L’illusione degli elefanti bianchi – Ae 66

Numero 66 – novembre 2005 Megaeventi costosi per il territorio e per la società che lasciano spesso impianti e infrastrutture inutilizzabili. Davvero non ne possiamo fare a meno? L’esperienza di opposizione a Torino 2006 Ci sono persone che ci hanno…

Tratto da Altreconomia 66 — Novembre 2005

Numero 66 – novembre 2005

Megaeventi costosi per il territorio e per la società che lasciano spesso impianti e infrastrutture inutilizzabili. Davvero non ne possiamo fare a meno? L’esperienza di opposizione a Torino 2006

Ci sono persone che ci hanno insegnato a lottare, e poi hanno avuto la sensazione di essere state lasciate sole. E si sono tolte la vita. Penso ad Alex Langer, “visionario e militante” -come abbiamo scritto sul retro di copertina del libro che gli abbiamo dedicato- “pacifista e anima nomade, un modello per tanti e un precursore su temi cruciali”, mentre Daniela Fossat mi racconta dell’opposizione pacifica di questi anni all’evento delle olimpiadi invernali di Torino, e della morte nel 1999 -suicida o suicidato- di Pa-squale Cavaliere, consigliere regionale verde, e strenuo oppositore di olimpiadi e Tav, l’alta velocità ferroviaria.

Il grande evento bianco è ormai alle porte, la cerimonia ufficiale si terrà venerdì 10 febbraio e i giochi andranno avanti per 17 giorni. 17 giorni, un’ottantina di medaglie e costi stimati per almeno 2 miliardi di euro, per la maggior parte coperti da finanziamenti pubblici. Gli impianti sportivi sono pronti, i villaggi per gli atleti e le infrastrutture lo saranno, resterà qualche ponte e qualche strada ancora da completare, ma questo non è un problema. Se poi nevicherà, l’apoteosi olimpica sarà completa.

Da qui alla cerimonia di chiusura, il 26 febbraio, non ci sarà spazio che per l’autocelebrazione. Tempi duri per il minuscolo popolo di ambientalisti, lillipuziani e consumatori critici che, negli ultimi 7 anni, ha sfidato la megamacchina olimpica, facendole i conti in tasca, denunciandone gli abusi e gli sprechi, richiamando sempre al rispetto dei diritti democratici. Ma, soprattutto, sostenendo l’inutilità e anzi la dannosità dei megaeventi: per l’ambiente, per i cittadini, per la società nel suo complesso (e la bibliografia, che conferma questa tesi, è ormai ben nutrita).

Un ruolo scomodo, da bastian contrario, rispetto a un evento, quello olimpico, che la maggior parte dell’opinione pubblica, degli attori economici e dei politici considera ex ante “una manna dal cielo”. Uno spazio di conoscenza, analisi e documentazione, che, alla fine, ha svolto un ruolo di supplenza, anche rispetto alle distrazioni di tutti noi, redazione e lettori di Ae compresi.

La prova?

Lo scorso luglio arriva in redazione una mail cattiva (o forse solo amara, come riconosceremo più avanti), indirizzata alla “direttrice di Altreconomia”. Punto del contendere la decisione di veicolare, con il numero di luglio di Ae, una cartolina di Young Words, una delle iniziative che fanno parte della “Tregua olimpica”, evento connesso con i programmi culturali delle olimpiadi e dedicato in particolare ai giovani. La mail finisce dicendo: “Non vorremmo che, nei prossimi mesi, con la rivista ci arrivi a casa anche il catalogo autunno-inverno dell’Asics, altro sponsor delle olimpiadi”.

Asics è una delle multinazionali dell’abbigliamento sportivo, uno di quei soggetti che come Nike, Reebok o Adidas, produce in sub-appalto in Asia. Per una scarpa che noi paghiamo 100 euro, ai lavoratori va meno di 1 euro.

La mail, inviata a noi di Ae, è rilanciata sulla lista delle Rete di Lilliput: l’invito è a scriverci e a protestare. Ma in redazione arrivano meno di una decina di mail. Segno che -come noi- anche Lilliput, o meglio quelli che almeno per un momento in questi anni si sono riconosciuti nella necessità di fare rete, rischiano di lasciare soli coloro che, in maniera ancora più minuscola e isolata, ma concreta, osano sfidare sul territorio i poteri forti.

Brucia la lettera indirizzata a noi di Ae. Brucia quell’annotazione finale. Ingiusta. Siamo stati tra i primi a dar conto della nascita di “Biancaneve”, campagna di pressione per chiedere sponsor “puliti” a Torino 2006, sponsor cioè non coinvolti nel traffico di armi, nello sfruttamento dei lavoratori e dei minori nel Sud mondo, nella violazione dei diritti umani, nell’inquinamento dell’ambiente (
www.giocapulito2006.org).

