Opinioni

Mps, una vicenda piena di errori

La crisi della banca senese è data da un "eccesso di finanziarizzazione", cui si accompagnano una serie -importante- di errori di valutazione da parte di un managemenr spesso non all’altezza della situazione. Il commento sull’affaire Monte dei Paschi di Alessandro Volpi, autore di "Sommersi dal debito"

Una sequenza straordinaria di errori; questa, in sintesi, la vicenda del Monte dei Paschi. Si tratta di errori di visione e di scelte operative che hanno distrutto valore, patrimonio e capitale di una banca storica.

Il primo errore è legato ad un eccesso di finanziarizzazione: almeno dal 2002 l’istituto senese ha scelto di affidare troppa parte delle proprie sorti agli strumenti dell’ingegneria finanziaria. Si è imbottito di derivati per realizzare operazioni che non avevano neppure bisogno dei derivati e che dunque finivano davvero per costituire una costosa sovrastruttura, procedendo poi a comprare altri derivati per allungare e coprire il debito generato dalla prima “generazione” dei derivati acquisiti. Queste scelte sono divenute mortali dopo il crollo di Lehman Brothers, allorché il valore complessivo di tali titoli, divenuti tossici, si è più che dimezzato.

Di fronte all’errore, tuttavia, la soluzione rintracciata è stata quella di perseverare: Mps ha adottato lo stesso metodo del ricorso alla finanza derivata, applicata ora ai titoli di Stato, ai Btp, conditi però di un’ulteriore architettura derivata che di fatto ha realizzato la cessione degli interessi su quei titoli in cambio di un rendimento variabile legato all’Euribor. Morale della favola, l’Euribor è crollato e Mps si trova in pancia una gran quantità di Btp senza riscuotere gli interessi; dopo aver sbagliato l’orario e la destinazione del treno dei derivati, la banca senese ha sbagliato anche il treno dei titoli del Tesoro, in entrambi i casi perché si è consegnata alle magie della finanza strutturata. Alla finanza strutturata, e alla visione secondo la quale le acquisizioni bancarie erano il percorso migliore per crescere e per creare valore, Mps si è affidato anche per compiere la madre di tutte le battaglie, la scalata di Antonveneta, da cui non si è più ripreso bruciando risorse patrimoniali buone e aumenti di capitale ad opera della Fondazione, poco disponibile a fare ricorso al mercato persino quando c’erano le condizioni pur di non diluire la propria partecipazione di controllo.
 

Una simile catena di sbagli non è dunque il portato solo di un insieme più o meno occasionale di impieghi volti a rincorrere una perdita dopo l’altra, ma piuttosto l’espressione di un modello bancario che deve essere ripensato dalle fondamenta e che ha preso avvio nella seconda parte degli anni Novanta. L’idea dominante di tale modello consisteva nel costruire strumenti finanziari in grado di dare risposta ad ogni tipo di esigenza di occultamento del rischio e di abbattimento del costo del debito. Si è creduto di poter distribuire dividendi e di garantire rendimenti robusti ai prodotti finanziari ponendo in essere scommesse guidate e si è ritenuto praticabile comprare banche pagandole di più attraverso il debito, nella convinzione drammaticamente sbagliata che tale debito sarebbe stato “conveniente” e coperto dai risultati degli acquisti realizzati. In realtà, il mercato è esploso sotto i colpi di questa insostenibile serie di scommesse guidate, divenute improvvisamente asset tossici, e il debito è risultato in pochissimo tempo oltremodo oneroso, così come onerosi sono diventati gli strumenti per coprirlo. Molto banalmente, la realtà dell’economia reale, anche di quella finanziaria, si è materializzata e il modello incarnato per oltre un decennio (e non soltanto da Mps) è crollato.
Non solo le singole gestioni, ma un modello, questo è il vero tema.
 

Nella sequenza degli errori, poi, vanno aggiunti quelli dell’intervento pubblico e quelli dipendenti dalla struttura societaria. Per i primi è sufficiente ricordare l’eccessiva onerosità dei Tremonti Bond, pensati per un sistema bancario che in realtà non avrebbe dovuto aver bisogno di tali titoli, perché oberati da tassi di interesse accettabili solo per banche sane, appunto, e quindi non interessate a farvi ricorso; per una banca malata come Mps farne uso ha voluto dire aggravare la propria crisi, tanto da dovere emettere i Monti Bond e venderli allo Stato per pagare le proprie pendenze con lo Stato generate dai Tremonti Bond.
La struttura societaria è caratterizzata da un vincolo tra banca e Fondazione che, nel tempo, non ha garantito la selezione di un efficace management ma ha favorito la permeabilità delle scelte strategiche di investimento a valutazioni non sempre rette dalle priorità del conto economico; scelte di cui, la stessa Fondazione, proprio perché proprietaria di gran parte della banca, ha fatto le spese, impoverendosi ed impoverendo il territorio.

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