Approfondimento

Pacchetto digitale

La presunta (e obbligatoria) “tv del futuro” non aumenterà il pluralismo, ma la pubblicità. A spese dello spettatore-contribuente La chiamano rivoluzione o cambiamento epocale, ma di rivoluzionario ha ben poco. Di epocale c’è solo un duplice impatto: quello sui portafogli…

Tratto da Altreconomia 110 — Novembre 2009

La presunta (e obbligatoria) “tv del futuro” non aumenterà il pluralismo, ma la pubblicità. A spese dello spettatore-contribuente

La chiamano rivoluzione o cambiamento epocale, ma di rivoluzionario ha ben poco. Di epocale c’è solo un duplice impatto: quello sui portafogli e quello sull’ambiente, mentre poco pluralismo verrà portato alla televisione italiana i cui equilibri rimarranno sempre gli stessi grazie anche allo strapotere di Mediaset sul mercato pubblicitario. Il passaggio della televisione italiana dall’analogico al digitale ce lo stanno facendo inghiottire come la pillola indorata dalle direttive europee, un costo necessario per entrare veramente nel nuovo millennio. Ad ogni costo: in tempi di crisi e di cinghie strette, l’Adiconsum ha calcolato che il prezzo per “adattarsi” al digitale terrestre per ogni famiglia italiana oscilla fra i 100 e i 150 euro. Secondo l’Auditel, già ad agosto scorso le 8,5 milioni di famiglie, pari a circa il 30% del totale, erano dotate di “decoder”, la scatola magica che permetterà a chiunque di sopravvivere allo “switch over” e allo “switch off”, rispettivamente la fase di passaggio, in cui coesistono sia il vecchio segnale analogico sia il nuovo digitale (ma senza Rai 2 e Rete 4 godibili, esclusivamente su digitale), e la fine totale del “medioevo analogico”, fissata per la fine del 2012 con passaggi regione per regione (vedi box). Buona parte dei “tele possessori” ha approfittato dell’era digitale per cambiare il televisore, il resto invece acquistando direttamente il decoder da  applicare al vecchio. Secondo DGTVi, un’associazione nata su iniziativa di Rai, Mediaset e La7 per “diffondere il digitale terrestre”, nel solo mese di dicembre dello scorso anno sono stati venduti 677mila televisori con decoder integrato e 207mila box esterni. Già alla fine del 2008 erano 12 milioni gli apparecchi per ricevere nuovo segnale venduti negli ultimi due anni. Un costo per l’ambiente disastroso: solo a settembre, l’Amiat, l’azienda multiservizi di smaltimento rifiuti che opera a Torino (città coinvolta nel passaggio al digitale), ha ricevuto quasi 2.000 telefonate per il ritiro di vecchi televisori, e poi ci sono quelli portati in discarica dai cittadini o abbandonati al cassonetto. Un prezzo collettivo ingente, senza contare gli ingenti investimenti delle televisioni private e pubblica: il presidente Rai Paolo Garimberti ha promesso lo stanziamento di 700 milioni euro nei prossimi anni per l’innovazione tecnologica; Mediaset, invece, dal 2003 ha investito nell’inevitabile passaggio 1,7 miliardi di euro, per digitalizzare le frequenze e per acquistare nuovi contenuti. Per non perdere il treno pubblicitario, la vera benzina delle televisioni private, l’azienda di famiglia Berlusconi ha creato una società apposita, la “Digitalia ‘08”, di proprietà di Publitalia ‘80, la gallina dalle uova d’oro del Biscione. Si tratta, secondo il presidente e amministratore delegato di Publitalia Giuliano Andreani, dell’“unica struttura di vendita specializzata nella raccolta sul digitale terrestre in Italia”. Quella del pubblicitario sul digitale terrestre