Pensionati di serie A e serie B

Se crescerà il numero dei lavoratori flessibili e la durata di questa loro condizione lavorativa, aumenterà anche lo squilibrio previdenziale tra precari e lavoratori a tempo indeterminato.
Un esempio e qualche calcolo per capire perché la pensione forse la non vedremo mai.
di Stefano Rosignoli

Da tempo si parla di crisi del sistema previdenziale e diversi interventi legislativi sono stati presi per arginare il problema: nel 1995 in Italia il sistema di calcolo della pensione è passato dal metodo retributivo che conteggiava la pensione in base agli ultimi redditi al metodo contributivo basato sulla quantità e valore dei contributi versati nella vita lavorativa.
In questi ultimi due anni è stata poi intrapresa la strada che porta ad un’innalzamento dell’età del pensionamento. Nello stesso intervallo di tempo (gli ultimi 5/10 anni)  si è assistito parallelamente al crescere della flessibilità lavorativa, flessibilità (si dice) che porta vantaggi alle imprese ed ai lavoratori e che garantisce una maggiore reattività del sistema economico. 
I due fenomeni precedentemente indicati sono sicuramente concatenati tra loro sotto molti aspetti, questo articolo, a titolo di piccola provocazione, ha intenzione di mostrare in modo forse superficiale ma sicuramente schietto e diretto uno di tali aspetti ed in particolare  lo squilibrio previdenziale che si andrà a creare se, ferme restando le norme giuridiche attuali, dovesse crescere il numero dei lavoratori flessibili e la durata di questa loro condizione lavorativa. 
La crescita dei contratti di lavoro flessibile è stata voluta dalle imprese (sicuramente più che dai lavoratori) soprattutto perché questi tipi di contratti riducono notevolmente il costo del lavoro.
Per spiegarci meglio mostriamo sinteticamente la composizione di una generica busta paga. 

RETRIBUZIONE MENSILE LORDA
– CONTRIBUTI PREVIDENZIALI A CARICO DEL LAVORATORE
– IMPOSTE SUL REDDITO
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RETRIBUZIONE MENSILE NETTA

Indipendentemente dal suo contratto nella busta paga di un lavoratore dipendente figura sempre la RML (RETRIBUZIONE MENSILE LORDA, al lordo dei contributi previdenziali delle imposte sul reddito a carico del lavoratore). Ciò che distingue in modo particolare i lavoratori “fissi”   da quelli “precari” è l'aliquota dei contributi previdenziali calcolati sulla retribuzione mensile lorda.
Ad esempio approssimativamente accade che per i lavoratori “fissi” tale percentuale è in media del 33% della RML di cui 2/3 a carico del datore (che non appaiono in busta paga) ed 1/3 è a carico del lavoratore che appaiono tra le trattenute in busta paga. Per i lavoratori “precari” tale percentuale varia al variare del contratto, ad esempio per i lavoratori a progetto è in media il 14% della RML di cui 2/3 a carico del datore di lavoro ed 1/3 (trattenute sulla RML) a carico del lavoratore dipendente. Le imposte in linea di massima agiscono in funzione del reddito annuo complessivo e non del tipo di contratto. 
Il metodo contributivo di calcolo della pensione assimila gli enti previdenziali a delle imprese di assicurazione  alle quali vengono pagati dei premi mensili (contributi) e dopo l’età del pensionamento ci viene restituita una rendita mensile per tutta la vita. E chiaro che il valore della rendita sarà proporzionato ai premi (contributi) versati durante la vita lavorativa: a contributi bassi corrisponderanno pensioni basse e viceversa per contributi elevati. 
E' ovvio che gli enti previdenziali  (fortunatamente) non sono imprese di assicurazione e i soldi che utilizzano per pagare le pensioni non sono quelli accantonati dai dipendenti nella loro vita lavorativa (in genere le pensioni di oggi vengono pagate con i contributi incassati oggi). Tuttavia dal punto di vista contabile l'equilibrio sopra descritto (valido nel caso delle imprese di assicurazione) deve in minima parte essere garantito altrimenti vi sarà un momento in cui il sistema andrà in crisi.[pagebreak]
ESEMPIO
A titolo di esempio ho considerato due lavoratori nati entrambi nel 1973 entrati a lavorare a 28 anni che andranno in pensione a 65 con una retribuzione mensile lorda di 1400 euro, ho poi considerato che il primo dei due lavoratori abbia un contratto a tempo indeterminato (lavoratore stabile) ed il secondo abbia un contratto di collaborazione coordinata a progetto (lavoratore precario). 
Ho supposto la seguente percentuale di contribuzione previdenziale (approssimativamente simile alla condizione reale):
– Lavoratore fisso: Contributi 33% del RML (2/3 a carico deldatore, 1/3 a carico del lavoratore)
– Lavoratori precario: Contributi 14% del RML (2/3 a carico deldatore, 1/3 a carico del lavoratore)

Ho supposto una aliquota di imposizione fiscale del 23% (costante negli anni e uguale per entrambi).
Per semplificare la trattazione ho supposto l’evoluzione a prezzi costanti (tasso di inflazione pari a 0 nel tempo), ho supposto che non vi siano scatti di anzianità per nessuno dei lavoratori (lo stipendio non cresce nel tempo).
Ho supposto che la rivalutazione dei fondi previdenziali (gli interessi che le imprese di assicurazione garantirebbero ai sottoscrittori di un fondo pensione sia del 2%). Abbiamo infine supposto che la durata media di vita sia di 80 anni. Dopo il pensionamento non saranno più pagati contributi (rimarranno le imposte). 
RISULTATI

Valori annuali in euro

stabile

precario

differenza

 

 

 

Precario-Stabile

DURANTE LA VITA LAVORATIVA

 

 

 

la retribuzione annuale lorda è (13 mensilità)

18,200

18,200

0

i contributi a carico del lavoratore sono

2,042

866

-1,176

i contributi a carico del datore sono

3,964

1,682

-2,282

le imposte dirette sono

(23%) 3,716

(23%) 3,987

270

Il reddito annuale netto è

12,442

13,347

905

 

 

 

 

DOPO IL PENSIONAMENTO

 

 

 

la pensione lorda sarà

25,257

10,715

-14,542

le imposte dirette saranno

(23%) 5,809

(15%) 1,607

-4,202

la pensione annua netta sarà

19,448

9,108

-10,340

E’ interessante notare le differenze tra i contributi a carico del lavoratore e del datore di lavoro (pari a –1.176 e –2.282), queste differenze indicano il vantaggio economico per il lavoratore e per il datore di lavoro nel sottoscrivere un contratto precario. Durante la vita lavorativa il precario ha un vantaggio di 905 euro annue nette, a scapito però di 10.340 annue euro dopo il pensionamento.

COMMENTO
Dopo il pensionamento il lavoratore fisso avrà una pensione di 1.621 (19.448/12) euro mensili, quello precario di 759 euro mensili, tutto questo a fronte di una spesa di consumo media per persona pari a 1042 euro mensili.
(Si considera che la spesa media annuale di una persona è pari a 12500 euro ed a prezzi costanti e in assenza di variazioni di reddito, rimarrà tale anche in futuro). 
Questo è ciò che accadrebbe se gli enti previdenziali fossero delle imprese di assicurazione private. Fortunatamente questo non accade però l'equivalenza attuariale deve ugualmente essere mantenuta ed in uno scenario di questo genere, può accadere o che molti che sono ora lavoratori precari non riusciranno a pagare le spese mensili oppure il sistema previdenziale collasserà.     

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