Esteri / Approfondimento

Monitor, osservatorio sul mondo (ottobre 2017)

Un “filo rosso” lega le cose che succedono in Paesi diversi di ogni continente. Questa rubrica -a cura della redazione di Altreconomia- non vuole offrire al lettore notizie, ma la capacità di leggere i fatti in una cornice più ampia. Per comprendere le dinamiche economiche, sociali e politiche di quelli che comunemente vanno sotto la voce “Esteri”

Tratto da Altreconomia 197 — Ottobre 2017
Il campo profughi di Za'atari, in Giordania

Monsanto sotto accusa per i Pbc
Nord America

Monsanto probabilmente sapeva che i policlorobifenili (Pcb), composti brevettati nei primi anni Trenta e vietati dal 1979, rappresentavano un pericolo per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Eppure, per otto anni, avrebbe continuato a produrli e a venderli. È quanto emerso dal “Poison Papers Project” (poisonpapers.org), un progetto di documentazione promosso dal “Bioscience resource project” e dal “Center for media and democracy” (prwatch.org). Nel 1972 Monsanto aveva volontariamente smesso di vendere i Pbc, tranne che come refrigeranti e lubrificanti nelle apparecchiature elettriche, continuando a produrli fino al 1977, con il nome di Aroclor. “Nel 1999, i prodotti Aroclor 1254 e 1260 sono stati identificati come la causa di una delle più gravi contaminazioni alimentari d’Europa, in Belgio”, scrive il quotidiano Guardian.


11.086 persone sono state uccise da un’arma da fuoco negli Stati Uniti dal 1° gennaio al 20 settembre 2017


In Brasile i piccoli agricoltori contro la deforestazione
America Latina

È un’annata record per la raccolta di soia in Brasile, che -secondo le stime della Fao e dell’Ocse- sorpasserà presto gli Stati Uniti, diventando il primo produttore mondiale. Nel 2016, solo nel Mato Grosso, sono state prodotte 26 milioni di tonnellate di soia. Una cifra che quest’anno dovrebbe aumentare dell’11-12%.

Ma la crescente monocoltura della soia (insieme all’allevamento intensivo di bestiame) aggrava il problema della deforestazione della foresta pluviale amazzonica. “I piccoli agricoltori e i movimenti ambientalisti stanno cercando di invertire questa tendenza, sostenuti dall’Instituto Ouro Verde” (iov.org.br), scrive l’Inter Press Service. In queste piccole aziende si sta sviluppando un sistema agroforestale che combina colture e alberi, pascoli irrigati, orti biologici e piccoli allevamenti di galline libere. E grazie all’Iov gli agricoltori hanno a disposizione un’arca di semi nativi, per sostenere la riforestazione e la diversificazione delle colture.


L’Europa presenta il conto ai colossi del web
Europa

Il fisco francese chiede a Microsoft 600 milioni di euro per attività fatturate in Irlanda a clienti francesi. La contestazione riguarda l’acquisto di spazi pubblicitari su internet o di parole chiave su motori di ricerca messo a reddito da Microsoft Ireland anziché da Microsoft France (che nel 2016 ha pagato solo 32,2 milioni di euro di tasse). Situazione simile anche in Italia, dove Google ha dovuto pagare circa 300 milioni di euro di tasse non versate; mentre la procura di Milano ha aperto un contenzioso con Amazon, accusata di aver evaso tasse per circa 130 milioni. Secondo le stime dell’Unione europea, solo Google e Facebook avrebbero sottratto ai Paesi dell’Ue almeno 5,4 miliardi di tasse. Per far fronte a questa situazione, durante l’ultima riunione dell’Ecofin, diversi Paesi europei hanno presentato un documento per “istituire un’equiparazione fiscale sul fatturato generato in Europa dalle compagnie digitali” attraverso una “web tax” nei confronti delle aziende del digitale che hanno sede legale fuori dai confini europei.


