Una voce indipendente su economia, stili di vita, ambiente, cultura

“Quando dovevo uccidere Paolo”

La testimonianza del collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara anticipa il libro che spiega perché Falcone e Borsellino sono ancora tra noi

Tratto da Altreconomia 136 — Marzo 2012

L’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono le loro idee, che camminano ancora sulle gambe di chi, a vent’anni dalle stragi mafiose in cui morirono i due magistrati -il 23 maggio e il 19 luglio 1992-, continua la loro lotta antimafia.
L’eredità”  è anche il titolo del libro di Alex Corlazzoli che esce a marzo per Altreconomia edizioni, e che anticipiamo con un brano dell’intervista inedita al collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, realizzata in Piemonte dove vive con la famiglia.
  

“Io sono stato scelto dalla famiglia Messina Denaro per uccidere il dottor Paolo Borsellino. Francesco, il papà di Matteo, capo assoluto della famiglia di Castelvetrano (Tp) aveva avuto l’ordine di organizzare un piano per ucciderlo quando era procuratore a Marsala (Tp). Venni individuato per restare a disposizione, affinché partecipassi all’assassinio che si pensava di mettere in atto con un fucile di precisione o un’auto bomba. In tutti e due i casi avrei dovuto partecipare”.
Vincenzo Calcara oggi ha 55 anni. Da più di vent’anni ha abbandonato Cosa Nostra. Quel piano venne rinviato, e lui non partecipò all’omicidio di Paolo Borsellino. Anzi: dopo aver incontrato il magistrato nel carcere di Favignana (Tp), decise di collaborare con la giustizia.
Ha cambiato vita. In seguito, nel 1998, è uscito dal programma di protezione, previsto per i pentiti di mafia. Lo ha fatto per essere libero, per l’uomo che avrebbe dovuto ammazzare. Calcara si è lasciato alle spalle venti anni di carcere fatti tra Italia e Germania. Non ha dimenticato, invece, il suo passato. Anzi: la sua memoria l’ha messa al servizio della società civile e dello Stato, quando gli è stato permesso di essere ascoltato. La sua identità non la nasconde. La sua storia nemmeno. Persino l’anziana vicina di casa sa chi è. Vive a volto scoperto. Ha persino un profilo su Facebook: “Non è un mistero dove vivo”.
“Dal 1992 al 1998 ero sotto programma di protezione. Vivevo in una località nascosta, e con una scorta, ma non ho mai avuto un’identità segreta. L’avevo chiesta ma non me l’hanno mai voluta dare, e io con coraggio vado con il mio nome e cognome senza paura. Lo Stato mi ha abbandonato, ma la famiglia Borsellino mi ha sostenuto in questi vent’anni. Adesso vado avanti grazie solo alla signora Agnese (moglie di Paolo Borsellino, ndr) e al figlio Manfredi. Non ho un lavoro. Non ho nulla”.
Vincenzo Calcara m’invita in casa sua: “Sali, ora ti faccio vedere che hanno preparato: tagliatelle fatte in casa”. Sul tavolo di legno c’è ancora la pasta fresca, la farina. Figlie e moglie aspettano lui. È Vincenzo che decide. “Ora mi tolgo la cravatta. L’ho messa per farti onore ma adesso…”.
Le mani di Calcara, stringono le tagliatelle. Per un attimo penso che quelle mani potevano uccidere Borsellino. Quelle dita hanno stretto la mano di Messina Denaro, dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus, al quale portò a Roma, pochi mesi prima dell’attentato a Giovanni Paolo II nel 1981, per conto di Tonino Vaccarino (presunto consigliere della famiglia di Castelvetrano) dieci miliardi di lire.
