Protesta sotto controllo – Ae 80

Inceneritori, rigassificatori, grandi opere come l’Alta velocità: contro le rivolte dei cittadini e la sindrome Nimby (Not in my backyard, non nel mio giardino) le aziende si organizzano. Per promuovere e convincere. Primo passo sminuire la protesta. Poi “compensare” I…

Tratto da Altreconomia 80 — Febbraio 2007

Inceneritori, rigassificatori, grandi opere come l’Alta velocità: contro le rivolte dei cittadini e la sindrome Nimby (Not in my backyard, non nel mio giardino) le aziende si organizzano. Per promuovere e convincere. Primo passo sminuire la protesta. Poi “compensare”


I cittadini sono disorientati e sfiduciati. Le aziende vittime, il governo responsabile. Sul video scorre anche l’immagine di un’ecografia: il futuro delle nuove generazioni. Manifestazioni e polizia: la protesta popolare. Beppe Grillo, il guru.



Torino, centro congressi del Lingotto, 5 ottobre 2006. Il Nimby Forum presenta il suo rapporto. “Infrastrutture, energia, rifiuti: l’Italia dei sì e l’Italia dei no” il titolo della giornata. Nimby sta per “Not in my backyard”, non nel mio giardino. Così chiamano la “sindrome” che colpisce chi non vuole che venga realizzata un’opera pubblica o un impianto nel proprio territorio. Il compito del Nimby Forum è questo: aiutare le aziende a gestire e controllare le proteste territoriali affinché le opere vengano realizzate. Ha creato anche un osservatorio sulla stampa, che conta e analizza gli articoli pubblicati a proposito di contestazioni. Tav, inceneritori, rigassificatori, centrali elettriche: è la mappa dell’Italia che non vuole le “grandi opere”.

Il forum è un progetto di Aris, un’associazione non profit che si occupa di comunicazione di impresa. Alessandro Beulcke (nella foto a sinistra) ne è il presidente. È gentile e disponibile. Spiega: “Il Paese non è contrario alle opere ma di fronte alla sindrome Nimby le aziende fanno una cattiva comunicazione. Non basta essere trasparenti: ci si deve anche saper promuovere. I proponenti devono parlare di più coi media, fare informazione. L’osservatorio ci dice infatti che solo nel 6% degli articoli censiti prendono la parola le aziende. Le proteste e le assemblee popolari fanno più notizia”. Al Nimby Forum (un marchio registrato, ci va aggiunta la ®) partecipano associazioni, istituzioni e imprese. Tra le altre: Italgest, Actelios/Falck, Amici della Terra, Atel Energia, Autostrade spa, Edison, Cittadinanzattiva, Impregilo, Waste Italia (l’elenco completo è su www.nimbyforum.net). Per far parte del forum associazioni e istituzioni non pagano nulla, le imprese sostenitrici invece (una ventina), 5.000 euro l’anno più Iva.

Beulcke è anche presidente di Allea, società profit di comunicazione aziendale da cui è poi nata Aris. Tra i suoi servizi Allea offre “consulenza strategica di comunicazione, relazioni media, ideazione e organizzazione di conferenze, convegni ed eventi, consulenza nella gestione dei conflitti territoriali ambientali, sviluppo di accordi, convenzioni e partnership”. C’è anche un “Allea solutions for the Nimby Sindrome” da cui è nata l’idea del Nimby Forum. Quanto si facciano pagare ricade sotto patti di riservatezza concordati coi clienti, il fatturato “non arriva a un milione di euro”.

Tra i clienti di Allea ci sono Alstom, Atel Energia, Fibe, Italcogim, Detraco (elenco completo su www.allea.net): molte sono aziende che costruiscono centrali elettriche e inceneritori.

Le contestazioni aumentano, i comitati fanno notizia e le aziende corrono ai ripari: i media hanno un ruolo chiave. Parola d’ordine di Nimby e soci: sminuire la protesta.

Al di là della Tav, tra le opere che maggiormente suscitano le ire locali ci sono proprio gli inceneritori. I più famosi sono quelli di Acerra, Torino, Trento. L’associazione Ambientefuturo (http://ambientefuturo.interfree.it/) ha censito almeno 66 contestazioni in tutta Italia. Tra questi i quattro termovalorizzatori previsti per la Sicilia. Tre li costruirà Actelios/Italgest (che fa parte di Nimby Forum). Il quarto la Waste Italia (attraverso Sicil Power). L’amministratore delegato del Gruppo Italgest, Paride De Masi (che insegna Economia dell’ambiente all’Università pontificia “Regina apostolorum” di Roma), interviene al Nimby Forum: “Non posso farmi fermare da un consigliere comunale” dice. I termovalorizzatori in Sicilia vanno fatti.

