Opinioni

Rivoluzioni (ancora) in corso

Il World Social Forum di Tunisi è stata l’occasione per capire il fermento nell’area Sud del Mediterraneo, dove il cambiamento segue sentieri “altri” —

Tratto da Altreconomia 149 — Maggio 2013

Gli italiani che hanno partecipato al Forum sociale mondiale di Tunisi, a fine marzo, sono pochi. In ogni caso, molti di più di quanti me ne aspettassi, dato che l’evento è stato ignorato dai mass media italiani, con la sola eccezione de il Manifesto e di qualche gruppo di “nicchia” sulla rete. Siamo troppi presi e compresi dalla crisi della politica, dal governo che si fa o non si fa, dai problemi quotidiani, e siamo caduti in una dimensione provinciale dove le grandi sfide del nostro tempo sono scomparse dall’orizzonte. Di contro, la stampa tunisina ha accolto il World Social Forum: sui due maggiori quotidiani –Le Temps e La Presse– ogni giorno, un grande spazio è stato dedicato al Forum, a partire da entusiastici e articolati editoriali che hanno esaltato la scelta di Tunisi come un riconoscimento internazionale per il ruolo svolto dalla rivoluzione tunisina. Lo stesso dicasi per Tv, radio e web-cam che hanno seguito l’incontro per tutto il periodo, raccontando anche parte dei dibattiti emersi negli oltre mille seminari che si sono tenuti nel verde e arioso e Campus universitario di El Manar, dove accanto alle sedi delle varie facoltà si ergevano file di tende per i servizi informativi e l’accoglienza e per accogliere una parte dei seminari.  L’inaugurazione dell’evento, il 26 marzo, ha visto una grande manifestazione di 70mila persone sfilare sul viale Maometto VI, lungo circa 9 chilometri. Una manifestazione festosa e colorata, dov’era massiccia la presenza africana, discreta la presenza europea e latinoamericana, assente l’Asia, salvo qualche rappresentante di storiche Ong. Una manifestazione, anche, carica di rabbia e dolore, come quello espresso dalle donne che portavano il ritratto dei propri figli scomparsi nel Mediterraneo (oltre mille!) negli ultimi due anni, e di cui non hanno avuto più notizie. Molte di loro, ci ha raccontato un’amica tunisina, non cucinano più pesce per i propri familiari.

La parola d’ordine più gridata è stata dignità, dignité, dignity, dignidad. Non a caso. Il risveglio della dignità araba, come recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Tahar Ben Jelloun, è la grande novità degli ultimi anni, che in Occidente non abbiamo un capito granché. Per questo è stato davvero interessante partecipare a uno dei seminari che hanno dibattuto intorno alle “rivoluzione arabe”. Per noi europei c’era molto da apprendere.   Per prima cosa quello che sta succedendo in quest’area del Maghreb non è una rivoluzione nella nostra accezione occidentale. Siamo segnati dalla rivoluzione francese del 1789 e da quella sovietica del 1917 per andare oltre l’idea di rivoluzione come passaggio traumatico, rovesciamento del potere costituito e presa del “Palazzo d’Inverno”. Per i nostri cugini della sponda Sud del Mediterraneo, la rivoluzione non è un evento ma un processo lungo e faticoso, che può avere momenti alti e bassi, ma non può essere circoscritto a una fase della storia. Per questo, analisti e rappresentanti dei movimenti (donne, ambientalisti, altermondialisti) ci hanno mostrato come il processo rivoluzionario sia ancora in atto, anche se ha subito una battuta d’arresto e qualche volta un’involuzione. Ciò che si è rotto nella storia di questi Paesi è che la popolazione non è più rassegnata, non ha più paura, ha acquistato grande fiducia nella possibilità di rovesciare qualunque potere costituito. L’aver fatto cadere due uomini potenti come Ben Alì e Mubarak, dopo mesi di lotte sanguinose, ha prodotto una nuova coscienza, non solo tra tunisini ed egiziani, ma in tutta la sponda Sud-est del Mediterraneo. E poi, va considerata la grande energia che emerge in questi Paesi, dove il 70 per cento della popolazione ha un’età inferiore ai 25 anni, dove le donne hanno avuto da poco tempo accesso all’istruzione di massa e sono cariche di aspettative e di voglia di contare nel cambiamento della società. Malgrado la crisi economica che attanaglia la Tunisia, e gli altri Paesi dell’area, con il crollo del turismo e la crescita del debito estero, c’è un entusiasmo, una generosità, uno sguardo carico di speranza verso il futuro. Un abisso rispetto alla condizione esistenziale dei giovani italiani, che vivono in condizioni materiali migliori ma  stanno peggio sul piano esistenziale. Forse dovremmo chiederci perché ci siamo ridotti così. —

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