Si discute dell’accordo tra Ctm e Banca Prossima


Alcune realtà toscane del commercio equo e solidale scrivono una lettera aperta al consorzio Ctm Altromercato. Il motivo è la convenzione tra la più grande centrale italiana d’importazione del commercio equo e Banca Prossima, la banca del gruppo Intesa-Sanpaolo rivolta al mondo del no-profit.

Pubblichiamo la lettera, il cui primo firmatario è Don Alessandro Santoro, prete delle Piagge, a Firenze, e la risposta del consiglio d’amministrazione di Ctm.
(potete inviae i vostri commenti scrivendo a redazione@altreconomia.it) Il primo commento (Nicola Furini, dell’associazione Graces) è qui



Siamo una piccola realtà che si occupa di commercio equo e di economie solidali. Da anni siamo appassionati volontari di questo mondo che abbiamo sempre creduto poter essere un impegno “politico” per riuscire, partendo dal basso, a cambiare le regole del gioco del perverso sistema economico e finanziario che ci attanaglia tutti. Abbiamo seguito e accompagnato il percorso di crescita e di sviluppo delle centrali di importazione del commercio equo e solidale, abbiamo criticato e sofferto per la scelta che alcune delle centrali hanno fatto, voi compresi, di inserirsi dentro la grande distribuzione…abbiamo sempre cercato di mantenere alto il dibattito, il confronto per evitare alcune derive pericolose. A questa preoccupazione ora si aggiunge la vostra scelta di convenzionarvi con Banca Prossima, la banca “no-profit” (si fa per dire) del gruppo Intesa-San Paolo . 

Abbiamo letto con attenzione l’intevento di Giorgio Dal Fiume su Altreconomia di novembre scorso, abbiamo lasciato passare il Natale per non inquinare un periodo così importante per la sopravvivenza delle tante realtà del CES, abbiamo provato a riflettere tra di noi, ma più il tempo passa più ci lascia interdetti e perplessi il senso di questa operazione e la palese contraddizione che ci sta dietro.

Riteniamo che non ci sia ragione alcune per costruire rapporti finanziari con il gruppo Intesa-San Paolo e vorremmo qui enunciarne i motivi:

1. Il gruppo Intesa-San Paolo è una banca armata (la seconda in Italia) e già nel 2004 si era impegnato ad uscire dalla lista delle bamche armate, ma così non è avvenuto…vista la fusione con San Paolo.

Nel 2007 l’ennesima promessa e un nuovo impegno ma già sappiamo (su loro ammissione) che nell’elenco delle banche armate del 2008 (che fa riferimento all’anno 2007) loro ci saranno.

2. Il gruppo finanzia le maggiori e peggiori multinazionali del mondo, ha finanziato progetti devastanti che hanno provocato migliaia di morti e disastri eco-sociali come il gasdotto Comisea in Perù, l’oleodotto OUP in Ecuador l’oleodotto BTC nel Caspio.

3. Banca Intesa-San Paolo è dentro un sistema finanziario globale che inevitabilmente sottopone le aziende a pressioni sempre più forti per massimizzare i profitti a scapito dei lavoratori, dell’ambiente e delle comunità locali.



A noi questi sembrano motivi più che sufficienti per dover evitare qualsiasi tipo di accordo con questo gruppo e per non credere alla “favola” continuamente riproposta di cercare di contaminare il sistema finanziario.

CTM dice che questo accordo serve per permettere alle botteghe di capitalizzare, di finanziarsi e così riuscire a reggere e a sopravvivere… La nostra bottega e la nostra realtà che vive le difficoltà e la “crisi” di tutti, non vuole mortificare il suo “intento politico” utilizzando questo accordo.

Crediamo che ognuna delle botteghe debba e possa trovare modalità alternative più autodirette (vedi azionariato popolare, ricapitalizzazione con i soci etc.) per ridare vitalità al proprio lavoro e crediamo che debbano essere disponibili a “decrescere” e “ridursi” continuando comunque ad essere spina nel fianco dentro a questo sistema infernale.

Anche a livello finanziario esempi ce ne sono quali il circuito MAG in tutte le sue sfaccettature, la nostra esperienza di microcredito e di finanza critica alle Piagge etc… A quelle dobbiamo guardare e con queste realtà concrete dobbiamo essere capaci di costruire un modello altro di riferimento.

