Speciale Hong Kong – Benvenuti nel grande mercato globale

Quando Francois Traore’, Presidente dell’Unione nazionale dei produttori di cotone del Burkina Faso, si alzo’ per dirigersi al microfono, si era oramai quasi alla fine della conferenza stampa degli Stati Uniti. Teatro 1 del Convention Centre di Hong Kong, la delegazione Usa si e’ presentata a ranghi ridotti per l’assenza dell’ambasciatore Rob “American Lies” Portman, non disponibile perche’ impegnato in un incontro al vertice. Comando assunto quindi dalla vice rappresentante al commercio Susan Schwab, seria, gentile, pragmatica.

Monica Di Sisto e Alberto Zoratti

E’ il giorno della crisi, i registi ed i produttori della grande sceneggiata si trovavano di fronte al dubbio se concludere i sei giorni con un happy end o con una tragedia greca. Nessun accordo su nulla, l’unica ventata di ottimismo per i sostenitori dell’happy end arrivo’ proprio per bocca del tenente Schwab “c’e’ sempre una fase sofferente. Gran parte degli affari si concludono nelle ultime 48 ore”. Sara’ per quello che Traore’ decise di prendere la parola. Dopo le promesse di anni, dopo le risoluzioni non risolutive, la questione cotone andava presa di punta, sia mai che nelle 48 ore successive non la considerassero degna di far parte di quegli affari che vanno conclusi.

A volte bisogna saper essere stringati negli interventi e Francois Traore’ lo fu; viene da dire che l’argomento da trattare risultava quasi scontato, conoscendo la persona, e soprattutto risultava opportuno vista la capacita’ dell’elegante delegazione statunitense di evitare l’argomento.

Focus sul cotone e dito puntato sulla politica di sussidi statunitense.  Le risposte non furono altrettanto coincise, se la retorica e’ arte gli Stati Uniti ne sono il Caravaggio, ma il tentativo di mettere una toppa sulla falla aperta da Traore’ in un modo o nell’altro riusci’.

Non subito o, meglio, nessuno ne ebbe percezione immediata. Si dovette aspettare l’approvazione del documento WT/MIN(05)/W/3/Rev.2, chiamata da noi esseri mortali Dichiarazione Finale, che in un tripudio di applausi e di sorrisi paludati fu approvata dichiarando (appunto) chiusa la Sesta Ministeriale della Wto.

La pagina e’ la numero 3, i punti l’11 e il 12: tutte le forme di sussidio all’esportazione saranno eliminate entro il 2006, i Paesi Sviluppati assicureranno a cominciare dal periodo di implementazione l’apertura totale dei mercati alle importazioni di cotone dei Least Developed Countries (LDCs, i Paesi poveri tra i poveri). Quarantaquattro righe ad indicare di voler risolvere un problema lasciato intonso da ventisette mesi, volendo essere clementi e guardando a Cancun come momento di consapevolezza generale sul caso cotone.

Se per un miracolo del destino Traore’ avesse conosciuto in anticipo i contenuti della Dichiarazione Finale, forse la serata non si sarebbe conclusa con un semplice ThankYou.

Intanto perche’ l’impatto dei sussidi sul mercato del cotone e’ molto maggiore per i sussidi interni, per i quali c’e’ un impegno di riduzione senza una data, piuttosto che per i sussidi all’esportazione per i quali si parla di taglio entro il 2006. Poi perche’ i Paesi Africani non esportano cotone negli Stati Uniti e quindi le tariffe a dazio zero diventano assolutamente irrilevanti. Per ultimo perche’ l’impegno assunto dagli Usa di procedere all’eliminazione del programma di sovvenzioni Step 2 riguarda un quota di sussidi che varia dai 177 ai 300 milioni di dollari su un ammontare totale di oltre 4,2 miliardi di dollari per il 2005.

Non male, per una questione che ha mosso Think-Thank internazionali, che ha fatto parlare la sempiterna muta Fao, che ha fatto lanciare campagne di pressione e di mobilitazione. E che ha addirittura scomodato il DSB, il Tribunale della Wto, nel condannare i sussidi sul cotone degli Stati Uniti come illegali.

Celso Amorim, l’oramai famoso Ministro degli Esteri brasiliano dopotutto lo aveva annunciato: “Saremo a fianco dei Paesi africani produttori di cotone, perche’ mettere mano a questo problema e’ una questione di diritto”. Ed infatti il Brasile, come del resto l’India e tutto il rimanente del G20,

hanno mollato al loro destino gli africani ed i loro fiocchi di cotone. Ma dopotutto, quando si hanno avanzamenti verso la liberalizzazione dei servizi, quando si riesce a trovare un accordo sul taglio delle tariffe sui prodotti industriali (NAMA) magari con una formula drastica, quando addirittura si mettono in discussione i sussidi all’export agricolo a partire al 2013, ma perche’ mai rovinare la festa: meglio un consenso generale al documento, lasciando a Cuba e al Venezuela la liberta’ di porre riserve. E’ bastato giusto questo per far sudare in maniera un po’ piu’ evidente un gia’ frettoloso John Tsang, presidente della conferenza.

Per il resto business is business. E se Hong Kong e’ diventata quello che e’, insomma, che anche Bamako si dia da fare per entrare nel grande circo mondiale, no?

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