Tutti i numeri degli schiavi moderni
Asia

La schiavitù non è -purtroppo- un retaggio del passato. Ha assunto forme diverse rispetto ai secoli scorsi, ma ancora oggi riguarda 40 milioni di persone. Il 62% degli “schiavi moderni” (circa 25 milioni di persone) vivono in Asia e nei Paesi del Pacifico. È quanto emerge dal report “Global estimates of modern slavery” realizzato da Alliance 8.7 (alliance87.org), rete di associazioni impegnate nella lotta al lavoro forzato e minorile, alla tratta di esseri umani e alla schiavitù moderna. L’alta incidenza del fenomeno in Asia è collegata allo sfruttamento lavorativo che si registra in molti Paesi e in diversi settori produttivi. Il report più recente del “Global slavery index” (globalslaveryindex.org) cita casi di grave sfruttamento nelle industrie elettroniche e nelle piantagioni di palma da olio in Malesia, nelle fabbriche tessili del Bangladesh e del Vietnam. Una delle nuove forme di schiavitù è anche il matrimonio precoce, che riguarda in modo particolare le bambine e le adolescenti che vivono in India, Bangladesh, Nepal, Pakistan e Indonesia. Un fenomeno che, secondo le stime delle Nazioni Unite, nella regione interesserà più di 130 milioni di ragazze da qui al 2030. Uno dei Paesi in cui è maggiormente diffuso lo sfruttamento lavorativo -e per di più a opera del governo- è la Corea del Nord. Si calcola che circa 50mila nordcoreani siano stati mandati all’estero (Cina e Russia soprattutto, ma anche in Malesia, Cambogia e persino in alcuni Paesi africani) per lavorare in fabbriche e miniere. Una manodopera che produce un reddito di circa 2,3 miliardi di dollari l’anno e che vanno a finire direttamente nelle casse di Pyongyang.


“Cyprus ‘selling’ EU citizenship to super rich of Russia and Ukraine”. Inchiesta del Guardian – https://tinyurl.com/y754j9fk


I cinque anni del campo profughi
Medio Oriente

Il campo profughi di Zaatari, nel nord della Giordania, al confine con la Siria, doveva essere “temporaneo”, ma è arrivato a compiere cinque anni. Inaugurato nel luglio 2012, è il più grande per la presenza di profughi siriani, con 80mila presenze. Il conflitto siriano ha generato -secondo i dati dell’Unhcr- 4,8 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi. Centinaia di migliaia di persone hanno raggiunto l’Europa mentre 6,6 milioni di sfollati sono rimasti in Siria.


Una filiera mineraria ancora troppo opaca
Africa

Da almeno 15 anni, l’estrazione illegale di minerali alimenta guerre, violenze, corruzione e violazioni dei diritti umani nella regione dei Grandi Laghi (Repubblica democratica del Congo, Rwanda e Uganda). Negli ultimi anni sono stati fatti importanti passi avanti, ma per l’associazione Global Witness (globalwitness.org) ancora non basta. Nel 2015, meno della metà delle aziende esportatrici di minerali attive nella regione aveva reso pubblico il report sulla catena di fornitura dei prodotti commercializzati. In tutta la regione, su 18 esportatori d’oro, solo uno ha certificato la filiera. In Congo lo ha fatto solo il 70% delle aziende, in Rwanda il 45%. Ma non è solo una questione di numeri. “Troppe aziende hanno scritto solo un documento di una paginetta spiegando quello che si impegnano a fare, piuttosto quello che hanno effettivamente fatto”, commenta Natasha White, di Global Witness. Sette invece le società che hanno preso provvedimenti per segnalare situazioni a rischio e che per l’associazione “rappresentano l’inizio di un cambiamento”.


Se non cambieranno i trend attuali, le fonti fossili (petrolio, carbone e gas) continueranno a rappresentare più della metà delle forniture mondiali di energia primaria anche nel 2040. È quanto emerge dal Key world energy statistics dell’Agenzia internazionale per l’energia.

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