Con questa lettera speriamo di poter aprire un confronto serrato e serio con voi…ci attendiamo risposte diverse da quelle che finora abbiamo letto, che non ci hanno per niente convinto e che riteniamo insoddisfacenti… Nel frattempo come piccole botteghe e realtà di economie solidali decidiamo di “sospendere” il rapporto con la vostra centrale riguardo agli ordini e agli acquisti, e se questa situazione dovesse perdurare e nulla cambiasse avvieremmo una campagna nazionale coinvolgendo anche le altre botteghe e realtà del CES e delle economie solidali e ci troveremo costretti a rinunciare definitivamente ai vostri prodotti e a qualsiasi rapporto commerciale e politico con la vostra centrale.

Grazie per averci ascoltato …attendiamo con fiducia



Alessandro Santoro – prete delle Piagge

Coop. Equazione – bottega delle economie solidali – Le Piagge – Firenze

Coop. Zenzero – Firenze

Coop. Hakuna Shida – Firenze

G.A.S.P. (Gruppo d’Acquisto Solidale delle Piagge) – Firenze

Associazione Tatawelo–Firenze

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Gentili autori della “Lettera aperta a Ctm altromercato”, vi ringraziamo dell’attenzione che ci avete dedicato scrivendoci.



La prima cosa che ci teniamo a dirvi è che questa risposta, più che ribattere alle vostre argomentazioni punto per punto, vuole contribuire alla discussione che ci pare si sia aperta sulle questioni sollevate dalla vostra lettera, in particolare la questione del finanziamento delle attività delle botteghe del mondo. Una discussione che ci pare fondamentale, perché strettamente legata al ruolo futuro delle botteghe stesse all’interno del sempre più vasto scenario del commercio equo e solidale, e soprattutto necessaria alla luce delle decisioni critiche da prendere in questi e nei prossimi mesi. Desideriamo inoltre precisare che, coerentemente con la natura democratica del nostro movimento, la convenzione con Banca Prossima sarà sottoposta a ratifica nel corso dell’assemblea soci di Ctm altromercato di giugno c.a.. Come per tutte le decisioni importanti, saranno quindi i soci a stabilire se la strada che abbiamo indicato è quella che il Consorzio intende percorrere.



Tornando alla vostra lettera, vorremmo innanzitutto rassicurarvi che, come voi, anche noi, nel nostro ruolo di Cda del Consorzio Ctm altromercato, proveniamo da anni di volontariato e rappresentiamo delle cooperative ed associazioni di commercio equo e solidale che si impegnano “dal basso”, con grande passione, nel cambiare i meccanismi di ingiustizia presenti negli scambi economici tra i paesi del Nord e del Sud del mondo e nel costruire un’economia più giusta.

Se dunque ci accomunano strettamente le origini, i valori e gli obiettivi del nostro agire quotidiano, sembra che tra noi e voi ci siano invece delle differenze non piccole e delle sensibilità diverse circa il ruolo e le prospettive future del commercio equo e dell’economia solidale in generale.

A tal proposito permetteteci di fare un rapido riassunto, importante per chiarire la nostra posizione. Il Consorzio Ctm Altromercato, grazie al contributo di migliaia di volontari, in questi oltre 20 anni di vita ha costruito una storia per molti versi unica: da piccolo fenomeno, fatto di tante realtà spontanee che volevano testimoniare i valori di giustizia e dignità attraverso un consumo attento e consapevole, è diventato oggi un sistema in cui sono presenti vere e proprie imprese sociali, in grado di operare a pieno titolo nell’economia del nostro paese. Tra lo stupore di molti, il Consorzio Ctm altromercato, la centrale e le botteghe, si confronta oggi con il mercato e opera fianco a fianco con molte imprese commerciali e della distribuzione organizzata, pur rimanendo fermi i principi per i quali è nato: l’assenza di scopo di lucro, la lotta alla povertà attraverso il sostegno ai piccoli produttori marginali del sud del mondo, la sensibilizzazione al consumo consapevole ed alle iniquità del sistema commerciale tradizionale.

Oggi Ctm altromercato è, e lo diciamo con grande orgoglio, una rete di economia solidale in grado di perseguire i suoi scopi intrecciando il lavoro retribuito di oltre 450 persone con l’apporto gratuito di migliaia di volontari e di soci, che insieme generano un’economia giusta di 60 milioni di euro all’anno, un fatturato pari a quello di molte aziende della produzione e della distribuzione commerciale convenzionale.



