Quando il gas va in riserva – Ae 70

Non solo benzina: con l’“emergenza Russia” dell’ultimo inverno abbiamo scoperto di essere dipendenti dall’estero anche per fornelli e caldaie. Ma, soprattutto, che se i nostri consumi aumentassero ancora, le scorte strategiche di metano potrebbero anche lasciarci a secco Durante la…

Tratto da Altreconomia 70 — Marzo 2006

Non solo benzina: con l’“emergenza Russia” dell’ultimo inverno abbiamo scoperto di essere dipendenti dall’estero anche per fornelli e caldaie. Ma, soprattutto, che se i nostri consumi aumentassero ancora, le scorte strategiche di metano potrebbero anche lasciarci a secco

Durante la cottura, copri pentole e padelle con il coperchio. Spegni il fornello un po’ prima della fine della cottura, per sfruttare il calore residuo. Non aprire frequentemente il forno durante la cottura.

Questi consigli arrivano direttamente dal Governo: fanno parte di un “decalogo” che il ministero delle Attività produttive ha inviato a tutti i prefetti, ai quali è stato chiesto di “sensibilizzare la cittadinanza” al risparmio di gas di fronte all’emergenza di gennaio e febbraio.

Col diminuire delle forniture di metano dalla Russia, urlata da tutte le prime pagine dei quotidiani, gli italiani si sono resi conti di due cose. La prima, è che dal punto di vista energetico dipendiamo dall’estero non solo per la benzina delle auto, ma anche per cuocere la pasta, riscaldarci la casa e far funzionare gran parte degli elettrodomestici. Fornelli e caldaie di tutta Italia sono in pratica alimentati da due gasdotti, uno che arriva dalla Siberia, l’altro dall’Algeria. Questi due tubi, insieme alla produzione nazionale (il 16% dei consumi) alimentano i 30 mila chilometri della rete di distribuzione nella penisola. Siamo schiavi del metano che, come il petrolio e tutti i combustibili fossili, è destinato a esaurirsi.

L’altra “rivelazione” che dobbiamo alla crisi invernale è che sparsi per l’Italia esistono una decina di “serbatoi” di scorta di gas, dai quali in questi mesi abbiamo attinto metano per far fronte ai consumi e all’emergenza. Parte di queste riserve sono considerate “normali”; esistono poi le riserve cosiddette “strategiche”, il cui utilizzo (pur se la proprietà è delle aziende del gas) è sottoposto ad autorizzazione del ministero delle Attività produttive. Le “strategiche” sono oltre 5 miliardi di metri cubi di gas sui 13 totali. L’utilizzo degli stoccaggi è ciclico: in primavera ed estate vengono riempiti, in autunno e inverno si svuotano. Attingere alle riserve è una pratica normale che segue l’andamento stagionale dei consumi: le importazioni (67 degli oltre 80 miliardi di metri cubi di gas bruciati ogni anno in Italia) sono pressoché costanti durante l’anno, mentre i consumi sono molto variabili. A gennaio arriviamo a bruciare fino a 10 miliardi di metri cubi in un mese, ad agosto poco più di 4. Le scorte servono a questo: intervenire (“modulare”) quando la domanda sale e i picchi giornalieri non possono essere coperti dalle importazioni (che hanno un limite fisico: la portata del gasdotto). L’aver esaurito le scorte normali e aver incominciato a intaccare quelle strategiche ha materializzato lo spettro di una crisi energetica e spinto il Governo a misure d’emergenza, tra le quali quella di chiedere con un decreto ai cittadini di ridurre la temperatura dei propri appartamenti di un grado. Già negli anni passati si è fatto ricorso alle scorte “strategiche”, ma per la prima volta ci siamo resi conto che, se la domanda di gas aumentasse ancora, queste si assottiglieranno come mai prima, e potremmo rimanere a secco.

Nessun problema per le famiglie, ma il comparto industriale sarebbe costretto a stop forzati.

Ma il calo delle forniture russe basta a spiegare il rischio che stiamo correndo? Le colpe si sono riversate su Eni, accusato negli stessi giorni da una commissione della Camera dei deputati e dall’Antitrust (che l’ha multata per 390 milioni di euro) di aver ostacolato l’ingresso di concorrenti nel mercato italiano abusando della propria posizione dominante. A Eni si contesta di aver impedito l’ampliamento dei gasdotti di importazione, per controllare meglio l’offerta. Il che è vero, tanto che lo stesso amministratore delegato, Paolo Scaroni, ha definito “comprensibile” la multa dell’Antitrust.

Tuttavia, tra le misure adottate dal governo per fronteggiare la scarsità di gas, un paio sono state destinate al comparto della produzione elettrica. Il settore gioca un ruolo importante nella partita, perché meta del metano che utilizziamo alimenta le turbine delle centrali termoelettriche.

Il ministero ha consentito l’utilizzo di olio combustibile al posto del metano nelle centrali idonee. L’olio combustibile ha una resa equivalente, ma costa molto meno e inquina molto di più. La scarsità di gas è diventata quindi un ulteriore costo sociale (l’aria irrespirabile) a fronte di un abbassamento dei costi per le aziende elettriche. La deroga ai limiti ambientali concessa dal Governo termina il 31 marzo. Per ora almeno una quarantina di centrali sono passate all’olio: Enel, Edipower, Endesa, Tirreno Power le aziende cui fanno capo, in totale più di un terzo del parco termoelettrico italiano.

