Opinioni

Non prostitute, ma prostituite

La maggior parte delle ragazze che offrono sesso a pagamento vivono una condizione di sfruttamento: perciò il dibattito sul “se e come” tassare la loro attività, è quasi offensivo
 

Tratto da Altreconomia 146 — Febbraio 2013

Riemerge abbastanza regolarmente la proposta di tassare i proventi della prostituzione. Le stime relative al fatturato del mercato italiano sono impressionanti, nel 2010, su Altreconomia, Stefania Prandi stimava un valore di quasi sei miliardi di euro. Secondo Agoravox, sempre nel 2010, il fatturato è stato pari a quello del settore tessile e dell’abbigliamento. Havascope, un sito che fornisce informazioni relative al mercato nero globale, stima che il mercato della prostituzione fatturi nel mondo 185 miliardi di dollari, in Italia quasi un miliardo di dollari. Il rapporto Eurispes, che fornisce il dato aggregato sui proventi delle attività illegali, sostiene che nel 2011 abbiano raggiunto un valore di 540 miliardi di euro. A questi si aggiunge il fatturato relativo alla pubblicità su web in siti di prostituzione che, secondo Aim Group, nel 2012 ha raggiunto negli Usa fino a 3,3 milioni di dollari al mese.
In momenti di crisi -come questi- ogni possibile fonte di entrate per lo Stato deve essere presa in considerazione: è normale, dunque, che venga riproposto il dilemma della tassazione dei proventi dalla prostituzione. Spesso si ignora però che da un punto di vista economico e fiscale il problema centrale sia “quale tipo tassazione applicare?”. Un approccio tende a guardare alle prostitute come a delle professioniste. Persone che per libera scelta decidono di offrire servizi relativi al sesso e in cambio ne percepiscono un reddito. In base a questo approccio vengono considerate alla stregua di commercialiste, infermiere, badanti, fisioterapiste o igieniste dentali. In quest’ottica sono “sex-workers”, lavoratrici del sesso, e dovrebbero pertanto -dietro emissione di regolare fattura- contabilizzare il loro reddito e pagare una aliquota Irpef, una imposta personale, diretta e progressiva.
I dati relativi alla professionalizzazione delle lavoratrici del sesso lasciano tuttavia perplessi. Ovviamente le stime relative al settore sono complesse, ma gli studi più autorevoli sono quelli del Gruppo Abele, che stima l’esistenza di 50-70mila persone che si prostituiscono, il 94% delle quali donne, e quasi la metà straniere. Dai dati emerge che l’80% delle straniere non sapeva di venire in Italia per prostituirsi, e che la maggior parte ha meno di 25 anni. Molto spesso le donne che si prostituiscono in appartamento vengono “turnate”, in modo da non restare nello stesso per più di 8 mesi. Il 43% delle donne che si prostituiscono mostra qualche segno di maltrattamento. Un analogo studio americano del Centro per la ricerca sulla prostituzione evidenzia che la maggior parte delle “professioniste” subisce trattamenti che in qualsiasi altro settore verrebbero considerati abusi sessuali, e pertanto perseguibili per legge: dal 65% al 95% è stato vittima di abuso sessuale da bambina, e altrettante sono abusate durante l’esercizio della loro “professione”; il 75% è stata senza tetto nel corso della vita.
Le Nazioni Unite affermano che i proventi del traffico di esseri umani ha fruttato alla criminalità organizzata circa 32 miliardi di dollari, e il 58% di quest’attività è legata alla prostituzione: la maggior parte di questo traffico ha come destinazione l’Europa occidentale, ed è quindi costituito dalle supposte “professioniste”.
L’approccio più corretto per la loro tassazione sarebbe, quindi, l’Imposta sul valore aggiunto. La realtà sembra evidenziare infatti che la maggior parte di loro non sono prostitute, ma donne che vengono prostituite. Si potrebbe quindi applicare anche una tassa sulla importazione, si risolverebbe in questo modo anche il problema dei permessi di soggiorno.
In alternativa all’imposta sul valore aggiunto, che di fatto presuppone un contratto di compravendita, si potrebbe pensare a una cedolare secca, come quella applicata agli affitti. In fondo si tratta di locazione temporanea, e l’Agenzia delle entrate dovrebbe in questo caso fornire loro un contratto prestampato di locazione, come quello per le automobili, o i furgoni. Sarebbe infatti opportuno guardare al mercato della prostituzione per quello che realmente è, nella maggioranza dei casi: uno scambio tra uomini di una merce che è donna. La tassazione dovrebbe quindi essere come quella sulla locazione o sulla vendita, e potrebbe -in alcuni casi- anche figurarsi la possibilità di un leasing.
Secondo le stime più accreditate riportate dal quotidiano “la Repubblica”, sono 9 milioni gli uomini italiani che richiedono servizi di questo tipo nel nostro Paese: forse solo loro possono essere ancora convinti che una bella ragazza dell’Est Europa di 20 anni possa decidere spontaneamente di venire in Italia per avere il piacere immenso di farsi pagare per andare a letto con loro. —

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia