Pensieri e bandiere – Ae 20

Numero 20, settembre 2001“Voi G8, noi 6.000.000.000!”. Il biglietto da visita del Gsf è stata la frase più gettonata nel capoluogo ligure. Genova per una settimana è stata anche la capitale degli slogan sui muri, sulle magliette, sulle bandiere. E…

Tratto da Altreconomia 20 — Luglio/Agosto 2001

Numero 20, settembre 2001

“Voi G8, noi 6.000.000.000!”. Il biglietto da visita del Gsf è stata la frase più gettonata nel capoluogo ligure. Genova per una settimana è stata anche la capitale degli slogan sui muri, sulle magliette, sulle bandiere. E dietro a ogni bandiera, riassunto in ogni slogan gridato o scritto ci sono gruppi, partiti politici e ricette per cambiare il mondo. Davvero tanti, e con idee anche molto diverse tra di loro. Il conto finale di quelli che hanno sottoscritto il patto di lavoro del Genoa Social Forum (www.genoa-g8.org/doc-ita.htm) parla di 1187 gruppi aderenti (talvolta organizzazioni locali di realtà nazionali), 172 stranieri.

Le formazioni comuniste, socialiste o rivoluzionarie, e il rosso delle bandiere, sono state ben visibili a Genova, a cominciare da Rifondazione comunista. Ma rivedremo spesso anche le bandiere (e i cartelli) con il pugno chiuso giallo su sfondo rosso degli inglesi del Socialist Worker Party (Swp) e gli slogan che variano a seconda del corteo. A quello dei migranti leggiamo “Aprite le frontiere. I rifugiati qui sono i benvenuti”, ma diversa è l'impostazione da venerdì, quando l'Swp proclama in coro che esiste solo “Una soluzione: rivoluzione” e poi “Resisti, rivolta, fotti il capitalismo”. Su tutti l'invito finale era “Unisciti alla resistenza”.

Trasversale invece lo slogan “Il nostro mondo non è in vendita”.

Rosse anche le bandiere del Kke, il partito comunista greco, e quelle del TiKB, l'Unione comunista rivoluzionaria turca, una formazione che in rete viene definita come “piccolo gruppo di guerriglia urbana”. Il simbolo giallo su drappo rosso potrebbe confermare: falce, martello e mitra. Un loro slogan, scritto sull'asfalto, era: “Resistance mondiale contre l'attace globale”.

Visibili anche le bandiere dei Cobas e di Attac, che ha “violato” la zona rossa con palloncini con su scritto “Hate G8” e “Stop G8”, mentre sulla rete metallica è stato appeso lo striscione: “Danone sponsor di questa gabbia”.

Bandiere storiche quelle dei Verdi (verde con il sole che ride) e Legambiente (gialla con cigno verde). L'Arci, invece, ha portato in strada una riproduzione del quadro “Il quarto stato” di Pelizza da Volpedo. “Il quarto stato in marcia -spiega Massimiliano Morettini- ricorda che l'elemento centrale della nostra partecipazione è il cammino verso la giustizia e i diritti”.

Di grande impatto visivo le mani bianche della rete di Lilliput (“il popolo delle mani bianche”), ma anche lo striscione che precedeva: i mondi alati accompagnavano la scritta “Per un'economia di giustizia”, mentre uno striscione multicolore assicurava che “Un mondo diverso è possibile”. Anche le magliette di alcuni lillipuziani hanno tentato di portare in piazza dei contenuti: “Lottiamo contro la miseria”, “Garantire i bisogni primari”.

Già dal corteo dei migranti di giovedì 19 erano presenti bandiere rosse e nere: sono quelle della Fai, la Federazione anarchica italiana. Tra gli slogan: “Servi di nessuno, padroni di niente, all'arrembaggio del futuro”. E ancora al corteo dei migranti c'era un grappolo di bandiere curde (“Ocalan libero!”), una bandiera peruviana con intorno rappresentati del Paese, uno striscione giallo con scritte in arabo del gruppo di Attac Tunisie e uno striscione blu della Associacion madres de plaza de Mayo, le madri dei desaparecidos argentini, che sostenevano che “La unica lucha che se pierde es la que se abandona”.

Gli slogan dei migranti: “Non c'è vita senza libertà”, “Né padroni, né frontiere”, “Capitali tassati, migranti liberati”. E poi “No border no nation”, programma del gruppo di teatranti che giravano per Genova con tuta ed elmetto arancione con sopra la scritta G8 barrata.

Aggressivi quelli di Aarrg? No, l'acronimo francese significa “Rete apprendisti agitatori per la resistenza globale”.

“La rivoluzione è una festa” è il cavallo di battaglia del blocco rosa, quello degli artisti e dei creativi, mentre la strategia è la “Frivolezza tattica”.

La Marcia delle donne sfila “Contro la povertà, la violenza e la guerra”, mentre per giorni lo striscione rosso “La terra è di tutti” è rimasto appeso a un distributore di benzina senza che nessuno lo spostasse.

“Cancella il debito” copriva in quattro lingue la facciata del santuario di Boccadasse, mentre di debito ecologico si occupavano gli ecuadoregni di Acciòn Ecologica: “Debito ecologico: chi deve a chi?”. Sottinteso: questa volta è al Nord che tocca pagare.

Da venerdì, con i black bloc sono comparse anche bandiere nere in brevi e improbabili sfilate e danza rituali prima del lancio delle molotov.