Veniamo ora al punto della questione: il sistema di imprese sociali che abbiamo creato in questi anni, basato prevalentemente sul tempo liberamente dedicato dalle persone, dal punto di vista finanziario è retto attraverso l’impegno personale di molti soci, persone che con i loro risparmi hanno permesso di far nascere e crescere la rete consortile, permettendoci di arrivare al livello attuale. Purtroppo, però, l’impegno finanziario di coloro che ci sostengono, per quanto meritorio e indice di genuina passione civile, oggi non è più sufficiente a far fronte alle esigenze di molte associate. Con dimensioni orami non più piccole, nella questione della sostenibilità del Consorzio è centrale ed ineludibile il problema finanziario, ossia del reperimento delle risorse necessarie a far fronte simultaneamente ai diversi impegni: il prefinanziamento ai produttori, il pagamento dei costi del personale, le spese di affitto, i tempi di incasso delle vendite dei prodotti, ecc.

Per quanto la rete sia costantemente impegnata nel raccogliere capitale sociale e prestito dei soci è a noi chiaro come la dimensione di molte realtà cooperative, che muovono centinaia di migliaia di euro, non possa reggersi esclusivamente sul rischio personale dei soci, in particolar modo in una situazione così difficile per tante famiglie italiane, per le quali anche poche centinaia di euro possono fare la differenza nel bilancio di fine mese.



E qui veniamo al bivio, alla decisione critica da prendere: trovare il modo di creare rapporti economico-finanziari con soggetti diversi e sostenere i bisogni operativi di un commercio equo e solidale che vuole cambiare l’economia del nostro paese, oppure prendere atto che l’utopia per cui molte persone si sono impegnate ha raggiunto il suo limite e non è possibile andare oltre, attuando una decrescita spontanea, riducendo l’economia solidale ad una pura testimonianza di valori, un po’ come agli albori.

Ci pare che voi sosteniate la seconda strada, mentre noi, con tutti i limiti e le contraddizioni possibili, ma coerenti con la nostra storia, stiamo disperatamente cercando di non abbandonare l’utopia che per tanti anni abbiamo reso concreta. La ricerca di nuovi fonti di accesso al credito finanziario è mossa dalla stessa volontà che ci ha portato a realizzare accordi con la grande distribuzione dieci anni fa, decisione difficile, come da voi ricordato, senza la quale tuttavia oggi probabilmente le botteghe del mondo avrebbero un ruolo di mera rappresentanza, di piccolo simbolo di economia solidale, e come avviene in quasi tutti gli altri paesi europei, la grande distribuzione stessa avrebbe assunto il ruolo di guida del fenomeno del consumo critico. La stessa volontà che, vale la pena ricordarlo, perché spesso ci si ferma a banche e distribuzione, ma si trascura il resto, ci ha portato a collaborare con tante realtà dell’economia tradizionale, nella trasformazione dei prodotti, nella loro lavorazione, nel trasporto dei prodotti finiti, nella comunicazione, nell’amministrazione, nell’informatica. Senza queste relazioni non sarebbe stato possibile raggiungere il successo di pubblico attuale, l’interesse verso il commercio equo delle organizzazioni e delle botteghe, il livello di qualità dei nostri prodotti, la realizzazione di numerosi progetti di autosviluppo presso i produttori del sud del mondo. Relazioni che ci hanno permesso di

accreditare nel nostro paese l’economia gestita con altri valori rispetto al profitto, che hanno aperto la strada ad altre esperienze innovative nel nostro mondo, e che in qualche caso hanno dato vita a sinergie con piccole e medie imprese italiane, sorprese dalla forza dei nostri progetti ed appassionate con un interesse che va ben oltre quello strettamente economico o di marketing.



Il problema del sostegno del sistema Consorzio ha raggiunto una dimensione in cui c’è bisogno di notevoli risorse: crescono, per fortuna, gli importi che la Centrale paga ai produttori, secondo la regola del prefinanziamento anticipato, e quindi con molti mesi in anticipo rispetto alla riscossione per la vendita, e crescono gli investimenti delle botteghe del mondo per sostenere il loro sviluppo quale alternativa alla distribuzione commerciale, in particolare alla Gdo. In questa situazione, fatta eccezione per Banca Etica e per le raccolte di risparmio e di capitale dei soci, non ci sono alternative sufficienti al sistema finanziario tradizionale. Ci dispiace molto, ma è così. E del resto molte botteghe del mondo già oggi sono costrette a relazionarsi con banche tradizionali, chiedendo prestiti, anticipazioni e fidi

di cassa.



