Maledetto petrolio – Ae 71

Per le popolazioni nigeriane il petrolio non è un buon affare: nonostante le ingenti riserve di oro nero nel sottosuolo, ad arricchirsi sono soltanto le multinazionali straniere che lo estraggono in joint venture con la compagnia di Stato. A questo…

Tratto da Altreconomia 71 — Aprile 2006

Per le popolazioni nigeriane il petrolio non è un buon affare: nonostante le ingenti riserve di oro nero nel sottosuolo, ad arricchirsi sono soltanto le multinazionali straniere che lo estraggono in joint venture con la compagnia di Stato. A questo vanno aggiunti i gravi danni ambientali che derivano, tra l’altro, dal gas flaring, la diffusa pratica di bruciare a cielo aperto le emissioni gassose liberate dall’estrazione del greggio. E nonostante di recente la pratica sia stata dichiarata illegale, i giganti petroliferi, Shell in testa, continuano a infischiarsene

Per la Nigeria il petrolio è da troppo tempo una maledizione. Gli ultimi tragici eventi nella regione del Delta del fiume Niger, la più ricca di giacimenti di oro nero, ne sono l’ennesima riprova.

Un Paese che ha nel suo sottosuolo ingenti riserve di greggio deve fare i conti con il mancato sviluppo, devastazioni ambientali e conflitti intestini sempre sul punto di sfociare in pericolosi rigurgiti di violenza. Mentre le multinazionali petrolifere continuano ad arricchirsi, il debito del Paese aumenta, le popolazioni locali rimangono povere e delle loro terre viene fatto scempio in maniera indiscriminata. Basti pensare che in Nigeria il gas naturale che si libera con l’estrazione del greggio viene bruciato a cielo aperto, infischiandosene del “dettaglio” che una tale pratica, in inglese denominata gas flaring (vedi foto a lato), è da troppo tempo causa di inquinamento e scempio ambientale.

A ricorrere al gas flaring sono tutte quelle compagnie occidentali, e sono tante, che da decenni operano proprio nei territori del Delta del Niger.

Lo scorso novembre un giudice dell’Alta Corte federale nigeriana ha stabilito che il gas flaring è illegale: viola i diritti umani delle popolazioni locali, e quindi chi vi ricorre -la joint venture composta dalla Nigerian National Petroleum Corporation e da altre cinque compagnie straniere (in ordine d’importanza Shell, ChevronTexaco, l’italiana Agip, ExxonMobil e TotalFinaElf)- deve immediatamente cessare di utilizzarlo.

Il ricorso alla Corte è stato inoltrato dagli Iwerekan, una delle comunità residenti nella regione del Delta del Niger, che ogni giorno deve fronteggiare i tanti disagi causati dal gas flaring. Ovvero un fenomeno naturale che si verifica nell’atto di estrazione del petrolio che raramente, quando fuoriesce dal terreno, si presenta “da solo”. Il più delle volte è associato a del gas che sotto la superficie è dissolto nel petrolio, ma che poi quando viene pompato fuori ritorna alla forma gassosa. Questo processo alquanto complesso ha delle implicazioni molto nocive. Prova ne sia che il panorama del territorio del Delta del Niger è costellato da abbaglianti fiammate alte decine di metri, causa di rumorosissime esplosioni che si susseguono sia di giorno che di notte, senza soluzione di continuità, spesso anche a poca distanza dai villaggi (i pennacchi di fuoco sono così imponenti che si possono distinguere nettamente dalle riprese satellitari).

Con il gas flaring si disperdono nell’aria tossine inquinanti come il benzene, che tra le popolazioni locali ha provocato l’aumento in maniera esponenziale di tumori e di malattie respiratorie come asma e bronchite.

Ma è anche l’unico motivo della presenza nella regione delle piogge acide che corrodono le case e rivestono le pareti esterne delle abitazioni di una pellicola nerastra. Ciliegina sulla torta, il gas flaring contribuisce al rilascio di gas serra. È stato calcolato che la regione del Delta del Niger, da sola, produce ben 70 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, più delle emissioni prodotte da Norvegia, Portogallo e Svezia messe insieme, o se preferite, per restare nel continente nero, più di tutti quanti i Paesi dell’Africa sub-sahariana.

