Speciale Hong Kong – Cosa il commercio equo può insegnare al Wto

A meta’ Conferenza e’ possibile fare una prima valutazione della partecipazione del commercio equo. Gli aspetti positivi sono evidenti: il fatto stesso di essere qui, con un documento delle reti mondiali del Fair Trade, e che vi siano una quarantina di produttori che partecipano alla Fiera, e’ un fatto a suo modo storico, e le organizzazioni (Ctm altromercato, Roba, Artisans du Monde) che hanno molto spinto per cio’ (superando perplessita’ e resistenze) possono esserne fiere.

I seminari organizzati sono frequentati, e non c’e’ dubbio che si e’ guadagnata visibilita’ e identita’.

Giorgio Dal Fiume

(l’elenco di tutte le news dello “Speciale Hong Kong” è qui)

In particolare IFAT, la federazione mondiale delle organizzazioni Fair Trade, ci sembra abbia fatto un triplo passo in avanti: a) maggior riconoscimento verso le istituzioni; b) verso i propri membri, (non avvezzi a frequentare questi eventi): c) affermando (pur con dei limiti, vedi oltre) il ruolo politico che le organizzazioni Fair Trade devono avere, differenziandosi da organismi tecnici del commercio equo quali Flo o Transfair (qui assenti). Inoltre la sfilata di moda del commercio equo di ieri e’ stata un successo; lo ammetto con difficolta’ dato che a mio avviso lo “strumento” ed il contesto e’ quanto di piu’ lontano ci possa essere da stile e valori del Fair Trade.

Ma c’era effettivamente un sacco (centinaia) di gente, molti giornalisti, fotografi, televisioni, e ad aprire e chiudere la sfilata e’ stato il Ministro dell’Industria e Commercio dell’India (cioe’ uno dei principali attori del WTO) che si e’ impegnato ad un dialogo con le organizzazioni Fair Trade indiane; e molte modelle portavano cartelli con slogan che presentavano in modo significativo le problematiche sociali e ambientali del cotone, ed il valore del commercio equo: non male (anche se mi chiedo cosa avranno pensato molti produttori vestiti in abito tradizionale, alcune col velo, a vedere modelle mostrare mutande griffate “make poverty history”…). Sfilata a parte, quanto detto coglie il senso della partecipazione a questa conferenza, che – come credo sia realistico per tutte le Ong – non si poneva l’obiettivo di incidere sui negoziati, ma di fare informazione nei propri paesi, di aumentare la consapevolezza interna al movimento, di dare maggiore visibilta’ a se’ ed ai propri contenuti, e a quella parte di societa’ civile che non si identifica con la politica istituzionale o dei governi. A cio’ noi aggiungiamo quelli che erano i nostri obiettivi specifici: 1) rafforzare il profilo politico del commercio equo, finora (non in Italia) insufficiente; 2) orientare il lavoro di advocacy-lobby non solo sulla relazione con le istituzioni e la predisposizione di documenti. Rispetto a questi obiettivi, sono – tenendo conto “da dove veniamo”, e che qui sono presenti solo 3 importatori europei – soddisfatto. Ma anche consapevole dei limiti politici e culturali espressi dal nostro movimento.

La fiera ed il Symposium di conferenze e seminari e’ molto stile “anglosassone”: patinata, incentrata sul dialogo con le istituzioni, concentrata sul nostro specifico e poco sul ragionare sul ruolo del WTO. Emerge forte la mancanza di collegamenti sia con quanto avviene dentro il WTO, sia con quello che pensano/fanno le Ong presenti, sia il non interesse a confrontarsi o intrecciarsi con altri network qui presenti (movimenti contadini, sindacati…), che a mio avviso costituisce uno degli aspetti piu’ interessanti delle conferenze internazionali (Forum Sociali compresi). Inoltre avvertiamo il rischio che le sacrosante critiche e proposte rivolte al WTO vadano in un senso che in fin dei conti ne conferma la “cultura”: la soluzione della poverta’ e del sottosviluppo e’ costituita dall’ “accesso al mercato”. Accesso ai mercati: questo termine al WTO e’ la chiave di volta di tutti i discorsi, e sembra esserlo anche per il commercio equo. E’ un termine presente nella definizione internazionale del Fair Trade, quindi del tutto legittimo anche per noi, ma… non autosufficiente.

Ce lo ha ricordato Wolfgang Sachs al seminario “Lessons from Fair Trade to policy makers”, l’unico che ha cercato di svolgere in modo adeguato il tema. Cos’ha da insegnare “alla politica” il commercio equo? Che e’ illusorio e sbagliato pensare che si possa alleviare la poverta’ tramite una crescita economica generalizzata: occorre lavorare per la redistribuzione delle risorse, per regole sui diritti umani e ambientali, e non delegare al mercato la “diffusione del benessere” bensi’ coinvolgersi direttamente nella relazione con i poveri e gli eslcusi. Che mentre il WTO pone al centro la “competitivita”, interpretando il mondo come un mercato globale rispetto al quale occorre garantire liberta’ per tutti di fare business (tale aspetto benche’ contraddetto dalla pratica e’ sempre confermato come obiettivo finale da tutti i leaders), per il Fair Trade al centro vi sono i produttori, e la necessita’ di includere nei costi dei prodotti anche quelli sociali e ambientali, e limitare la competivita’ tramite accordi e negoziazioni condivise che non pongano al centro solo il valore economico delle merci/servizi. Che laddove “competivita’ significa “prezzi bassi” e quindi l’avere come riferimento sovrano “la libera scelta dei consumatori”, il commercio equo sottolinea invece che la qualita’ di un prodotto e’ definita dai valori/impatti inclusi nel proprio processo produttivo.

Il commercio equo solidale e’ e fa questo: e’ processo e partnership, prima che prodotti; e’ accesso al mercato per piccoli e marginali produttori, ma non a tutti i costi e valorizzando comunque il processo che ha portato quei produttori/prodotti sul mercato; e’ business, ma e’ anche quella cultura del consumo critico e di modifica delle regole commerciali globali senza le quali gli obiettivi di cambiamento sociale che il Fair Trade persegue non sono ottenibili. Ecco quali sono a nostro avviso le lezioni che il commercio equo deve continuare a dare a se’ stesso. Come Ctm altromercato al rientro da Hong Kong porteremo a tutti i livelli delle reti del commercio equo queste valutazioni.

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