Pranzo con la famiglia Calcara, e per tutto il tempo ho davanti un ritratto di Borsellino e a fianco l’uomo che avrebbe dovuto ucciderlo, quello che qualcuno considera ancora un mafioso. È successo a Castalvetrano, nel suo paese natale, dove è tornato dopo 19 anni, in occasione dell’anniversario della nascita di Paolo Borsellino, per un incontro pubblico con il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia. Ad accoglierlo poche persone e le polemiche del preside di una scuola e del sindaco ex Dc che ha affermato: “È un’offesa per tutti far fare il docente della legalità a un assassino”. Parole che hanno trovato risposta in una lettera che Manfredi Borsellino ha scritto e che si trova pubblicata sul sito www.19luglio.it: “Caro Vincenzo, con questa lettera aperta desidero esprimerti tutta la mia solidarietà e il mio sostegno per quanto accaduto ieri mattina in quella Castelvetrano, che è e rimane la tua città natale […]. Sono orgoglioso in tutti questi anni di esserti stato vicino, anche materialmente, e non rinnego nulla di ciò che ho fatto per te e la tua splendida famiglia, consapevole di avere solo continuato l’opera che aveva avviato mio padre il giorno in cui gli hai confessato che avresti dovuto ucciderlo”.
Vincenzo parla, a testa alta: “Paolo Borsellino ha cambiato totalmente la mia vita. Con il suo coraggio, mi ha dato l’esempio e mi ha dimostrato cosa significa averne. C’è un coraggio vigliacco e uno civile. Ho commesso dei reati: ero sempre pronto a partire, a stare in prima linea. Però il mio coraggio era vigliacco. Lui è riuscito a indirizzare la mia audacia verso la parte giusta. Ho fatto di tutto per salvare la sua vita, e dopo vent’anni ci sono prove e riscontri di quanto ho detto.
Non l’ho fatto perché lo amavo: l’ho stimato dopo averlo conosciuto. Quando lo incontrai la prima volta, capii che quest’uomo era veramente superiore a tutti quelli di Cosa Nostra. Per il suo coraggio, per l’ umanità”.
Vincenzo se la ricorda bene l’agenda rossa di Borsellino, sparita il 19 luglio 1992 nell’inferno di via D’Amelio e mai più ritrovata. Forse potrebbe essere scomparsa anche per quello che Calcara aveva raccontato al magistrato: “Lì c’era il trasporto dei 10 miliardi di lire consegnati da me nelle mani di Marcinkus”.
Le sue parole rischiano di far tremare le gambe di qualcuno: “Dovrebbero saltare gli eredi dei carnefici delle stragi del 1992, quelli che comandano ora. Non basta prendere Messina Denaro. Bisogna distruggere gli eredi e le loro ombre. Questo scrivilo, parla di queste ombre”.
Vincenzo Calcara, in un memoriale consegnato nelle mani di Salvatore Borsellino parla di cinque “entità” che “sono state e sono tuttora una potenza economica per condizionare il potere politico italiano. Tutto è collegato. È un corpo umano, sono tutti membra della stessa materia. C’è una ‘supercommissione’ composta da Cosa Nostra, Vaticano, Massoneria, ‘ndrangheta e pezzi deviati delle istituzioni. Mi sono state spiegate chiaramente queste entità. Altri pentiti non ne hanno mai voluto parlare per paura. Perché li bloccano. Tutti hanno confermato che ci sono questi collegamenti, ma questa parola -“supercommissione”- non gliela fanno dire. Però c’è. Non ti preoccupare. Lo puoi scrivere. Me ne assumo la responsabilità.
Anche allora c’era la supercommissione: a decidere la morte di Borsellino non è stata solo Cosa Nostra. La storia del 1992 può cambiare se prendono certi falsi pentiti e fanno dire loro la verità, cominciando da quelli che hanno confermato quello che io dissi per la morte di Paolo Borsellino. Quello che ho dichiarato si è avverato. Ho detto che Paolo Borsellino doveva morire prima che fosse ucciso. Sette mesi dopo che avevo iniziato a dire che doveva morire in un certo modo, viene ucciso proprio così. Tutto questo è confermato dopo anni da Brusca, da Giuffrè e da qualche altro collaboratore. Qualcuno sta prendendo in giro la verità, la giustizia. Sono ancora in giro, anche nella politica, gli eredi dei carnefici”. —

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.


© 2024 Altra Economia soc. coop. impresa sociale Tutti i diritti riservati