fallimento sotto il sole messicano, neanche un accordo trovato a Ginevra nel luglio del 2004 cinematograficamente chiamato July Package per mettere mano alla questione delle sovvenzioni all’esportazione (oramai Export competition, benedetto inglese), dei sostegni interni, dell’apertura dei mercati alle commodities e della stabilizzazione dei prezzi.

Addirittura la proposta contenuta nel dossier cotone non ha smosso una foglia, anzi, verrebbe da dire una banconota. Le grandi manovre di oggi stanno cominciando a dimostrare che la miope

politica di Stati Uniti ed Unione Europea, sempre piu’ all’angolo sia sulla questione agricola che sui servizi, sta dall’altra parte portando ad un forte compattamento dei paesi del Sud del mondo. Eterogenei, visto che stiamo parlando di Paesi oramai potenze globali come la Cina, il Brasile e l’India, ma anche Least Developed Countries come i paesi africani o gli stessi paesi Africa-Caraibi-Pacifico. Ma compatti a dimostrare che i trade-off che si svolgono al chiuso delle green room non possono prescindere da loro.

“Non permetteremo di farci marginalizzare” chiarisce il Ministro all’Agroindustria delle Isole Mauritius Mr. Boolell durante la conferenza stampa, molto affollata, dei paesi ACP su cotone, zucchero e banane. “Non potremo garantire alcun consenso se non saranno considerate le nostre istanze”.

Una posizione chiaramente condivisa da Akbolgan Fatiou, Ministro all’Agricoltura del Benin, uno dei principali paesi dell’Africa Occidentale coinvolti nella produzione del cotone.

Per un caso del destino alla conferenza ACP e’ seguita immediatamente la conferenza stampa della delegazione americana. Rob Portman, ambasciatore e grande burattinaio del negoziato, assente. Presenti alcuni componenti della delegazione, aria sicura profilo American Lies. L’unica certezza (certezza?) e’ l’apertura del mercato statunitense al cotone africano, ma i rappresentanti delle reti di produttori rilanciano, primo fra tutti Francois Traore’. Ma i sussidi all’esportazione?

“Siamo ovviamente d’accordo nell’eliminarli”.

Quando e come? Domanda sbagliata.

A domanda sbagliata pero’ rispondono a piena voce il G20 affiancato dal G90.

“Noi siamo uniti per lo sviluppo. Questo è un momento storico, ben 110 Paesi Membri del Wto su 149 si mettono insieme per tutelare gli interessi comuni.

E’ un atto molto concreto, non qualcosa di vanamente retorico”. Queste dalle parole del ministro del Commercio del Brasile, Celso Amorim. Il ministro indiano è stato altrettanto netto. “Fuori dalle green room i Paesi ricchi parlano di sviluppo, dentro poi cercano di fare solo i loro interessi”, ha affermato Kamal Nath. Difficile pensare che queste manovre non porteranno da nessuna parte.

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