In questo quadro, come detto cruciale, Banca Prossima si è offerta di costruire una convenzione con il Consorzio a favore delle botteghe socie. Come tutti sanno, Banca Prossima è di proprietà del gruppo Intesa-San Paolo, anche se la gestione è separata. La raccolta di capitale e gli impieghi sono dedicati al mondo del no profit. E’ noto come il gruppo Intesa San Paolo fosse una banca armata e come da metà del 2007 abbia dichiarato di sospendere la partecipazione a operazioni finanziare che riguardino il commercio e la produzione di armi. Nel 2007 il gruppo è ancora presente nell’elenco, essendo la

sospensione operativa da giugno. Voi affermate che Intesa San Paolo finanzia le peggiori multinazionali del mondo. A noi pare che il fatto di attingere fondi da Banca Prossima, una banca che raccoglie le risorse da impiegare da organizzazioni del terzo settore, tra cui Caritas italiana, Legacoop sociali,

Consorzio Cgm, Anfas e molte altre Onlus sia un passo avanti circa l’impiego delle risorse con le quali si finanzia il commercio equo. Se ci si relaziona con un soggetto simile si riducono le risorse destinate all’economia delle multinazionali piuttosto che incrementarle, come invece potrebbe succedere nella situazione attuale, in cui molti soldi del commercio equo vanno ad alimentare conti di banche italiane tradizionali.



Ultima vostra osservazione: Banca Intesa è dentro il sistema globale, che massimizza profitti a danno di lavoratori, ambiente e comunità locali. Osservazione giustissima. Gran parte del nostro mondo è parte di questo sistema. E nessuno di noi può probabilmente affermare di esserne immune. Da tempo il Consorzio ha scelto di accettare la sfida, di non essere solo una testimonianza simbolica, ma di agire nella nostra comunità per operare un cambiamento positivo, commisurando di volta in volta i passi avanti che si possono ottenere con i compromessi che a volte sono necessari e senza i quali il cambiamento non è possibile. Come riportato nella prefazione di Stefano Zamagni al libro di Frans van der Hoff “Faremo migliore il mondo”, il commercio equo e solidale ha una possibilità di successo,

ma a patto che “tra studiosi e operatori si diffonda il convincimento in base al quale i principi “altri” dal profitto e dallo scambio di equivalenti possono, se si vuole, trovare posto dentro l’attività economica. Se invece, si vede l’avanzare dell’area del mercato come una desertificazione della società, perché si pensa al mercato come al luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole […] è chiaro che il commercio equo e solidale non potrà mai raggiungere la soglia critica di cui dicevo. Si deve arrivare a comprendere che esiste una terza concezione del mercato, quella dell’economia civile, in base alla quale si può vivere l’esperienza della socialità umana e della fraternità all’interno della normale vita economica, né a lato, né prima, né dopo di essa.” Da anni ci pare di averlo compreso, e pur nei nostri limiti e con i nostri errori, percorriamo risoluti questa strada, per un’economia solidale e sostenibile.

Ringraziandovi per l’attenzione, rimaniamo a vostra disposizione anche per un eventuale incontro “de visu”.

per il Consorzio Ctm altromercato, il Consiglio di amministrazione
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L’intervento di Nicola Furini:

Spettabile Readazione di Altreconomia,

vorrei inserirmi nel dibattito avviato dal tanto discusso accordo siglato tra CTM e Banca Prossima.

Per legittimare il mio intervento, tengo a precisare che chi scrive è co-fondatore di un’associazione (Graces) attiva a Padova da circa 10 anni nella gestione di un piccolo GAS (gruppo di acquisto solidale) e di un portale di informazione alternativa (Criticamente.it, che anche molti lettori di AE sicuramente conoscono), sono volontario in una piccola cooperativa sociale, sono stato attivo nel locale nodo della Rete di Lilliput (oggi un po’ meno), come giornalista pubblicista ho scritto articoli di economia sociale pubblicati qua e là, anche da “Mani Tese” e da “Volontari per lo sviluppo”, ho scritto un e-book sul software libero che trovate nel portale di  “StampaAlternativa” (http://www.stampalternativa.it/liberacultura/?p=64) e che diversi LUG in Italia (Linux User Group) distribuiscono nei CD con le versioni di Linux, come associazione Graces abbiamo organizzato tre settimane fa una serata sul Signoraggio,  riempiendo un auditorium vicino Padova…

Per tutti questi motivi credo di potermi legittimamente inserire in questo dibattito, anche se – ebbene si -per scelta e non per caso, di professione faccio l’RDR in Banca Prossima (quello che in Banca Etica viene definito “Banchiere ambulante”). E devo anche precisare che le opinioni e le considerazioni espresse di seguito sono esclusivamente di carattere personale e NON rappresentano in alcun modo la posizione aziendale ufficiale di Banca Prossima… Nelle cose che ho letto nei precedenti interventi, perdonatemi, ma mi sembra di cogliere una serie di critiche “a priori” legate in parte a pregiudizi e in parte a scarsa informazione… per questo motivo rilancio la discussione con l’invito a mettere da parte i proclami di principio e aggiungo una proposta tanto semplice quanto -secondo me- di buon senso: perché non ascoltare cosa hanno da raccontare le oramai migliaia di clienti serviti da Banca Prossima, per sapere se sono soddisfatti delle persone che hanno incontrato, se si sono sentiti ascoltati e capiti, se hanno ricevuto risposte adeguate, se hanno ottenuto i servizi della qualità che si aspettavano e alle condizioni che desideravano…?