Secondo la corte nigeriana, il gas flaring “va contro il diritto alla vita, alla salute e alla dignità”. La Shell e le sue consorelle quando svolgono le loro attività nel Nord del mondo non ricorrono a un tale espediente o a simili mostruosità. D’altronde provate a chiedere a un uomo qualunque se sa cosa sia il gas flaring. Ben pochi saranno in grado di rispondere: in Europa il 99% del gas collegato all’estrazione del petrolio è utilizzato oppure iniettato di nuovo nel terreno. Nessuna multinazionale del petrolio si sognerebbe di utilizzare standard di produzione così bassi come accade in Nigeria o in altri Paesi del Sud del mondo. Il problema nel Delta del Niger è che non si sono costruite le infrastrutture necessarie per “imbrigliare” il gas e utilizzarlo per uso domestico e industriale: i costi sarebbero troppo elevati e i ritorni dal punto di vista economico insufficienti. In Nigeria non esiste un mercato interno per il gas, quindi per le oil corporations vale molto più la pena concentrarsi principalmente sulle lucrose esportazioni di greggio verso i Paesi occidentali, oppure sui giacimenti che producono esclusivamente gas. L’alternativa ci sarebbe, come dimostra l’impianto di Bonny Island, gestito anche dall’Agip, dove il gas viene liquefatto per essere poi trasportato fuori dall’Africa (e in piccola parte anche in Italia). È stato calcolato che alla Nigeria bruciare gas all’aria aperta costa all’anno una cifra intorno ai 2,5 miliardi di dollari in mancati profitti. Dopo il danno, quello socio-ambientale, la beffa, ovvero lo sperpero di una risorsa preziosa.

Certo, adesso è in fase di realizzazione un nuovo progetto, denominato West African Gas Pipeline, che prevede proprio il trasporto del gas presente nella parte occidentale della regione del Delta del Niger verso Benin, Togo e Ghana. Un’opera finanziata dalla Banca mondiale e voluta dalla ChevronTexaco e dalla Shell, che però è stata già aspramente criticata dalla società civile africana e da numerose ong internazionali perché non affronterebbe nella maniera dovuta la questione dell’accesso a fonti pulite e sostenibili di energia e lascerebbe comunque in sospeso il problema del gas flaring.

Tornando al provvedimento giudiziario dell’Alta Corte: possiamo adesso affermare che finalmente in una parte della Terra si inquinerà di meno e le popolazioni locali vedranno migliorare la loro qualità della vita? Purtroppo no, perché le multinazionali del petrolio quando si toccano i loro interessi diventano sorde da entrambe le orecchie. La Shell, responsabile di gas flaring da decenni e le cui attività nel Delta del Niger hanno provocato pesanti impatti socio-ambientali, continua a operare come se la sentenza di novembre non fosse mai stata emessa.

Una pratica illegale dal 1984

È possibile che in tanti anni il gas flaring sia sempre stato legale? In realtà è dal 1984 che in Nigeria tale pratica è stata dichiarata fuorilegge, e quindi permessa solo in base a certificati ad hoc rilasciati dalla pubblica amministrazione. Purtroppo nessuno di questi certificati è mai stato reso pubblico, anche se tutto lascia presupporre che l’operato delle multinazionali petrolifere sia stato quanto meno tollerato sia nel periodo del regime militare che dall’attuale presidente Olusegun Obasanjo. Lo stesso Obasanjo ha concordato con le corporation che stanno sfruttando le risorse naturali del suo Paese di porre un termine al gas flaring entro la data, ormai prossima, del 2008.

Una scadenza ripetutamente giudicata difficile da rispettare dalla Shell.

Fonte di sviluppo? No, di debito!

Lo scorso luglio, durante il G8 tenutosi in Scozia, i Paesi ricchi hanno richiesto alla Nigeria di estrarre più barili di petrolio, così da abbassare il prezzo del greggio. Secondo un recente studio, condotto da autorevoli ong ambientaliste, dal titolo Drilling into Debt, l’aumento della produzione e dell’esportazione di petrolio per un Paese in via di sviluppo comporta un considerevole accrescimento del suo debito. Il rapporto dimostra che un raddoppio della produzione negli ultimi venti anni ha prodotto in media un aumento del debito dei Paesi produttori pari al 43% del loro Pil e un aumento del servizio sul debito di ben il 31%. Tra le cause, l’estrema volatilità del prezzo del petrolio e il fatto che i Paesi produttori tendono ad accedere massicciamente al credito messo a disposizione dal Nord del mondo. A questo vanno aggiunti gli incentivi strutturali per gli investimenti nel settore petrolifero forniti dalle istituzioni multilaterali e bilaterali, come la Banca mondiale. 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia