Opinioni

Roma è salva, l’Italia dei Comuni ha perso

Il "Salva Roma" è legge, e costerà al Paese 570 milioni di euro. Il default era da scongiurare, ma quanto deciso impone una riflessione: le risorse stanziate, infatti, peseranno sui saldi dei trasferimenti dallo Stato agli altri Comuni italiani, danneggiando così i contribuenti degli enti virtuosi. Il commento di Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa e autore de "La globalizzazione dalla culla alla crisi" (qui in versione ebook)

Dopo due tentativi andati a vuoto, alla fine il decreto “Salva Roma” ha preso corpo e rappresenta un’indubbia sconfitta, non tanto per chi l’ha varato, perché far fallire la “città eterna” avrebbe avuto riflessi inimmaginabili non solo in Italia, quanto per la brutta storia che lo ha reso necessario. 
Il potenziale default del Comune di Roma, che ha avuto un precedente illustre nella profonda crisi finanziaria di Firenze capitale nei decenni immediatamente successivi all’Unità, ha certo alcune giustificazioni nei costi elevatissimi della gestione di una città-simbolo mondiale e di un patrimonio artistico senza pari che attraggono milioni e milioni di visitatori, forieri di entrate ma anche di enormi spese, e di decine e decine di migliaia di frequentatori degli uffici e dei servizi della capitale. 
L’enormità dell’indebitamento e del disavanzo dei conti dell’Urbe tuttavia presenta contorni così macroscopici da andare ben oltre queste motivazioni, e dipende da una serie di fattori, alcuni dei quali possono essere così sintetizzati: 

1) il modello delle esternalizzazioni “clientelari”. Il Comune di Roma ha costruito nel tempo un sistema bizantino di partecipate, in molti casi a totale controllo comunale, che hanno tolto dal bilancio cifre enormi per allargare i margini di spesa dello stesso ente. 
Tali cifre però sono state poi ulteriormente ingigantite proprio dal sistema delle partecipate. Così, utilizzando vincoli normativi meno stringenti, si è proceduto ad assunzioni di folle di nuovi dipendenti e ad ampliare a dismisura il perimetro dell’intervento pubblico; una pratica sempre più adoperata mano a mano che i vincoli di legge nei confronti dei bilanci dei Comuni diventavano più rigidi. L’esternalizzazione dei servizi, attraverso le società partecipate e le aziende municipalizzate, che avrebbe dovuto servire a razionalizzare la spesa pubblica e a migliorarne l’efficienza ha rappresentato al contrario la via maestra per demolire i bilanci dei Comuni, costretti al costante ripiano delle perdite. 

2) Queste dinamiche dimostrano che il Patto di Stabilità, così come è stato definito, non riesce a funzionare e soprattutto non svolge il suo precipuo compito di scongiurare la lievitazione dell’indebitamento delle amministrazioni pubbliche. Nonostante il Patto, infatti, le partecipate hanno potuto continuare a contrarre debito e persino i Comuni hanno proseguito in tale direzione, magari congelando i pagamenti sui servizi più importanti per tenere in piedi il sistema delle aziende pubbliche in affanno.
3) Il “Salva Roma” non può costituire in nessuna maniera un modello, che però in passato ha già conosciuto varie altre applicazioni. Non può esistere un percorso che prevede il salvataggio dei Comuni dalla bancarotta, attivato e gestito in base all’importanza e al peso “politico” dei Comuni stessi perché simili misure penalizzano ogni sforzo di virtuosità e, al contempo, danneggiano i tanti contribuenti dei Comuni piccoli e medi, costretti a pagare il dissesto dei conti di alcune grandi città. 
I 570 milioni di euro “anticipati” dal decreto “Salva Roma” peseranno nei saldi degli altri Comuni italiani e questo non può essere accettabile. Non è ammissibile che esistano “regimi di contabilità straordinaria” in cui versano alcune Regioni e alcune città mentre il resto del Paese deve subire limiti alla propria capacità di spesa essenziale assolutamente intollerabili.
4) Esiste forse anche un problema più specifico, legato alla natura fin troppo politica che l’amministrazione capitolina ha mostrato a lungo. Se fare il sindaco di Roma ha rappresentato un palcoscenico privilegiato per avere una visibilità politica nazionale, allora la dimensione amministrativa della capitale ha finito per assumere connotati ben più ampi delle pur impegnative esigenze di una grande città. In estrema sintesi, sembra essersi verificato un utilizzo dei bilanci comunali nei termini del trampolino di lancio per sindaci che nutrivano ambizioni più alte rispetto a quella di fare il primo cittadino al Campidoglio. Questo aspetto pone la questione fondamentale del rapporto fra politica e amministrazione, che per funzionare correttamente ha bisogno di avere ben chiaro il senso del limite e dei vincoli finanziari. La politica non può essere l’arte dell’impossibile.

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