Opinioni

Paternità obbligatoria

Accettare come “naturali” i ruoli che si formano in casa, senza considerare il lavoro domestico e quello di cura come responsabilità condivisa, aumenta la disuguaglianza. Qualche buona legge aiuterebbe _ _ _
 

Tratto da Altreconomia 144 — Dicembre 2012

Ad un convegno, qualche anno fa, Andrea Ichino, autore insieme ad Alberto Alesina del libro “L’Italia fatta in casa. Indagine sulla vera ricchezza degli italiani”, mi disse: “Inutile che continuiate a parlare dell’uguaglianza sul lavoro: senza l’uguaglianza in casa non l’avrete mai”.
Da allora osservo con attenzione come il mondo femminile si muove in modo contrastante su questi temi. I convegni e gli incontri si concentrano sempre e solo esclusivamente sul lavoro che si svolge sul mercato e sono rarissime le richieste di politiche sociali per l’uguaglianza che abbiano come obbiettivo quello di incentivare il lavoro domestico degli uomini.
In un articolo pubblicato nell’ambito della conferenza Onu lo scorso ottobre da un’economista argentina, Taluana Wenceslau Rocha, si evidenzia, invece, come al centro di ogni politica volta a promuovere l’uguaglianza di genere sia indispensabile smontare la “naturalizzazione” delle differenze di ruolo all’interno della famiglia. L’autrice sottolinea che ritenere naturali le attitudini al lavoro domestico e alla cura delle donne sia l’elemento fondante della diseguaglianza. Al contrario, sarebbe necessario superare la presunzione della naturalità per fare diventare il lavoro domestico ed il lavoro di cura responsabilità condivisa, di donne, uomini, Stato, società e mercato.
Declinato all’italiana l’articolo ci invita ad abbandonare il mito della mamma. Per raggiungere l’eguaglianza in casa, il che è elemento indispensabile per ottenere l’eguaglianza fuori casa, e contemporaneamente incrementare il valore sociale di quei lavori svolti ovunque soprattutto da donne. 
Una delle politiche che viene ritenuta centrale per capovolgere questo paradigma culturale è l’introduzione di congedi parentali obbligatori e alternati, nel senso che non deve essere possibile per il padre prendere congedo dal lavoro contemporaneamente alla madre. I congedi parentali sono lo strumento principe dello Stato a protezione del ruolo riproduttivo della società. In Italia, nonostante una legge avanzata, solo il 9,37% dei padri ne usufruisce, mentre in Norvegia, primo Paese al mondo a introdurre quote di congedo parentale dedicate ai padri nel 1993, nel 2011 ne ha usufruito il 97% dei padri.
Rendendo il congedo parentale obbligatorio anche per i padri, potrebbe forzarsi questa resistenza. In primo luogo si ridurrebbe la scelta sull’uomo dei datori di lavoro, in quanto attualmente tutte le statistiche dimostrano che la prospettiva di una gravidanza scoraggia il datore di lavoro dall’assumere una donna, facendo spesso preferire il candidato solo perché maschio. Inoltre potrebbe ribaltarsi la convinzione diffusa che le donne siano naturalmente più adatte a certe mansioni. Infine, contribuirebbe a modificare l’ambiente familiare, dove si impartisce la maggior parte dell’educazione informale che costruisce gli stereotipi di genere nella nostra società.
Qualcosa indubbiamente si muove anche in Italia. La Regione Piemonte ha lanciato una campagna a sostegno del congedo di paternità: “Papà a tempo pieno? Una scelta ripagata” recita l’efficace slogan.
Smettere di sottolineare il ruolo insostituibile delle madri, ponendo l’accento sull’importanza del ruolo dei genitori, è un cambiamento culturale che porterebbe il ruolo paterno sullo stesso livello.
In Italia sarà un lavoro duro e difficile, anche perché la rilevanza della figura sociale della mamma è profondamente radicata nella nostra cultura. Anche tra donne giovani, spesso vittime di discriminazione sul lavoro, il mito della mamma come unica capace di avere cura dei figli fatica a sparire. Recentemente è stato scritto molto sull’attività delle mamme sul web, ma molti di questi siti gestiti da mamme e dedicati alle mamme, sembrano spazi di auto ghettizzazione.
Portare il ruolo paterno allo stesso livello di quello materno deve essere un obiettivo. Nella sfera pubblica è indispensabile chiedere che la legislazione europea, che ha introdotto il congedo obbligatorio anche per i padri, venga recepita al più presto anche in Italia e in quella privata bisogna lavorare molto in quell’ambiente dove nella società italiana le donne continuano ad avere un enorme potere: la famiglia. All’interno delle mura domestiche un primo passo potrebbe essere smettere di affermare che oggi gli uomini “aiutano”: cambiare le parole che usiamo è un primo passo per crescere generazioni che saranno in grado di pensare a un padre importante e determinante, e non di supporto, nell’educazione e nella cura. —
 

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