è una partita ancora tutta da giocare insieme all’espansione nel nostro paese. Già nel 2008, secondo i dati dell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom), i ricavi pubblicitari del digitale terrestre sono cresciuti del 31,6%, ma rappresentano ancora una cifra irrisoria (11,6 milioni di euro) dell’intero mercato tutt’ora gravitante intorno al vecchio analogico (3,6 miliardi). I soggetti sono gli stessi, ma la concorrenza aumenta peraltro in tempi di vacche magre. Gli ultimi dati elaborati dallo Studio Nielsen sulla raccolta pubblicitaria dei mezzi di comunicazione italiani parlano chiaro: nel periodo gennaio-agosto 2009 c’è stato un crollo del 16,4% degli investimenti pubblicitari in relazione allo stesso periodo del 2008 (da 6,3 miliardi a 5,2), anche se di questo crollo ha subito i danni maggiori la stampa (-23,9%) rispetto alla televisione (-13,9%). Alle aziende conviene indirizzare le minori risorse pubblicitarie al video, che è predominante e grazie alla legge dell’ex ministro Maurizio Gasparri (nella foto) raggranella molte più risorse, in particolare le televisioni private di Berlusconi (vedi Ae 102). E anche grazie alla pubblicità, nel passaggio al digitale, il predominio delle poche reti in mano ad un solo soggetto non sarà minato. Perché la geografia televisiva rimarrà quasi immutata nonostante la procedura di infrazione avviata dalla comunità europea contro le soluzioni previste dalla legge Gasparri del 2004 resti ancora aperta. Ciò che non piace all’Antitrust europeo è la posizione di monopolio che la transizione al digitale terrestre mantiene immutata, a detrimento di altri, come la tv Europa7 dell’imprenditore Francesco Di Stefano, quella che nel 1999 vinse la gara per l’aggiudicazione delle frequenze analogiche a danno di Rete 4, e che attende ancora da dieci anni di poterle avere. Eredità della legge Gasparri che, ricordiamo, ha introdotto il S.i.c. (Sistema intregrato delle comunicazioni), che fissava il tetto massimo dei ricavi pubblicitari (il 20% di un mercato che vale 26 miliardi di euro) di un solo proprietario (fra stampa, editoria, televisioni, radio, internet, cinema, pubblicità), senza contare le televisioni a pagamento. Due sono gli argomenti forti dei paladini del digitale terrestre: la qualità delle immagini che la nuova tecnologica porterà e la vasta gamma di canali a disposizione che significherebbe più pluralismo. Se la prima è vera, anche se rimane il problema dei territori, soprattutto montani, non coperti dal segnale (ma Rai e Mediaset si stanno organizzando con il satellitare gratuito, vedi box a p.42), la seconda è meno vera: i canali in più ci saranno, ma i “mux” (il “multiplex digitale”, contenitore che ospita i canali di ciascun operatore) sono stati assegnati con le stesse proporzioni dell’analogico: due a Mediaset, due alla Rai, due a La7 e uno a Rete A, il cui canale in analogico è All Music (mentre in digitale ospita anche Repubblica Tv, France 24 e Second Tv) in mano al gruppo Espresso di De Benedetti e sui cui pare si siano scatenati gli appetiti di Sky ancora a digiuno di canali non satellitari. Secondo le direttive stabilite dall’Agcom, di tutti questi canali (ogni “mux” ne può ospitare anche diversi), solo cinque reti andranno a gara, tre delle quali saranno riservate ai nuovi entranti e due aperte a tutti gli acquirenti. Poco di nuovo quindi, a meno che qualche governo non cambi la legge e i tetti fissati. Ma per ora la loro televisione è salva.

Le date della transizione
Il passaggio dall’analogico al digitale avviene in due fasi: lo “switch over”, in possibile ancora vedere la tv senza accorgimenti ma senza Rai 2 e Rete 4, e lo “switch off”, in cui invece per guardare qualsiasi canale è necessario un decoder digitale. Lo “switch off” definitivo avverrà alla fine del 2012, secondo quanto fissato dai piani dell’ultimo governo Prodi che ha individuato un calendario progressivo per regione. Nel 2008 ha coinvolto la Sardegna, nel corso di quest’anno è stata la volta prima della Valle D’Aosta e in questi mesi del Piemonte Occidentale, Trentino Alto Adige, Lazio e Campania. Nel primo semestre del 2010 toccherà a Piemonte Orientale e Lombardia, poi da luglio a Emilia Romagna Veneto (con Mantova e Pordenone), Friuli Venezia Giulia e Liguria. Il 2011 segnerà lo sbarco alla nuova era di Marche Abruzzo, Molise, Basilicata e Puglia e, infine, nel 2012, Toscana, Umbria, Sicilia e Calabria

La partita di Sky
L’allargamento a tre del monopolio televisivo italiano si gioca fra terra e cielo, fra digitale e satellitare. A togliere terreno, per ora non molto, sotto i piedi dei monopolisti protagonisti di quella che viene definita “anomalia italiana” è, come noto, il magnate Rupert Murdoch. Lo “squalo”, proprietario dell’enorme gruppo News Corporation che detiene il 100% di Sky, nel mondo è stato ed è il protagonista di concentrazioni editoriali enormi. Ma in Italia è visto come l’ancora del pluralismo e il suo potere è cresciuto molto nel 2008 insieme all’espansione della televisione a pagamento. Secondo i dati dell’Agcom, lo scorso anno il satellitare ha raccolto ben il 30,4% dei ricavi complessivi (fra canoni, pubblicità e pay-tv), con un aumento del 10% a fronte di un calo della televisione analogica dello 0,7%. Un giro di affari di 2,6 miliardi di euro, più o meno la metà di quello della televisione “normale” in fase di passaggio al digitale. Lo scarto fra Sky, Mediaset e Rai si gioca sul tipo di entrate. Mediaset significa pubblicità, Rai pubblicità e canone, Sky abbonamenti televisivi. Solo il 14% delle entrate della tv satellitare sono infatti provenienti da inserzioni, mentre si rafforza la leadership della tv a pagamento che ha raccolto nel 2008 2,4 miliardi di euro (Mediaset è ancora indietro). La partita si gioca per ora quindi sull’espansione territoriale, parabola per parabola, dal momento che fino al 2013 Sky non potrà avere la sua televisione “normale” (in digitale terrestre, che allora sarà completato). L’Antitrust europeo, nel 2003, ai tempi della fusione fra Telepiù e Stream che dette vita a Sky, autorizzò la sua posizione a patto che stesse lontano da ogni piattaforma tv terrestre fino al 2012. Ma lo squalo non sta mai fermo. A dicembre Sky metterà sul mercato una chiavetta Usb che permetterà di vedere con un solo decoder e un solo telecomando la tv satellitare e l’offerta digitale gratuita. Una promozione che ha l’obiettivo di far rimanere i clienti in passaggio al digitale nel mondo a pagamento di Sky e che preoccupa Mediaset. Resta poi aperta la partita dell’interessamento del magnate per il multiplex digitale di Rete A, la tv del gruppo Espresso che vale oro ed è stata rilevata da De Benedetti nel 2004 per 115 milioni di euro. Non sarebbe la prima volta che l’ingegnere fa affari con il padrone di Sky. Nel 1988 il patron del gruppo Espresso guadagnò 40 miliardi di lire nell’operazione finanziaria che portò alla vendita del 4,9% del gruppo Pearson (Financial Times) a Murdoch, contribuendo all’ascesa del magnate australiano. La partita è aperta e la sentenza dell’Antitrust europeo potrebbe essere raggirata con una formula di affitto di Sky delle frequenze in mano all’Espresso, mettendo a giocare sullo stesso piano Murdoch e Berlusconi. Anzi sugli stessi piani dal momento che a fine luglio Mediaset (48,25%), Rai (48,25%) e La 7 (3,5%) hanno lanciato TivùSat, la prima piattaforma digitale satellitare gratuita complementare a quella digitale per raggiungere le aree del territorio non coperte.

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