Opinioni

L’importanza della dignità

È un diritto fondamentale, riconosciuto dalla Legge fondamentale tedesca e dalla Costituzione italiana, e anche dalla "Dichiarazione universale dei diritti umani" delle Nazioni Unite. Da questi testi scaturisce un impegno formale alla sua realizzazione, che spesso è rimasto sulla carta

Tratto da Altreconomia 158 — Marzo 2014

Grazie a Moni Ovadia, che di recente lo ha citato partecipando a una nostra iniziativa, abbiamo “riscoperto” il primo articolo della Costituzione tedesca. Venne promulgata il 23 maggio 1949, 65 anni fa: considerata provvisoria, si chiama per questo ancora oggi semplicemente “Legge fondamentale”. E “Diritti fondamentali” è il titolo della prima sezione, il cui l’articolo 1 recita così: “La dignità dell’uomo è inviolabile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla” (“Die Würde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schützen ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt”). Dopo l’immane tragedia del Terzo Reich e della Seconda guerra mondiale, i tedeschi vollero mettere la “dignità” a fondamento della propria vita comune.
La storia dell’idea di “dignità” è lunga, travagliata anche. Come ricorda Michael Rosen (“Dignità. Storia e significato”, 2013) a partire dal secondo dopoguerra è stata usata per costituire una sorta di “corazza protettiva, etica e giuridica”, volta a garantire intangibilità e libertà agli individui. Nella nostra Costituzione, la parola appare due volte (all’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, e -significativamente- all’articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.  E per inciso, anche nello statuto della nostra Cooperativa si fa riferimento alla dignità, all’articolo 10).

La guerra era terminata da una manciata di settimane, quando gli Stati che decisero di aderirvi si dichiararono -nella premessa alla Carta delle Nazioni Unite- decisi “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, […] a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e alle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà”.
A così grande distanza, l’ultima parte di questo impegno è largamente disattesa. Come ricorda la campagna internazionale “Dichiariamo illegale la povertà” (banningpoverty.org) la ricchezza mondiale si concentra sempre più nella mani di pochi a scapito della stragrande maggioranza della popolazione. Ed è ipocrita che l’Onu affermi che la miseria stia diminuendo, se l’unico indicatore che utilizza è quello -monetario e arbitrario- della soglia di “povertà assoluta” di 1,25 dollari al giorno.
La povertà è una condizione che ha cause precise. Il resto -aggiungiamo noi- è solo l’inganno del linguaggio: “povertà assoluta” è una convenzione linguistica che occulta ed edulcora la realtà, ovvero che la miseria è un sopruso inaccettabile che riguarda oltre 3 miliardi di esseri umani. Il professor Stefano Levi Della Torre direbbe che non dobbiamo rassegnarci alla realtà del linguaggio, ma cercare il linguaggio della realtà, a costo di accettare l’angoscia dell’abisso che si spalanca di fronte a noi.
A tre anni dalla sua nascita, nel 1948 l’Onu approva la “Dichiarazione universale dei diritti umani”. La parola “dignità” appare sin dal preambolo: “[…] il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”.
Visto che la pace è un obiettivo necessario, ma tutt’altro che vicino, e il comparto militare-industriale globale continua a prosperare, il prossimo 25 aprile i movimenti pacifisti italiani si sono dati appuntamento a Verona, all’Arena, per un raduno “di persone e associazioni per la pace e la solidarietà che faccia appello ai politici e a noi stessi, chiedendo di assumersi la responsabilità di essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo” (arenapacedisarmo.org). L’appello (anche noi siamo tra i firmatari) recita: “La resistenza oggi si chiama non violenza, la liberazione oggi si chiama disarmo”. Viene in mente l’articolo 20 della “Legge fondamentale” tedesca: “Tutti i tedeschi hanno diritto alla resistenza contro chiunque intraprenda a rimuovere l’ordinamento vigente, se non sia possibile alcun altro rimedio”. —
 

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