Opinioni

Ministero buffo

La spesa ministeriale complessiva si attesta attorno ai 280 miliardi di euro all’anno. Buona parte si concentra in cinque dicasteri: Lavoro, Economia, Istruzione, Difesa e Interno. Come e perché è necessario intervenire. L’analisi del professor Alessandro Volpi, autore de "La globalizzazione dalla culla alla crisi"

Tagliare la spesa dei Ministeri italiani rappresenta davvero un’impresa tanto indispensabile quanto ardua. Le difficoltà ad operare in tal senso sono infatti molteplici e derivano da una sedimentazione di elementi che hanno un’origine storica di lunga data. 
 
La macchina amministrativa dello Stato nazionale si è costruita, nel Regno di Sardegna, nel Regno d’Italia e nella Repubblica, attorno al moloch dei ministeri, prodotto di un processo di accentramento delle funzioni e dei poteri che è stato tradizionalmente alieno a qualsiasi ipotesi di federalismo o di rafforzamento delle autonomie. Non a caso, ogni qualvolta si è spostata la capitale, da Torino a Firenze e poi a Roma, il trasferimento dei giganteschi apparati ministeriali ha provocato il sostanziale svuotamento delle città colpite dallo spostamento stesso, che risultavano periferizzate a vantaggio della nuova capitale, destinata al contrario ad esplodere sia in termini demografici sia in quelli immobiliari. 
 
La contiguità con la politica è stata, nel caso dei Ministeri, da sempre strettamente organica, trasformandosi in vari momenti della storia italiana in vera e propria indispensabilità; senza la macchina della burocrazia centrale persino i grandi partiti politici facevano fatica a confezionare atti in grado di navigare nel Transatlantico parlamentare. I burocrati dei Ministeri hanno alimentato la produzione normativa, soprattutto quella condotta attraverso decreti, non di rado guidando per mano le scelte della politica, appesantita da una scarsa capacità di selezionare “tecnicamente” i propri membri. Lungo questo percorso, i tecnici dei Ministeri sono diventati, in prima persona, ministri tecnici e poi anche  leader politici. 
 
È molto complicato allora per la politica segare un pezzo del ramo su cui si è seduta e a cui si è aggrappata a lungo per trovare le soluzioni che non ha saputo concepire, autonomamente, in forma originale. La contiguità con la politica ha poi trasformato i Ministeri in formidabili luoghi di consenso diffuso sia in termini elettorali sia in relazione alla capacità di veicolare alcune riforme altrimenti più difficili da realizzare. Esiste pertanto una prima, chiara difficoltà a far dimagrire realtà così intrinsecamente politicizzate senza dover pagare prezzi molto alti nel paese reale. Una seconda difficoltà deriva dalla natura stessa della spesa dei ministeri  che è decisamente imponente e, al contempo, assai rigida.

La spesa ministeriale complessiva si attesta attorno ai 280 miliardi annui e rappresenta una voce decisiva del totale del Bilancio dello Stato che è vicino agli 800 miliardi. In realtà gran parte del Bilancio statale è composta da voci rigide perché, oltre alla spesa ministeriale, circa 330 miliardi sono rappresentati dagli oneri e dal rimborso del debito e una  cinquantina di miliardi sono costituiti da regolazioni contabili, a cui si aggiungono poco più di 100 miliardi di trasferimenti alle diverse amministrazioni locali. Dunque i margini di manovra delle revisioni di spesa hanno bisogno di interventi molto puntuali, rispetto alle quali le dinamiche dei tagli lineari o delle decurtazioni in percentuale sul totale rischiano di essere fuorvianti. Nel caso delle spese ministeriali, peraltro, la rigidità è ancora più marcata in quanto quasi la metà dei 280 miliardi è praticamente rigida e anche una parte della metà rimanente si lega a destinazioni modificabili solo con riforme e azioni incisive in maniera chirurgica. 

 
Inoltre la spesa dei ministeri è assai diversa da caso a caso e la porzione decisamente maggiore si concentra in 5 ministeri; quello del Lavoro spende circa 100 miliardi, quello dell’Economia quasi 80, quello dell’Istruzione 44, quello della Difesa 19 e quello dell’Interno 11. Ma anche tra questi dicasteri ci sono differenze profonde perché dei 100 miliardi del Ministero del Lavoro ben 98 vanno alle politiche sociali e “solo” 500 milioni alle spese di funzionamento, mentre nel caso dell’Istruzione le spese del funzionamento sono pari a 41 miliardi e quelle degli interventi a poco più di 400 milioni. Nel caso del Ministero dell’Economia, invece, le spese in conto capitale sono di poco superiori a 15 miliardi e quelle di funzionamento si avvicinano a 29 miliardi. Si tratta pertanto di una spesa storicamente molto “politicizzata”, decisamente rigida perché molto aggravata dalle componenti dedicate al funzionamento, e assai caotica. Un carattere molto specifico assume infine la spesa sanitaria, composta da circa 110 miliardi in larga parte erogati dalle Regioni senza alcuna reale omogeneizzazione tra le singole realtà e quindi solo in parte riconducibile alla questione dei tagli ai ministeri. Mettere mano ad una giungla del genere costituisce un formidabile banco di prova che non può essere affrontato con misure singole o con riduzioni lineari: occorre piuttosto la modificazione profonda di una forma mentis e della struttura dello Stato. 
 
* Università di Pisa

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