Opinioni

Quattro domande sulla privatizzazione di Fs

Il governo ha annunciato la cessione del 40% delle azioni del gruppo Ferrovie dello Stato. Il cda della holding si è dimesso. Dall’eventuale scorporo della "rete" agli investimenti programmati, dal finanziamento al trasporto regionale allo sviluppo immobiliare degli scali dismessi (che occupano almeno 5 milioni di metri quadrati), alcune questioni aperte e capaci di cambiare il senso dell’operazione

È lungo appena due righe il comunicato stampa con cui l’intero consiglio d’amministrazione delle Ferrovie dello Stato ha rimesso il proprio mandato. Due righe che non spiegano i motivi del gesto, che sono però forse da ricercare nella decisione del governo di procedere alla privatizzazione del 40% delle azioni della società (presa il 23 novembre scorso, durante il Consiglio dei ministri).
 
Restano così sul piatto alcune opzioni e possibili analisi della scelta del management.

La prima è che il gesto abbia voluto esprimere la contrarietà rispetto alla decisione dell’esecutivo, ma è probabilmente la meno "praticabile", perché le Fs si stanno preparando da mesi -se non da anni- a questo momento. Basti pensare, ad esempio, alla privatizzazione in corso del 100% di Grandi stazioni Retail, la società che gestisce gli spazi commerciali delle 13 maggiori stazioni italiane, o alla cessione a Terna della rete elettrica Fs, per un controvalore stimato di oltre mezzo miliardo di euro.
 
Ha più senso perciò pensare che presidente, amministratore delegato e membri del CDA di Ferrovie abbiano voluto esprimere un segnale di dissenso al governo sui tempi e sui modi di questa comunicazione. Non è chiaro, e non lo è nemmeno leggendo il comunicato stampa del governo, "che cosa verrà privatizzato". 
Non si capisce, ad esempio, se si intende vendere anche l’infrastruttura, i binari, che oggi sono gestiti dalla controllata RFI, Rete ferroviaria italiana. 
Non è questione di poco conto: intanto, "l’infrastruttura" comprende tutta la linea per l’alta velocità (AV), sul quale lo Stato ha investito negli ultimi 25 anni oltre trenta miliardi di euro. 
Quanto verrebbe valorizzata? 


Inoltre, solo nei prossimi anni sono sul piatto almeno altri 9 miliardi di euro di investimenti pubblici per lo sviluppo della rete, secondo quanto descritto nel più recente Contratto di programma tra Stato (azionista unico) e RFI: il Paese, cioè, continuerà ad investire a fondo perduto per la realizzazione della rete ferroviaria. Ma incassi, utili e dividendi verranno condivisi con un socio privato al 40%: il governo è sicuro che l’operazione sarà davvero remunerativa per lo Stato? 

Per chi guarda all’operazione "dal basso", pensando ai milioni di utenti che ogni giorno affollano i treni italiani -in particolare quelli pendolari- resta in sospeso anche un’altra domanda: se, e in che modo, lo Stato confermerà il proprio ruolo come finanziatore del trasporto ferroviario regionale?

Resta poi aperta un’ulteriore questione: quando le Fs divennero una spa, negli anni Novanta, lo Stato conferì all’azienda immense proprietà immobiliari. Qualche anno fa Fs "contò" ben 5 milioni di metri quadrati di aree dismesse, ex scali merci da "valorizzare". Molti sono localizzate in aree centrali o semi-centrali delle maggiori città italiane. Erano parte del demanio pubblico, oggi la loro trasformazione è diventata un affare privato. Sarà possibile evitare possibili conflitti d’interesse, qualora gruppi immobiliari o bancari attivi nel settore dello sviluppo immobiliare  diventeranno azionisti di minoranza delle ormai ex Ferrovie dello Stato? 

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