Per chi suona la musica – Ae 47

Numero 47, febbraio 2004Dopo le librerie, continua la nostra inchiesta sul mondo dell'arte e della cultura. Il mercato globale favorisce solo ciò che si vende su larga scala. Cinque major si spartiscono una torta da 32 miliardi di dollari. Eppure…

Tratto da Altreconomia 47 — Febbraio 2004

Numero 47, febbraio 2004

Dopo le librerie, continua la nostra inchiesta sul mondo dell'arte e della cultura. Il mercato globale favorisce solo ciò che si vende su larga scala. Cinque major si spartiscono una torta da 32 miliardi di dollari. Eppure qualcosa sfugge, per bisogno e per passione: l'esperienza delle etichette indipendenti. Sperimentazione e nuove idee per bilanciare il marketing dei grandi, in un mondo che non conosce paradisi


Il
sogno di Pablo è figlio di uno scantinato. Pareti insonorizzate, doppia porta blindata, due batterie, percussioni, un computer. Ha affittato uno studio di registrazione, ci ha messo i soldi sudati durante una tournée in Francia e ci ha provato. E nato così -dopo 15 anni di una carriera musicale iniziata da adolescente- il suo primo disco: “La stirpe di Caino”, composto e suonato da Folco Orselli e la Compagnia dei cani scossi, la band di cui Pablo è il batterista.

Di storie come questa è pieno il pianeta delle “indies”, le etichette indipendenti che detengono il 25% del mercato musicale mondiale. Identikit difficile da disegnare, caleidoscopio di esperienze che vanno dalle autoproduzioni nei sottoscala (in costante aumento, grazie alla sempre maggiore accessibilità delle nuove tecnologie di registrazione) a progetti consolidati, con una storia magari anche ventennale. Babele di stili e generi: rock, world music, punk, dance, noise, jazz.

Panorama frantumato -solo in Italia esistono 600 etichette- e ad elevata mortalità: “Alcune produzioni durano lo spazio di un solo disco”, conferma Giordano Sangiorgi, presidente di Audiocoop e organizzatore del Mei, il Meeting delle etichette indipendenti che si tiene ogni anno a Faenza (Ra). Dice: “I progetti duraturi sono 3-400. È un mondo in cui, per fortuna, la musica viene ancora considerata un'arte”. Ecco, forse è questo uno dei punti chiave -dischi come espressione creativa e non solo prodotto da vendere-, quello che distingue le indie dalle major, cioè dalle grandi che controllano i giochi. Cinque su tutte: Universal, Sony, Emi, Warner, Bmg si spartiscono tre quarti di una torta che vale 32 miliardi di dollari. Le briciole agli altri.

Pericoloso generalizzare però: etichette indipendenti libere e combattive da un lato, multinazionali affariste, senza scrupoli, dall'altro. Quello della musica alternativa è uno scatolone da cui pescare di tutto, i progetti coraggiosi e validi come il furbo di turno. E non basta un nome fantasioso o poco noto a fare un'indipendente. Sotto alcune sigle, grattata l'etichetta, a volte ricompare la multinazionale. Prendete la Black Out, per cui pubblicano, per esempio, i Modena City Ramblers: in realtà è di proprietà della Universal.

Le indipendenti “vere”, ad ogni modo, tratti in comune ne hanno. Per lo meno a grandi linee. A partire proprio dalla musica intesa, si diceva, non solo come merce per ingrossare il bilancio, ma ancora come progetto culturale. Strutture leggere (che poi, tradotto, significa personale ridotto al minimo), specializzazione, maggiore interazione con l'artista.