Oggi la Sicilia produce 2 milioni e mezzo di rifiuti l’anno. Se fossero realizzati tutti e quattro, i nuovi impianti ne brucerebbero almeno 2 milioni. Non un grande incentivo alla raccolta differenziata, vien da notare, che infatti in tutta l’isola è ferma al 5,4%.

Negli ultimi anni Waste Italia (che fa parte del Nimby Forum) ha lavorato molto a Paternò, dove vorrebbe realizzare il suo impianto, per convincere dei vantaggi derivanti dal termovalorizzatore. Ha inviato filmati ai sindaci della zona e promosso incontri nelle scuole. Ora però è tutto fermo “fino a quando non si capirà bene la questione degli incentivi” spiega Melina Scalise, responsabile comunicazione di Waste Italia. Entro febbraio il governo dovrà dire se anche gli inceneritori progettati ma non ancora funzionanti ricadranno sotto la voce “fonti assimilate alle rinnovabili”, e per questo tra gli impianti incentivati attraverso le nostre bollette. Perché senza contributi statali, gli inceneritori non convengono a nessuno.



Incontriamo Ketty Tabakov negli uffici romani della Edison, vicino alle “Quattro fontane”. Edison è il secondo produttore di elettricità in Italia, dopo Enel, e lei è la responsabile delle relazioni esterne. Gestisce da sei anni quella che definisce “la protesta”, ovvero le contestazioni locali agli impianti che Edison vuole realizzare. Prima ha lavorato per Falck (il nome Actelios è un’idea sua) ma anche per Waste. Edison oggi non è nel Nimby Forum, spiega, solo per “ragioni amministrative”.

Ma il lavoro di Ketty è preso a modello da tutti i partecipanti. In sei anni ha accompagnato la costruzione di quattro centrali termoelettriche a gas: Altomonte,

Tor Viscosa, Simeri Crichi e il suo capolavoro, Candela. La vicenda si sviluppa così: nel 1998 Edison fa un accordo con Eni per utilizzare il gas pugliese. Il progetto per una centrale da 400 megaWatt nel comune di Candela, in provincia di Foggia, è del ‘99. Nel 2000 arriva il parere positivo di Comune, Provincia e Regione. Il sito dove realizzare l’impianto è individuato nel maggio 2002. Un anno dopo il sindaco, la giunta, i tecnici comunali, il parroco e alcuni giornalisti locali vengono portati a visitare la centrale Edison di Jesi (e a tutta la popolazione viene distribuito un numero speciale de “Il Corriere del Sud” con il reportage della “gita”): è iniziato il lavoro di Ketty. Nello stesso anno apre il cantiere. Arrivano le prime contestazioni (nella giunta entra la lista civica “Aria pulita”) e allora partono quelle che in gergo si chiamano “compensazioni territoriali”. Sono misure che non annullano i motivi di contestazione (l’inquinamento, la cattiva gestione del territorio…) ma in qualche modo “ricompensano” i cittadini che li subiscono. Un’idea che piace anche al governo.

La prima compensazione: nel 2004 viene inaugurata la cittadella dello sport comunale, grazie alla sponsorizzazione di Edison. Mentre si lavora con le scuole (un concorso e una mostra su “l’energia pulita”) nel luglio 2005 la società stipula un accordo con l’azienda Ciccolella. Ciccolella è un noto produttore di fiori, cui Edison fornirà calore a un prezzo stracciato “per dimostrare che l’insediamento di una centrale è un volàno per l’economia locale”. Perché una centrale termoelettrica moderna e automatizzata, di per sé, non porta posti di lavoro.

A questo Edison aggiunge sconti sulle bollette per tutti, compresi i Comuni vicini.