In secondo luogo, il ministero ha bloccato l’export di energia elettrica, che è un’assoluta novità per l’Italia, storicamente importatrice di elettricità, resa possibile dal gioco dei prezzi risultante dal meccanismi della Borsa elettrica. Tradotto, vuol dire che mentre noi temevamo di dover spegnere i termosifoni, molte centrali bruciavano gas o olio per produrre elettricità da vendere all’estero.

Settala, Sud-Ovest di Milano: è uno degli otto impianti di stoccaggio di gas appartenenti a Stogit, una spa controllata da Eni. Qui era conservata una parte del metano tenuto di scorta. I giornalisti non possono entrare, ma si consolano perché non c’è molto da vedere. Tutto si svolge sottoterra: sottoterra arrivano i tubi che portano il gas, sottoterra i serbatoi che lo custodiscono. Che poi non sono nemmeno serbatoi: gli impianti di stoccaggio sono giacimenti di metano esauriti, nei quali viene ripompato il gas che ritorna, per così dire, nel suo ambiente naturale, a una profondità che va dai 1.000 ai 1.800 metri sotto il livello del suolo. Il gas arriva dai gasdotti della rete primaria, viene compresso e ripompato nel giacimento tra aprile e ottobre, mentre tra novembre e marzo viene erogato e reimmesso nella rete nazionale dopo essere stato depurato del vapore acqueo di cui si impregna sottoterra. Di un impianto di stoccaggio all’esterno di interessante si vedono quindi i compressori e le torri di trattamento. Per il resto sono tubi che sbucano dal terreno.

Prima la Russia

Le riserve stimate di gas nel mondo (fonte: Iea 2005, miliardi di metri cubi). In testa, la Russia, poi Iran e Qatar. Tuttavia solo la prima estrae a ritmi sostenuti, mentre le seconde sono ancora esportatrici minori. In totale sono oltre 178 mila miliardi di metri cubi.

L’Italia produce 13 miliardi di gas l’anno, in Basilicata, Puglia, Sicilia, Emilia Romagna, Marche Molise e Abruzzo. Ma la parte maggiore della produzione arriva dal mare, nell’alto Adriatico, dove gli impianti off-shore recuperano il 53% della produzione nazionale.

Le riserve recuperabili italiane ammontano a 178 miliardi di metri cubi, meno della metà rispetto a una dozzina di anni fa.

Soluzione liquida

“Diversificare l’offerta”. La soluzione invocata per contrastare la penuria di gas è quella di aumentare i canali di rifornimento di metano. Una delle strade è la “rigasificazione”. In un rigasificatore, il gas arriva allo stato liquido (è chiamato Gnl), a una temperatura di 160 gradi sotto lo zero, a bordo di navi metaniere. Qui viene scaldato e immesso nella rete.

Il vantaggio è la possibilità di approvvigionarsi anche da Paesi ai quali non siamo collegati attraverso un gasdotto, come il Qatar, terzo al mondo per riserve. Oggi in Italia esiste un solo rigasificatore, a Panigaglia, nel comune di Portovenere. È di proprietà dell’Eni, attraverso la controllata Gnl Italia, e immette in rete meno di 4 miliardi di metri cubi di metano l’anno. È stato costruito nel 1971, il gas arriva dall’Algeria e copre il 3% circa delle importazioni. Ma ci sono una decina di nuovi rigasificatori in progetto. Se tutti venissero realizzati, la capacità di importazione raddoppierebbe. Più o meno tutti sono progetti disegnati su iniziativa di aziende che producono energia elettrica, come Edison o Endesa. Solo due hanno ottenuto il via libera: gli impianti di Rovigo e Brindisi. Il primo avrà una capacità di 8 miliardi di metri cubi l’anno, e sarà operativo nel 2008. Lo stanno costruendo in Spagna, costerà un miliardo di euro circa e sarà off-shore, cioè al largo delle coste. L’opera si deve a Exxon e Qatar Petroleum, ma il 10% appartiene a Edison, alla quale andrà l’80% del gas importato per 25 anni. L’altro impianto autorizzato, a Brindisi, è stato invece promosso solo da British Gas (cioè Bp) dopo che Enel è uscita dal progetto. Nonostante il via libera delle Attività produttive, ha incontrato l’opposizione delle autorità locali, e la sua nascita sembra molto lontana. Gli altri impianti potrebbero sorgere a Porto Empedocle, San Ferdinando (Reggio Calabria), Gioia Tauro, Taranto, Zaule (Trieste) e Trieste, Rosignano (Livorno) e al largo della costa Toscana, tra Marina di Pisa e Livorno. Contro quest’ultimo è nato un comitato molto agguerrito:
www.offshorenograzie.it

Le strade del gas

Nella cartina più a sinistra, le principali vie di ingresso del gas in Italia.

La maggior parte del metano importato arriva dalla Russia attraverso i varchi di Tarvisio (gasdotto Tag, Trans Austria Gasleitung, il cui utilizzo è controllato da Eni) e Gorizia. Le importazioni dall’Algeria (35% del totale) arrivano al terminale di Mazara del Vallo (Trapani) attraverso i gasdotti Ttpc (via Tunisia, controllato da Eni) e Tmpc (in acque territoriali italiane).

A fine autunno 2004 sono iniziate le importazioni dalla Libia, attraverso il gasdotto Greenstream che arriva a Gela.

In progetto due gasdotti: Galsi (dall’Algeria) che attraverserà la Sardegna per 200 chilometri fino a Olbia, per arrivare via mare in Toscana, e Ig (dalla Grecia) che collegherà Corfù con Otranto. Nella cartina accanto, i dieci impianti di stoccaggio italiani. Otto sono di Eni (attraverso la controllata Stogit), due di Edison (a Collalto e Cellino).

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