Un abisso rispetto all'altra sponda, come spiega chi è passato per entrambe le esperienze. Stefano Senardi, padre della giovane Nun Entertainment, ha costruito quasi tutta la sua carriera all'interno delle major, fino a diventare presidente di Polygram Italia, che ha lasciato cinque anni fa dopo la fusione con Universal. Schematizza così: “In una major il 70% dell'azienda è concentrato sul marketing e solo il 30% sulla produzione artistica”. Significa che le multinazionali pompano risorse economiche notevoli nella promozione, puntando a occupare tutti gli spazi disponibili o quasi tra radio, tv e giornali. Mediamente, in pubblicità e promozione dirette se ne va il 15% del prezzo di un cd all'ingrosso (circa la metà del prezzo pagato dal cliente).

“L'obbligo di raggiungere grandi fatturati -chiarisce Senardi- in linea di massima porta a puntare su prodotti certi, piuttosto che a sperimentare. Anche se poi le eccezioni esistono”.

Si privilegia quello che potrebbe diventare la prossima hit dell'estate, il nuovo jingle da campagna pubblicitaria o il “best of” di turno. “Il problema -rincara Sangiorgi di Audiocoop- è che a volte si tratta di dischi truffa, con una sola canzone buona e per il resto schifezze per riempire il cd e venderlo a 20 euro”. Largo alle logiche commerciali dunque: “In questo modo si rischia di perdere esperienze nazionali o regionali, abbandonate solo perché, in base ai criteri di una major, non vendono abbastanza”.

Quello che porta una band o un cantante verso le indipendenti può essere questo: all'inizio è più facile accedere a una produzione underground. Ma indie non vuol dire solo esordiente. C'è chi fa il percorso a ritroso e dalla major passa al piccolo, com'è accaduto a Daniele Silvestri che ha salutato Ricordi e ha aperto la Panama Music.

Quello che le indipendenti proprio non possono permettersi -e che va ad aumentarne i costi- è la distribuzione, per cui o si affidano a distributori indipendenti oppure, se vogliono essere sicure di arrivare davvero in tutti i negozi, devono per questo appoggiarsi alle major, com'è infatti la situazione più diffusa. E in Italia solo tre indipendenti sono sia etichetta che distributore.

Il tutto dentro ad un mare dove stare a galla è sempre più difficile, perché da alcuni anni le vendite mondiali sono costantemente in calo (tra 2001 e 2002 hanno incassato un meno 7,2%, cioè 250 milioni di album persi) e tra i primi dieci Paesi solo Francia e Italia sono in buona salute. Le ragioni stanno nella musica on line scaricata gratuitamente (e in modo illegale) e nella pirateria. Parola di Pro Music (www.pro-music.org), iniziativa internazionale lanciata l'anno scorso da un gruppo di etichette discografiche e artisti per promuovere la musica online “legittima”, cioè a pagamento, e contro le masterizzazioni.

Diretta conseguenza dei prezzi eccessivi, invece, vista con gli occhi di chi i cd deve comprarli.

Per ora, a parte alcune indipendenti, solo Universal ha provato a darci un taglio: negli Stati Uniti ha messo in vendita i cd con il 30% di sconto, contro un'emorragia nelle vendite che in quel Paese ha raggiunto il 15%. E poi il compact disc, così com'è, pensato solo come mezzo d'intrattenimento, subisce la forte concorrenza di altri prodotti come i dvd (musicali e non) o i videogiochi. Insomma, il settore è a una svolta e dovrà trovare un'alternativa.

“Il problema -taglia corto Senardi- è che tra gli addetti ai lavori si discute di distribuzione, mp3, pirateria, promozione. Di tutto, tranne che di qualità del prodotto. Ci si dimentica il vero motivo per cui facciamo questo lavoro: la musica”.!!pagebreak!!

