Opinioni

Lo sviluppo efficiente secondo la Banca mondiale

Il 17 aprile si aprono a Washington gli incontri di primavera della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Si discuterà in merito a nuove iniziative legate al finanziamento di mega opere sempre più rischiose, con il coinvolgimento dei mercati finanziari. Restano in secondo piano gli aspetti legati alla valutazione degli impatti ambientali e sociali, per non parlare dei diritti umani fondamentali. Un commento di Antonio Tricarico, di Re:Common

È arrivato il fatidico 2015, l’anno degli Obiettivi di sviluppo del millennio. Obiettivi che, come ci si aspettava, purtroppo in gran parte non sono stati raggiunti dalla comunità internazionale (Altreconomia ha dedicato al tema la copertina del numero 166, di dicembre 2014). Per la Banca mondiale, la più grande istituzione di sviluppo del Pianeta, oggi la sfida è di riposizionarsi e trovare un ruolo in un contesto ben diverso da quello di 15 anni fa, quando le Nazioni Unite definirono tali Obiettivi.

Un mondo in cui la competizione di altri attori decisamente non manca, a partire dalla nuova Banca asiatica per le infrastrutture, fortemente voluta da Pechino e a cui molti governi hanno aderito nelle scorse settimane. E poi c’è anche nonché la banca dei Paesi BRICS, che dovrebbe iniziare a muovere i suoi primi passi a breve. In attesa che la comunità internazionale adotti formalmente dei nuovi obiettivi per il 2030 al vertice sulla finanza per lo sviluppo di Addis Abeba, in programma a luglio, e all’assemblea annuale delle Nazioni Unite di settembre a New York, i banchieri di Washington sembrano aver già deciso che strada imboccare: per loro i due obiettivi saranno porre fine alla povertà estrema e promuovere una ricchezza condivisa. Bene, bravi, bis! Ma come?

Semplicemente finanziando mega opere sempre più rischiose con il coinvolgimento dei mercati finanziari. Pur di “promuovere” lo sviluppo dei poveri non si perderà troppo tempo a valutare gli impatti ambientali e sociali, per non parlare dei diritti umani fondamentali, proprio sui presunti beneficiari degli interventi della stessa istituzione. Una dichiarazione di guerra contro gran parte della società civile, che in questi mesi ha denunciato la svolta reazionaria della Banca che la riporta al mito del gigantismo e dello sviluppo imposto ad ogni costo degli anni ’80.

Il caso dell’Etiopia -dove per altro si svolgerà la conferenza Onu di luglio, ironia della sorte- è emblematico: una violenta repressione del governo si sta svolgendo contro quelle comunità rurali che erano state forzate a spostarsi a causa del progetto di “villaggizzazione” di Gambela, finanziato dalla Banca mondiale e altri donatori. Un rapporto dell’Oakland Institute uscito ad aprile 2015 dà voce alle comunità minacciate o esiliate su questa orrenda vicenda, che prosegue senza che la Banca mondiale compia alcun intervento. Anzi, il suo meccanismo di risoluzione delle dispute, interpellato da alcune comunità locali, se ne è lavata le mani lo scorso marzo.

La questione del reinsediamento delle comunità locali “in nome dello sviluppo” tiene banco a Washington in questi giorni. Decine di organizzazioni hanno chiesto al Presidente della World Bank Jim Yong Kim di assumersi le proprie responsabilità e sviluppare un piano di giustizia e compensazioni per i milioni di persone che sono state reinsediate dai progetti della banca negli ultimi anni. Una recente valutazione interna della Banca ha dimostrato come nella metà dei casi lo staff ed il management dell’istituzione non sappia nemmeno quante persone saranno impattate da questi spostamenti forzati (ne ha dato conto la Repubblica). Alla critiche di stampa e società civile il Presidente ha risposto con un mea culpa di circostanza, a cui è seguito un piano di azione che non prevede nulla per chi ha perso tanto, se non tutto.

E questa querelle sta infiammando gli animi proprio quando la Banca, nella nuova strategia Kim, sta pianificando una revisione al ribasso dei propri standard ambientali e sociali, per altro rifiutandosi ancora una volta di affrontare la questione dei diritti umani (complici molti governi dei paesi del Sud, nonché molti pavidi governi occidentali). È attesa a fine giugno una nuova proposta per gli standard che la Banca dovrà seguire in futuro. In tanti già temono che, per essere “più competitivi” sul mercato delle numerose istituzioni di sviluppo, i banchieri di Washington opteranno per una semplificazione in nome del fare e dell’efficientismo che sacrificherà ambiente e diritti sociali. La battaglia contro questa rottamazione delle conquiste della società civile dopo decenni di lotte è solo all’inizio. Venerdì mattina a Washington è convocata una prima manifestazione di fronte alla Banca dopo diversi anni di silenzio. Re:Common anche alza la sua voce insieme alle centinaia di organizzazioni e comunità che chiedono giustizia e rispetto dei diritti umani di tutti.

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