Opinioni

Ogni italiano “spende” mille euro per salvare la Grecia

"Il debito greco, i ritardi dell’azione europea, la speculazione pesano in maniera diretta sulle spalle dei contribuenti e dei consumatori italiani rendendo impervia la ripresa dell’economia reale" scrive Alessandro Volpi, autore di "Sommersi dal debito" per Altreconomia edizioni

La crisi ha reso davvero il mondo più piccolo. In Grecia si sta consumando la più grande ristrutturazione della storia, con una cancellazione di debito pubblico per un valore pari a oltre 104 miliardi di euro, e con una perdita per i creditori intorno al 75% del valore reale dei loro titoli.
Tale cancellazione ha coinvolto anche i piccoli risparmiatori e i fondi pensione, colpiti dalle cosiddette “clausole di azione collettiva”, per effetto delle quali è stato esteso a tutti i creditori il trattamento accettato “volontariamente” dalle banche creditrici.
In altre parole, la Grecia -per quanto appartenga all’Eurozona e agli altri organismi europei- è di fatto fallita, dimostrando che persino un Paese europeo con la moneta unica può essere insolvente, tanto da far scattare le assicurazioni sui titoli ellenici. Per evitare che questo “trigger event”, questo fallimento pilotato, si traducesse in una pericolosissima ondata di panico generalizzato, l’Europa ha deciso, sia pur tra mille cautele e vari rimandi, di deliberare i piani di aiuto, subordinati proprio alla “riuscita” dell’operazione di ristrutturazione del debito greco. La successione degli interventi concepiti dalla troika composta da Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea è apparsa in tal senso paradossale: il salvataggio è infatti avvenuto dopo che la ristrutturazione aveva bruciato 104 miliardi di euro e la recessione greca aveva assunto contorni drammatici. Nonostante tutto ciò, è risultato ugualmente costosissimo.
Per l’Italia il conto dovrebbe oscillare fra i 31 e i 47 miliardi di euro, una cifra monstre destinata a gravare sul nostro debito pubblico e quindi a minacciare la tenuta degli ipersensibili spread. Salvare la Grecia costa al nostro Paese quanto una corposa manovra finanziaria, che di fatto si somma in buona misura agli 82 miliardi di euro di sacrifici imposti al Paese dalle manovre finanziare varate già nel 2011. Scendendo ancora più nel dettaglio, emerge che ogni cittadino italiano sottoposto all’Irpef “presta” alla Grecia 850 euro, a cui si devono aggiungere almeno altri 150 euro derivanti dalla quota parte italiana versata al Fondo monetario internazionale e alla Bce e indirizzata al sostegno dei disastrati conti greci. Certo, la speranza concreta è quella di evitare che il panico diffuso sui mercati ostacoli la riduzione del costo del finanziamento del debito italiano con un forte risparmio del conto interessi, altrimenti in procinto di avvicinarsi nel 2012 ai 100 miliardi di euro. Le stime più accreditate fanno riferimento ad un risparmio di circa 8 miliardi di euro se lo spread scenderà sotto i 300 punti rispetto ai 500 sulla base dei quali il Tesoro aveva steso il bilancio "post manovra Monti".
Il crollo dei rendimenti dei Bot è in tal senso assai benaugurale. Ma intanto il fabbisogno di cassa deve registrare in termini contabili gli esborsi sopra ricordati e ciò rende indubbiamente molto più complesso trovare i 2-2,5 miliardi di euro necessari per coprire la platea allargata degli ammortizzatori sociali e spinge il governo a patrocinare soluzioni a “costo zero” anche in relazione al complesso fenomeno degli “esodati” dal lavoro.
Alla gravosa consistenza degli aiuti finanziari si affiancano poi le tensioni innescate dai debiti sovrani che moltiplicano gli effetti speculativi legati alla nuova esplosione del prezzo del petrolio. In un mercato reso molto liquido dagli interventi della Bce, la paura di default degli Stati, divenuti ancora più possibili dopo la vicenda di Atene, induce gli speculatori a puntare su scommesse “sicure” come l’impennata del greggio, sospinta dalla crisi iraniana, dalle tensioni libiche e siriane, nonché dalla perdurante instabilità nigeriana e sudanese. La ricaduta più tangibile e immediata per un’economia energivora come quella italiana è rintracciabile nell’esplosione della bolletta di imprese e famiglie e in un pesante passivo della bilancia commerciale. La parziale ripresa dell’aumento dei prezzi di alcuni beni, peraltro, ha contribuito a far crollare la spesa delle famiglie italiane per i generi alimentari ai livelli di 30 anni fa. Il debito greco, i ritardi dell’azione europea, la speculazione pesano in maniera diretta sulle spalle dei contribuenti e dei consumatori italiani rendendo impervia la ripresa dell’economia reale. Il mondo è piccolo e la  crisi lo ha ristretto ulteriormente.

* Università di Pisa

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