Festival di qualità, indipendenti ma non solo
2-6 marzo, Mantova. “Festival della musica”
. www.festivaldellamusicadimantova.it

Maggio, Spino di Mirandola (Mo). Musica nelle valli, indie rock. www.sodapop.it

Luglio, Arezzo. Quarta edizione dell'ormai mitico Arezzo Wave. www.arezzowave.com

9-18 luglio. Umbria jazz, il più importante per questo genere. www.umbriajazz.com

16-18 luglio, Pistoia. Blues festival, con virate rock. www.pistoiablues.com

Agosto, Urbino (Pu). Frequenze disturbate, ancora rock. www.dnaconcerti.it

27-28 novembre, Faenza (Ra). Meeting etichette indipendenti. www.audiocoop.it

Associazionidi categoria
Audiocoop. Obiettivo numero uno: promuovere la scena indipendente italiana presso istituzioni e operatori del settore, oltre a organizzare un sistema informativo capillare sull'argomento. Per questo nel 2000 è nata quest'associazione che ad oggi conta l'adesione di un centinaio di soggetti in tutta Italia. Audiocoop organizza anche l'annuale Meeting delle etichette indipendenti a Faenza (Ra).
www.audiocoop.it

Fimi. Ovvero Federazione dell'industria musicale italiana, fondata nel 1992 e associata a Confindustria, ha 100 soci tra etichette grandi, medie e piccole. Tra le altre attività, monitora le vendite di dischi, pubblicando sul suo sito le classifiche settimanali. È tra i promotori della Federazione contro la pirateria musicale. www.fimi.it

Afi. Altro affiliato a Confindustria, ma ben più longevo: l'Associazione dei fonografici italiani nasce nel 1933 dalle principali case discografiche dell'epoca. Oggi ha 144 soci e rappresenta gli interessi di piccole etichette indipendenti che lavorano soprattutto con musicisti italiani, da Fausto Leali all'Orchestra Casadei, passando per Piotta e Coro dell'Antoniano. ww.afi.mi.it !!pagebreak!!

Superfusioni annunciata (e licenziamenti)
Nella galassia musicale c'è sempre meno spazio. Colpa di fusioni ed acquisizioni. L'ultima annunciata, tra Bmg e Sony, darebbe vita a un colosso in grado, da solo, di tenere testa alla Universal, già ora al 25% del mercato mondiale. Manca l'approvazione degli organismi antitrust. Intanto Sony, pochi mesi fa, ha rivelato di voler tagliare 20 mila posti di lavoro.

Il colpaccio dei Simply Red. Ma ogni disco è un'avventura
“Ho fatto di necessità virtù”. Nun Entertainment è arrivata così, “effetto collaterale” da fagocitazione di mercato. Quando nel 1999 Universal assorbe Polygram, Stefano Senardi (foto) è presidente della controllata italiana: “Sono arrivati e hanno piazzato i loro uomini”, dice oggi. Periodo difficile, di transizione, per uno come lui che a 43 anni, dopo una vita nelle major, si trova a piedi. Poi fonda Nun, nome preso in prestito da una lettera dell'alfabeto arabo. I risultati sono arrivati in fretta. Nel 2002 la quota di mercato era “sottozero”, l'anno scorso ha fatto un balzo, con il 3,4% di presenze nella classifica italiana, un terzo della Universal (passata dal 17,8% al 13,1% nel giro di un anno), mentre al top se ne sta la Emi con un 22,3%.

Il miracolo? Essersi assicurati il nuovo cd dei Simply Red “Home”, un colpaccio che ha fruttato a Nun Entertainment (e alla band) 235 mila copie solo in Italia. “Conosco i Simply Red da una vita -confessa Senardi-, quando ero alla Wea ho prodotto io il loro primo disco”.

Struttura leggera: “Siamo in 7, ognuno con un ruolo definito, comunque tutti intercambiabili”. Questo permette una maggiore elasticità, “possiamo cambiare un progetto in corsa”. Ma comporta anche qualche affanno in più: “Con un progetto come i Simply Red siamo costretti a concentrarci tutti su quello”. Difficoltà? “Le stesse delle major. Però moltiplicate per mille”. Risorse economiche più risicate, soprattutto, “maggiore difficoltà nel raggiungere i media” come conseguenza. Più rischi: “Se un prodotto mi va male, per tappare il buco non posso contare sulle vendite di catalogo come le major”.

