Opinioni

Per fare l’Europa serve un’Irpef europea

È sempre più tangibile la mancanza di omogeneità e di coerenza tra i vari Stati su alcune questioni chiave che dovrebbero comporre la vera “costituzione materiale” del Vecchio Continente, a cominciare dal fisco. Non esiste una base imponibile omogenea, e variano gli scaglioni a cui si applicano le aliquote marginali. Senza costruire un’area economia comune, la Commissione sarà sempre costretta a "derogare" sulla rigidità di bilancio 

È sempre più difficile capire cosa sia oggi l’Europa. Da un lato, infatti, si ripete stancamente ogni anno il rito delle deroghe ai vincoli del Patto di stabilità, subordinate in maniera assai poco credibile ad esigenze di carattere politico e, ancor più spesso, elettoralistico. 
Dopo i proclami degli euroburocrati, le reprimende in salsa germanica e le perenni geremiadi sulla necessità inderogabile di rispettare la natura sacrale delle rigidità di bilancio, puntualmente anche quest’anno la Commissione europea apre ampi spazi di flessibilità, rinviando l’ottemperamento degli aulici obblighi a data da destinarsi. 
Le “verifiche” sono rimandate dunque a luglio per la Spagna, in maniera da non interferire sulla tornata elettorale, sempre a luglio per il Portogallo, ad ottobre per l’Italia, così da non incidere sul referendum, e per la Francia, di fatto, a una scadenza ancora più lontana, rendendo possibile per il Paese transalpino inanellare ulteriori scostamenti dai target europei. 


In estrema sintesi, circa tre quarti degli Stati membri sono inadempienti rispetto ai vincoli di bilancio, ma la Commissione, mentre concede ampie deroghe siffatte, ribadisce l’esigenza, sia pur spostata regolarmente in avanti, di rispettare i principi di Maastricht, resi più insostenibili dal Fiscal Compact e da ridicole clausole di salvaguardia, che imporrebbero ogni anno manovre finanziarie da 15-20 miliardi in aumenti di tassazione, salvo poi ammettere le immancabili deroghe. 
In questo senso, l’impressione chiara è che la pesante impalcatura europea sia diventata un colossale esercizio di stile, destinato ad imporre però alle politiche economiche dei Paesi membri di navigare a vista, scrivendo leggi di stabilità pesantissime, con conseguente  congelamento di ogni ipotesi di ripresa, e di “sperare” ogni anno nell’accoglimento, da parte della Commissione, delle richieste di deroga motivate con il sopravvenire di condizioni eccezionali; è molto probabile che non ci siano metodi peggiori di governo dei processi economici, come del resto dimostra la continua crescita dell’indebitamento pubblico di moltissimi Stati membri, accompagnata da un andamento del Pil che resta in Europa ben più asfittico rispetto ad altre parti del mondo. 



Dall’altro lato, a fronte di un’Europa rigida solo sulla carta, è sempre più tangibile la mancanza di omogeneità e di coerenza tra i vari Stati europei su alcune questioni chiave che dovrebbero comporre la vera “costituzione materiale” del Vecchio Continente, a cominciare dal fisco. Proprio sulla tassazione dei redditi, che fonda i principi della rappresentanza democratica secondo la migliore tradizione europea, esistono infatti grandi differenze all’interno dell’Unione. 
Non esistono né un’Irpef “europea” né una base imponibile omogenea e ogni Paese adotta un proprio modello, assai diverso dagli altri. Variano decisamente, da caso a caso, gli scaglioni a cui si applicano le aliquote marginali: sono cinque in Francia, Germania, Spagna e Italia, quattro in Olanda e tre in Gran Bretagna. Ma sono differenti soprattutto le classi di reddito, fondamentali per il calcolo impositivo, che risultano essere 34 in Italia, 17 in Francia e Germania, 10 in Spagna e in Olanda. 
Queste differenze nell’impianto della tassazione hanno una parte rilevante nella determinazione delle diverse tipologie di contribuenti.

L’Italia ha il più alto numero di contribuenti con redditi più bassi, compresi tra gli 0 e i 10mila euro, che sono pari a circa 13 milioni di unità, un terzo del totale dei contribuenti italiani mentre in Francia, in Spagna e in Gran Bretagna la quota maggiore di contribuenti si colloca nella fascia compresa fra i 10 e i 20mila euro. L’Italia è anche il Paese con il maggior numero assoluto di contribuenti, quasi 41 milioni, che rappresentano il 70% della popolazione; una percentuale che risente in larga misura della grande quantità di partite Iva. 
Nel Regno Unito coloro che pagano l’imposta sul reddito sono poco più della metà della popolazione e in Francia quasi 8,5 milioni di contribuenti non pagano imposte per effetto del beneficio dell’aliquota zero riservata a chi ha un reddito inferiore a 9.700 euro. 
In materia fiscale, dunque, non esiste nessuna dimensione europea ed anzi prevalgono le forti disomogeneità che certo non contribuiscono a realizzare un’area economica e sociale comune. Tra regole tanto stringenti quanto fittizie e la mancanza di coordinate condivise sulle tematiche fondamentali, il Vecchio Continente sta smarrendo ogni ipotesi di futuro. 

* Alessandro volpi, Università di Pisa
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