“Di fronte alla protesta le istituzioni non si sentono di prendere una decisione responsabile ma impopolare”, cioè lasciare che l’impianto venga realizzato. Allora come comportarsi? Ecco il decalogo di Ketty: presentare informalmente il progetto alle istituzioni locali prima della presentazione ufficiale, incontrare tutti gli attori (separatamente), concordare col sindaco le azioni da fare sul “suo” territorio; negoziare col Comune una convenzione. Per la popolazione: organizzare assemblee pubbliche, convegni, speciali editoriali, un sito web, brochure, programmi e concorsi nelle scuole. Insomma, vendergli la centrale.

E l’efficacia delle iniziative si misura così: realizzazione dell’impianto, inaugurazione festosa e partecipata (a Candela nell’ottobre del 2005, col concerto dei Matia Bazar), rielezione del sindaco. Tutti i sindaci di Ketty sono stati rieletti.

Qualche numero per valutare se questo tipo di impianti sono proprio necessari, inevitabili: in Puglia esistono già 38 impianti termoelettrici. La regione produce il doppio dell’energia elettrica che consuma. Tre nuovi impianti hanno già ottenuto l’autorizzazione ministeriale, altri 5 sono in attesa. In una regione che ha già due mega centrali a carbone, la più inquinante d’Italia, a Brindisi, e la seconda, l’Ilva di Taranto, non è certo una buona notizia. Ma per Ketty la vocazione turistica e agricola della Regione è “una leggenda”.

Dialogare con la “protesta” è “un investimento di tempo e denaro”. Quanto? “Non lo so, e non ve lo direi”. Ora Ketty Tabakov lavora sul rigassificatore di Rosignano

(a Livorno) e sui gasdotti che arriveranno a Otranto e Piombino.

Poco distante da Candela, la situazione non va altrettanto bene. La centrale termoelettrica progettata a San Severo, sempre in provincia di Foggia, è bloccata dalla granitica opposizione locale (http://xoomer.alice.it/scuola). Prima la Mirant, oggi la Enplus non sono riuscite a costruire l’impianto. L’ultimo tentativo all’inizio di gennaio, quando il sindaco ha bloccato con un’ordinanza i lavori iniziati improvvisamente. La Enplus è una società mista, che vede la partecipazione dell’Associazione degli industriali di Belluno. In realtà, è controllata dagli svizzeri di Atel Energia. Atel è nel Nimby Forum, ed è anche cliente di Allea. Infatti a fine gennaio Emilio Conti, che lavora per Allea oltre a essere docente di comunicazione ambientale allo Iulm di Milano, è a San Severo. Sminuisce la protesta: “Il comitato è poco rappresentativo. Erano in tre a manifestare e i dati sull’inquinamento sono fasulli”, dice. Ma aggiunge: “Certo, se si costruisce la centrale e basta, non c’è una grande ricaduta sul territorio. Serviranno delle compensazioni”.



Opere: “ci costa non farle”

L’attacco alla credibilità delle opposizioni locali passa per i media. Primo esempio:

il 10 ottobre 2006 nel corso di Tg2 “dieci minuti”, si parla dell’emergenza rifiuti in Campania. Altero Matteoli, ex ministro per l’Ambiente, arriva a dire che i comitati che hanno protestato contro la realizzazione degli inceneritori impedendone la realizzazione “hanno fatto più danni della camorra, che ha strumentalizzato i cittadini”. Secondo esempio: a fine novembre 2006 i quotidiani danno grande risalto a una ricerca dell’Agici – Finanza d’Impresa di Milano (www.agici.it). Nel suo rapporto, l’Agici sostiene che i “costi del non fare” opere pubbliche in Italia sono quantificabili in 200 miliardi di euro. Andrea Gilardoni, che ha coordinato lo studio, spiega ad Altreconomia: “È giusto che ci siano opposizioni territoriali, e anche dare loro attenzione. Ma l’interesse di alcuni non può andare contro gli interessi della collettività. Forse qualcuno vuole un ritorno al Medioevo”.

Per non tornare al Medioevo, da oggi al 2020 la ricerca auspica la costruzione di 100 termovalorizzatori (oggi sono 48), 80 siti di compostaggio, 7 centrali a carbone (“non farle costerebbe dai 4 ai 7 miliardi di euro”), 16 centrali a gas, 3 impianti di rigassificazione, 1.300 chilometri di autostrade più 600 di raccordi (“non farli costerebbe 133 miliardi di euro”). Gilardoni, già presidente di Amsa (che raccoglie e incenerisce i rifiuti di Milano), è stato nel comitato scientifico di Nimby Forum (“ma ora sono troppo orientati sulla comunicazione”).



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