Produttori “virtuali”
La prima casa discografica “virtuale”. Potrebbe nascere davvero se andrà in porto il progetto Join Panama, messo in piedi da Enzo Miceli, produttore, e da Daniele Silvestri, cantautore. All'origine di tutto, anche qui, c'è un taglio netto con il mondo della grande discografia, quando la Bmg ha comprato la Ricordi, etichetta con cui uscivano i dischi di Silvestri. La scommessa finora ha pagato: il disco “Unò dué” di Daniele Silvestri, il primo uscito per Panama, ha venduto oltre 120 mila copie.

E poi c'è Join Panama, presentata l'autunno scorso: una casa discografica on line, al sito www.panamamusic.it (quando verrà attivato). Le band potranno inviare i loro pezzi, gli mp3 saranno su internet, ai più interessanti verrà offerto un contratto con promozione sul web. E alla fine di ogni anno una compilation su cd. Ma Join Panama, nelle idee di Miceli, dovrebbe diventare anche un'organizzazione a ombrello per etichette indipendenti. Finora hanno aderito una cinquantina di realtà, in estate il primo incontro organizzativo.!!pagebreak!!

Compilation belle e buone
Se amate la world music cercatela nelle botteghe del mondo. Qui troverete i cd di Putumayo, etichetta statunitense con sede a New York, che propone un catalogo molto ricco con compilation di musiche in arrivo da Caraibi, Africa, Asia, Europa. E poi reggae, blues, celtica e altro ancora.

Bei dischi con copertine disegnate dall'artista naïve Nicola Heindl e una marcia in più: una percentuale di ogni cd viene devoluta ad organizzazioni non profit. www.putumayo.com !!pagebreak!!

A una certa età si può anche scegliere: Daniele Sepe
Con le major in creatività condizionata
Dice: “Io ho una certa età, ho fatto parecchi dischi. Sono nella situazione privilegiata di poter scegliere”.

Ma le cose non vanno sempre così, assicura Daniele Sepe, cantautore napoletano (nella foto). Soprattutto per chi inizia: “In questo caso l'obiettivo è quello di firmare con una major per avere maggiore visibilità, perché la grande etichetta ha un budget elevato da spendere per la promozione”. Il problema, però, è che il contratto -se si riesce a ottenerlo- può non essere così conveniente per l'artista. A livello economico, ma soprattutto perché la casa discografica diventa di fatto l'unica proprietaria dell'opera, mentre con una indipendente si possono trovare vie alternative, come le co-produzioni, per esempio. Il caso di Daniele e dei suoi ultimi album usciti con “il manifesto”.

“E poi con un'etichetta di questo tipo hai il controllo totale sul prodotto artistico, mentre una major ti affianca sempre qualcuno”. Creatività condizionata.

Oggi Daniele Sepe ha un buon seguito, alcuni dischi hanno raggiunto risultati importanti, come “Viaggi fuori dai paraggi” che ha venduto 35 mila copie, o “Lavorare stanca”, Premio Tenco nel 1998 per il miglior album in dialetto. I primi passi però non sono stati facili.

Diplomato in flauto al conservatorio, la sua carriera musicale inizia nella seconda metà degli anni '70, quando compra il primo sassofono e, recita la biografia ufficiale, “infesta la new wave napoletana”. Per vivere suona con tutti, fino a quando nel 1991 esce il suo primo lavoro, “Malamusica”. Autoprodotto, “con i risparmi delle mille tournée”. Risultato: “Ho venduto 160 copie”. In compenso ottime critiche.

Non si perde d'animo, va avanti, pubblica ancora. Di nuovo: pessime vendite. Anni difficili, fino a metà dei '90 quando viene raccolto (“appena in tempo”) da Ninni Pascale e dalla sua indipendente Polosud. Esce “Vite perdite”, la musica cambia: “Splendide critiche ottime vendite”. L'album arriva a 15 mila copie. Inizia poi la collaborazione con “il manifesto”, continuano i mille impegni di Daniele: turnista in produzioni diverse, colonne sonore (proprio ora sta finendo quella per il film “Il resto di niente” di Antonella De Lillo, oltre al suo nuovo disco), collaborazioni varie, scrive anche la musica di “Un'altra via d'uscita”, canzone per il commercio equo sulle condizioni di vita dei campesinos nel Sud del mondo.