A scontri conclusi sui muri sono affiorate scritte a vernice spray di gruppi anarchici o insurrezionalisti. Una breve carrellata: “Distruzione globale contro il capitale”, “Fuoco alle galere” firmato con l'A cerchiata degli anarchici e di fianco Cc=Ss (cioè carabinieri uguale Ss), “Vendikare Karlo” più stella a cinque punte, “Criminal. Fight. Punk. Islam. Pienne paranoica” sul muro di una banca, “Abolire il commercio. Sì, odia il lavoro” scritto in inglese su un supermercato da poco saccheggiato.

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Il lato black dei rosa

La parola d'ordine è “frivolezza tattica” perché la rivoluzione -ti assicurano- “è un party”. Sono quelli del blocco rosa, i “pink”, una delle forme più colorate del movimento antiglobalizzazione. Ma da dove arrivano, che cosa fanno e, soprattutto, perché l'impressione è che dove ci sono i pink prima o poi arrivino anche i black? A Genova questa è stata la preoccupazione di molti gruppi italiani organizzati per le azioni dirette non violente: fra martedì 17 e giovedì 19 luglio, alcuni pink li hanno contattati per accodarsi alle loro azioni. Ma i dubbi sono stati molti.

Ecco quel che dicono di sé i pink. “Siamo artisti -spiega Joe Mama, nome d'arte come tanti pink-, ed esprimiamo noi stessi attraverso l'arte. E portiamo l'arte nel nostro attivismo”. Nel blocco rosa ci sono clown, attori di strada, scrittori e poeti. Joe Mama, per esempio, fa parte del Cyclown circus, un circo su due ruote: ad agosto hanno fatto tappa in Danimarca, nei campi della Croce rossa per i rifugiati, organizzato spettacoli per i bambini. “Ecco, questo è il nostro attivismo”. Il nome del blocco arriva dalle dimostrazioni di Praga. Qui i manifestanti sfilavano in tre diversi cortei caratterizzati ognuno da un colore: giallo i non violenti, blu i violenti, gli artisti in quello rosa.

“Di solito -continua Joe- ci incontriamo dove si tengono le grandi manifestazioni contro la globalizzazione”. Perché, spiegano i pink in un documento preparato per Genova, “denunciamo la brutalità di capitalismo, patriarchia, razzismo e di tutte le forme di oppressione e dominazione”.

I rosa si definiscono non-violenti: “Vogliamo ridurre l'aggressività al minimo con l'immaginazione, la samba, l'arte, giocando con lo spazio (e con la polizia)”. Da poco, spiega Joe Mama, è stato preparato un manifesto che mette tutto nero su bianco: “Dice che non provochiamo la polizia in alcun modo e incoraggia chi vuole dimostrare in modo violento a farlo in un altro 'blocco' (coi neri o con le tute bianche)”.

Ma che fare in caso di cariche della polizia o attacchi dall'esterno? Anche questo è stato deciso nelle grandi assemblee organizzative che si tenevano al Convergence Center o al Media Center del Gsf. A Genova i “creativi” si sono divisi: stesso corteo (da piazzale Kennedy verso piazza Marsala), approcci diversi: “In realtà i blocchi erano due -spiega Starhawk, californiana- ed entrambi si consideravano non-violenti. I 'pink' avevano deciso di non difendersi in caso di attacco della polizia, i 'silver' sì. Ad ogni modo la parola 'nonviolento' sta subendo una ridefinizione nel movimento di oggi”.

In piazza Marsala, una ragazza armata di corda e moschettone ha cercato con altri di tirar giù la barriera di ferro che chiudeva la zona rossa in quel punto… “Ma tirar giù una barriera è un gesto simbolico -commenta Venus Rocking, irlandese, capelli lunghi di un bel rosa acceso-. La vera violenza è quando otto persone continuano a permettere che il pianeta e le persone possano morire”. Lei, per tutta risposta, venerdì 20 se n'è andata in giro per le strade delle città con un grande cuore rosa di cartone, bordato di piumini in tinta, con su scritto: “Smettetela di uccidere i nostri bambini”.

Esistono contatti tra i pink e i black? Difficile dirlo. Ecco quanto scrive, nel forum anarchico di “Contropotere”, il 4 agosto, una “individualità” del black bloc.

“Per fare un esempio, il 'black bloc' di Genova la sera prima di venerdì è stato contattato dal pink bloc, che esisteva in maniera minoritaria in questa manifestazione e che si chiama Tactical Frivolity, il quale ci ha chiesto di unirci ad un certo punto sul loro percorso sapendo benissimo chi noi eravamo. I Tactical Frivolity sono persone che fanno uno pseudoscudo intorno al black bloc per consentire loro di uscire e di rientrare all'interno del corteo, e di non essere individuati come blocco tutto nero con i caschi dalla polizia, che viceversa lo vedrebbe lontano due miglia. Queste sono realtà assolutamente contro le istituzioni: ad esempio i Tactical Frivolity che abbiamo incontrato a Genova (in cui ci sono soprattutto molti americani) quando hanno visto come si comportava il Gsf sarebbero andati a prenderli a schiaffi. Questi hanno la frivolezza come tattica, e rifiutano l'uso della violenza ma da parte loro, però non sono contro il fatto che ci siano azioni dirette che vengano comunque svolte […]. E tutti sicuramente rivendicano forme di azione diretta e all'interno del black bloc comunque girano i pink bloc, nel senso che non fanno le stesse riunioni ma i contatti sono forti”.

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