Avrei anch’io un sacco di storie da riportare direttamente, ma non posso farlo, almeno pubblicamente… Posso però raccontare che sono già centinaia i finanziamenti erogati da B.P. a tante realtà “bisognose” di supporto finanziario (magari in precedenza negato da altre banche), spesso a condizioni da cliente “primario”, pur essendo classificati (nei modelli di valutazione del rischio Basilea 2, quelli utilizzati dalle banche “normali”) come “molto rischiosi”. E altre centinaia sono le richieste di finanziamento in attesa… si tratta di realtà che nella maggior parte dei casi non  avrebbero risposte dai canali bancari “tradizionali” oppure le avrebbero ma a condizioni assolutamente penalizzanti… mi chiedo cosa ci sia di sbagliato in tutto questo? Poi, non capisco perchè per forza debba esserci una sola banca legittimata ad occuparsi del sostegno alle attività sociali (mi riferisco evidentemente a Banca Etica)… Sono anch’io personalmente socio e sostenitore -dalla prima ora- di Banca Etica, e penso che ci possano, anzi debbano, essere molte altre banche “diverse” e non solo una o due… se allarghiamo lo sguardo, vediamo che in Italia ci sono 250.000 organizzazioni non profit… secondo me, Banca Etica da sola non basta, e non basta nemmeno l’ingresso di Banca Prossima… e poi, in ogni caso, non è forse meglio poter scegliere?

Alle obiezioni di chi ritiene B.P un’operazione di “social washing”, mi viene naturale pensare che se anche una grande azienda come Intesa Sanpaolo si schiera concretamente a favore di chi “fa il bene” nel nostro Paese, si tratta di un bel “segno” che realizza la speranza comune di un cambiamento che da possibile diventa realtà, pur magari tra qualche immancabile contraddizione (che se tocca una piccola banca come Banca Etica, figuriamoci Intesa Sanpaolo!)… Approfitto anche per ricordare un po’ di cose su Banca Prossima di cui non si parla affatto. E’ una banca nata per sostenere espressamente il non profit e nel suo statuto contiene regole di funzionamento che la rendono veramente “speciale”. Banca Prossima è probabilmente l’unica banca che  per attribuire il merito creditizio ai propri clienti utilizza un modello di rating sociale. Sempre per statuto, almeno il 50% degli utili non viene distribuito agli azionisti (il gruppo Intesa Sanpaolo e le fondazioni bancarie) ma versato in un  Fondo di garanzia per lo sviluppo dell’impresa sociale, a beneficio quindi dei clienti stessi… per i primi 10 anni, l’accantonamento degli utili è del 100% (l’utilizzo del Fondo è poi deciso da un Advisory Board composto da eminenti esponenti di realtà non profit)…

A fianco di Banca Prossima opera un Laboratorio progetti che ha contribuito in maniera significativa alla realizzazione di una serie di iniziative di elevato valore sociale, in partnership con alcune importanti realtà del non profit italiano (asili nido, housing sociale, prestito immigrati, mutui per lavoratori atipici, progetti per ONG, case famiglia e di accoglienza, etc.)… Per quanto riguarda, infine, ma non meno importante, la questione delle “Banche armate” (nella cui lista figura ancora il gruppo Intesa Sanpaolo, di cui fa parte Banca Prossima, ma anche la Popolare di Milano, partner importante di Banca Etica) Intesa Sanpaolo ha annunciato da tempo di aver bloccato l’erogazione di nuove operazioni.  Mi pare anche che negli ultimi anni questo gruppo sia stato sempre disponibile ad ascoltare e spesso a recepire le istanze della società civile, ogni qual volta si contestavano pratiche considerate dubbie o poco etiche… Ecco, tutte queste riflessioni mi sentivo di proporre ad alta voce, giusto per una questione di “pari opportunità”. Poi ciascuno è libero di rimanere nelle proprie convinzioni o di ammettere che -forse- la realtà è più complessa e variegata di quanto sembra…

Un caro saluto, Nicola Furini

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