Ma per una grande etichetta no, non ci lavorerebbe proprio. “Dopo il Tenco sono arrivate alcune proposte, ma ho scelto di non fare dischi con loro. Anche perché mi sembrava di parlare con il mio banchiere”. E poi: “Vendendo un cd a 8 euro guadagno di più che se fossi con una major. E i loro prezzi, oggi, non sono giustificati”.

Meccanismi diversi? “La differenza è che fare un mio disco costa 10 mila euro, loro con questi soldi ci pagano le pizzette. Si tratta di ottimizzare i costi. Con le tecnologie attuali non servono studi da millle euro al giorno. Io penso che i signori delle major siano parte dell'incapacità imprenditoriale italiana”. www.danielesepe.com  !!pagebreak!!

I cd del manifesto, nati per caso (e per Berlusconi)
“La musica del 'manifesto' sono io”. Niente megalomania: semplice realtà. Al progetto dei cd del quotidiano “il manifesto” lavora solo Michela Gesualdo, coadiuvata da due persone che si occupano della distribuzione. Le particolarità del progetto sono molte, a cominciare dal fatto di essere nato per caso: “Il primo disco è stato 'Materiale resistente' tra il '94 e il '95 -conferma Michela- nato come iniziativa politica, nel contesto particolare del primo governo Berlusconi”.

Doveva essere un'esperienza spot. Invece: successo enorme, 35 mila copie vendute. “Siamo andati avanti”. E dopo dieci anni i titoli in catalogo sono ben 120, tra rock, combat folk, world music, jazz, al ritmo di una quindicina di uscite l'anno. Per il futuro si sta pensando a una struttura vera, per diventare un'etichetta a tutti gli effetti.

Altra particolarità, molto evidente, il prezzo al pubblico: 8 euro al massimo. Nessuna alchimia: i costi di produzione sono certamente ridotti all'osso, i guadagni pure: “Copriamo le spese, a volte piccoli utili ce ne sono, ma spesso li devolviamo: Sem Terra, Saharawi, Emergency”. E poi “il manifesto”, come cooperativa editoriale ha l'Iva al 4%, mentre un'etichetta normale al 20.

“Però se noi spendiamo, preventivo alla mano, 1,70 euro per cd stampandone 3 mila copie, a una major che ne stampa cento volte tanto costeranno molto meno, no?”. http://musica.ilmanifesto.it

Intervista agli Yo Yo Mundi
Sulle tracce dell'arte spontanea
Indie dal volto umano. Perché poi i meccanismi di base sono simili a quelli delle major.

Di questo è certo Paolo Enrico Archetti Maestri, voce e chitarra degli Yo Yo Mundi: “L'obiettivo è comunque quello di pubblicare il disco e di promuoverlo”. Quello che cambia, oltre ai mezzi a disposizione, sono semmai i rapporti: “Diventano più umani”. La band piemontese ha iniziato con un'etichetta indipendente, al terzo disco è passata a una major, per poi tornare sui suoi passi: “La realtà -spiega Paolo- è che non ci siamo trovati bene”. Un altro mondo: “Che non ci appartiene. Dove vige il gioco delle parti e un tasso di ipocrisia inaccettabile”.

Oggi gli Yo Yo Mundi lavorano con la Mescal, etichetta -anche lei piemontese- che produce o cura il management di artisti come Subsonica, Afterhours, Modena City Ramblers. Primo vantaggio: “Possiamo decidere insieme, con libertà, come lavorare sui progetti”.

Talmente tanta libertà che il nuovo disco fresco di stampa (“54”, ispirato all'omonimo libro di Wu Ming) hanno deciso di farlo uscire con i cd del “manifesto”. “Perché è un progetto diverso dagli altri -dice Paolo- dove non c'è solo musica, ma anche qualche brano del libro recitato da attori. Era giusto, secondo noi, che venissse distribuito anche in canali alternativi, come le librerie”.

Ma attenzione, le indipendenti non sono il paradiso della musica: “Non deve passare il messaggio che indipendente significhi purezza e coerenza. I casi esistono, ma la cosa non è automatica. A volte la parola 'indipendente' è un marchio, fa comodo”.

Così è vero, per esempio, che anche a livello contrattuale le cose vanno meglio che con le major (perché l'atteggiamento non è quello di un etichetta che ha sempre il coltello dalla parte del manico), “però i furbi esistono ovunque, anche in questo settore”.

Ormai maturi “per vivere la vita con un altro tipo di responsabilità”, hanno deciso di buttarsi, anche loro, nella produzione: “In 14 anni di attività abbiamo conosciuto parecchi gruppi della realtà underground che facevano fatica a far uscire i loro dischi”.

Così, a fine 2001 hanno fondato la Sciopero Records, che pubblica un paio di titoli l'anno. Regole chiare: valorizzare le “tracce di musica spontanea” troppo spesso ignorate, promuovere gli artisti senza spreco di energie e risorse, offrire un'organizzazione elastica per seguire il percorso artistico “in ogni sua fase con attenzione e passione”. In futuro, chissà: magari anche una rete di distribuzione autonoma, per i dischi della Sciopero.

Per aiutare la musica, continua Paolo, per far sì che diventi anche lei un po' più equa e solidale, bisognerebbe innanzitutto riuscire a contenere i prezzi. “E poi tornare a scambiarsi i dischi”. Ma non per masterizzarli: “Facendolo alla fine quello che paga è la qualità, si continua ad ascoltare quello che viene pubblicizzato di più, quello che ci viene calato dall'alto secondo logiche commerciali e si alimenta comunque un certo tipo di industria”. Dalla parole ai fatti, però: “Se continuiamo a subire ma non proponiamo nulla di alternativo, allora ci meritiamo i vari Bush e Berlusconi”. www.yoyomundi.it e www.scioperorecords.it !!pagebreak!!

Le storie meticce di Folco
Dita incrociate, questa potrebbe essere la volta buona. Folco Orselli e la Compagnia dei cani scossi il primo album “La stirpe di Caino” se lo sono autoprodotti, Folco responsabile della composizione, il batterista Pablo Leoni della produzione esecutiva. Punto di arrivo dopo 15 anni di un percorso artistico originale per un disco “meticcio”, tra musica d'autore, blues, jazz e storie di quotidiana marginalità.

Ad Altreconomia è piaciuto e per questo ha deciso di “distribuirne” una parte delle copie stampate, attraverso apposite scatole regalo.
Ma “La stirpe di Caino” è anche un nuovo punto di partenza. Folco e la sua band sono stati notati, durante una delle mille esibizioni dal vivo, dal regista Silvio Soldini che li ha inseriti nel suo ultimo film “Agata e la tempesta”, in uscita a febbraio, nel ruolo di se stessi, con loro canzoni nella colonna sonora. E poi, imminente l'uscita del loro nuovo album, questa volta con tanto di contratto firmato con Lifegate (
www.lifegate.it).

Infine, con un gruppo di musicisti e attori milanesi nel 2001 Folco ha dato vita al progetto del Caravanserraglio, uno spettacolo (di più: un “movimento musicale”) in scena ogni lunedì sera al circolo La Casa 139, a Milano, e poi itinerante in diverse occasioni. Musicisti e attori si alternano sul palco proponendo le loro storie e, ogni quindici giorni, la serata è interamente dedicata a uno di loro e agli ospiti che non mancano. Info: www.ilcaravanserraglio.it

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