Non solo terrorismo. È crisi di sistema – Ae 21

Numero 21, ottobre 2001 “Occhio per occhio rende il mondo cieco”. L’abbiamo scritto in copertina perché la frase esprime la preoccupazione che abbiamo sul futuro, il nostro e quello di tutti. Ma anche perché i primi a risollevare questo slogan…

Tratto da Altreconomia 21 — Settembre 2001

Numero 21, ottobre 2001


“Occhio per occhio rende il mondo cieco”.

L’abbiamo scritto in copertina perché la frase esprime la preoccupazione che abbiamo sul futuro, il nostro e quello di tutti. Ma anche perché i primi a risollevare questo slogan sono stati gli americani: gli studenti delle università.

L’11 settembre, con la tragedia, ci mette sotto gli occhi una debolezza, una vulnerabilità a cui non eravamo preparati. Quello che fatichiamo ancora a comprendere è che siamo forse di fronte a una crisi di sistema.

Dopo l’11 settembre devono essere ripensati la sicurezza, la lotta al terrorismo, i trattati e le convenzioni internazionali, la libertà di movimento (gli Stati Uniti stanno valutando se è opportuno schedare tutti i cittadini, non solo gli stranieri), le politiche, addirittura forse le stesse architetture delle città (avrà senso ricostruire le Torri gemelle, che avevano già subito un primo attacco nel 1993?).

Forse da ripensare è il concetto stesso di guerra. Il rischio è di rispondere con la forza militare come se fossimo nel secolo scorso. E questo è stato anche l’errore di valutazione che si portò dietro il primo conflitto mondiale: all’attentato di Sarajevo si rispose con le alleanze e gli automatismi del secolo precedente, ma erano cambiate le condizioni e le capacità distruttive, e il conflitto causò 10 milioni di morti sui campi di battaglia. Per questo temiamo che “Occhio per occhio renda cieco il mondo”.

Ma, va detto con chiarezza, quanto avvenuto l’11 settembre pone anche al movimento pacifista la necessità di un passo in avanti, di un’elaborazione in più: che forme assume, che spazi ha il pacifismo nel tempo del terrorismo globale, quali le strade che può aprire?

Gandhi diceva che non c’è una strada verso la pace, la pace stessa è la via. Ma tutto è più complicato dopo l’11 settembre.

C’è evidentemente un problema di giustizia. Quello che è successo -come abbiamo scritto nella lettera che abbiamo inviato ai nostri lettori (vedi pagina 4)- è terribile. E chiede giustizia.

Solo che non conosciamo bene i colpevoli: un uomo, cento uomini, mille? Quanto è la giustizia?

E forse anche la giustizia deve essere ridefinita: evidentemente qui non si tratta di colpire solo i colpevoli, gli esecutori materiali e i mandanti dell’attentato. Ma anche i fiancheggiatori. E forse poi i fiancheggiatori dei fiancheggiatoi.

Non sarà facile distinguere, per nessuno.

Scriveva qualche giorno fa il Financial Times: “Gli Stati Uniti possono agire rapidamente o saggiamente; ci auguriamo che Bush, superata l’onda emotiva scelga la seconda strada”.

Ce lo auguriamo anche noi.

Non c’è pace senza giustizia, ma è vero anche il contrario: non c’è giustizia senza pace. E allora siamo d’accordo anche con quel che dice quell’uomo stroncato dalla vecchiezza che è il papa: “La terribile tragedia dell’11 settembre sarà ricordata come un giorno buio nella storia dell’umanità… Certo la pace non è disgiunta dalla giustizia ma essa deve essere sempre alimentata dalla clemenza e dall’amore.”
Infine, rispetto allo scenario che si apre, abbiamo un problema in più: la libertà di informazione.

Noi sapremo di questa guerra solo quello che vorranno farci sapere o quello che sarà interesse di qualcuno farci conoscere.

In ogni guerra è stato così, ci sono restrizioni alla libertà di stampa, la sicurezza nazionale prevale su tutto. Ma qui è diverso, qui si teorizza che la lotta sarà senza testimoni. E questo non è mai stato un bene per nessuno.

Quello che ci tocca di vivere quindi non è un tempo semplice. Molto è rimesso in discussione e i venti di guerra alimentano oltretutto le paure di una grave crisi economica. Anche per questo, come scrive Tiziano Terzani nell’articolo che riproduciamo a pagina 5, sarebbe l’ora non di fare la guerra ma di fare finalmente la pace. Guerra e pace sono entrambi processi che si dipanano su tempi lunghi (le guerre lampo, anche qui, sembrano appartenere a un altro secolo). E hanno bisogno di protagonisti, non di fantasmi, di società civili ben vive, non zittite dalla paura.

Vedremo.

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