E in occasione dei Mondiali di calcio in Giappone avevamo dedicato pagine del giornale all’impatto deleterio dei megaeventi. Infine, in occasione dei giochi olimpici di Atene, avevamo tradotto, stampato e distribuito, in collaborazione con la campagna “Clean clothes campaign”, un opuscolo di 64 pagine che documenta in quali condizioni di sfruttamento operano molti sponsor olimpici produttori di abbigliamento sportivo. “Gioca pulito alle olimpiadi” era il titolo e lo slogan della campagna.

Prima di accettare la cartolina di Young Words abbiamo verificato che l’iniziativa non dipendesse dal Toroc, il comitato olimpico sotto accusa. L’operazione era sponsorizzata dal Comune di Torino e questo ci è bastato. 6 mila euro la cifra pagataci dalla Fondazione Atrium. I dubbi ci sono venuti dopo: quando abbiamo visto con quanta spensieratezza venivano spesi gli ingenti fondi (pubblici) stanziati per l’evento. E soprattutto quando Luca Graziano e Daniela Fossat ci hanno invitato ad aprire gli occhi e a dare un’occhiata al dossier olimpico a partire dall’intreccio di cariche, che talvolta mischiano persino controllati e controllori. È vero per esempio che “Tregua olimpica” dipende dal Comune e non dal Toroc, ma che distinzione ci può essere quando il city manager del Comune è anche il direttore del Toroc?

E poi: che senso ha che le amministrazioni pubbliche, mentre chiedono più soldi alle famiglie per gli asili o per i servizi, spendano poi così tanti denari in eventi effimeri (spesso attraverso Fondazioni ad hoc create per coinvolgere altri sponsor, le banche Crt e San Paolo in primis, ma anche per avere le mani più libere)?

“Così il principale sponsor delle olimpiadi di Torino -scrivono quelli di Biancaneve- è il cittadino: gli sponsor privati forniscono solo la metà del budget del Toroc (circa 800 milioni di euro) mentre le opere olimpiche sono a carico dello Stato (finanziate con la legge 285 del 2000) o delle amministrazioni pubbliche. Il Comune, per promuovere Torino olimpica città d’arte, cultura e sport ha impegnato a bilancio 97 milioni di euro, nel 2003, 87 milioni nel 2004 e 84 milioni sono a preventivo 2005”.

Ma, come insegna il lavoro puntuale di www.nolimpiadi.8m.com, è necessario fare un passo indietro e interrogarsi sulla ragionevolezza e sulla convenienza, anche economica, dei giochi olimpici. Perché le città si fanno la guerra e spendono milioni di euro per aggiudicarsi i giochi?

Evidentemente tutti sperano di ottenerne dei benefici: le olimpiadi, più di ogni altro grande evento, sono utilizzate per ottenere ritorni d’immagine e benefici turistici di lunga durata, ma anche per convogliare investimenti e favorire lo sviluppo di un particolare territorio.

Le olimpiadi del 1928 e del 1948 sono state utilizzate per consolidare l’immagine della piccola Saint Moritz come stella del turismo invernale così come le olimpiadi estive del 2000 a Sydney sono servite a far entrare l’Australia nei flussi turistici internazionali; uguale ruolo, ancora più clamoroso, avranno le olimpiadi di Pechino del 2008; i francesi a Grenoble (1968) e i giapponesi a Sapporo (1972) hanno utilizzato invece i giochi per modernizzare intere aree del Paese.

Non solo sport, quindi, anche se lo sport ovviamente conta, ma soprattutto affari e, spesso, un uso discutibile del territorio.

Chi paga?

Per Torino gli attori principali sono il Toroc, il Comitato organizzatore che decide quel che serve, e l’Agenzia Torino 2006, ente pubblico istituito con la legge 285 del 2000 che l’ha anche dotato dei primi 1.091 miliardi di lire per finanziare i lavori. Ma alla fine, i denari pubblici che lo Stato, la Regione Piemonte e il Comune di Torino avranno messo a disposizione dell’evento olimpiade saranno molti di più. Difficile quantificarli, anche perché passano attraverso decine di rivoli diversi (come “Tregua olimpica” insegna).

E il Toroc? Si finanzia con la cessione dei diritti televisivi, le sponsorizzazioni, la vendita dei biglietti (circa mezzo milione quelli fin qui venduti, ma a bilancio la previsione è di almeno un milione di spettatori paganti) e la cessione del marchio.

Decisivi i diritti tv, gestiti direttamente dal Cio (il Comitato olimpico internazionale che trattiene per il suo funzionamento e per lo sviluppo del movimento olimpico l’8 per cento delle entrate): per Torino 2006 saranno di 833 milioni di dollari (erano 91 vent’anni fa); come sempre il 49 per cento andrà al Comitato organizzatore nazionale (408 milioni di dollari che, in questo caso, vanno al Toroc) e il resto servirà a sostenere i vari Comitati olimpici nazionali.

Quanto sono le entrate da sponsor su cui può contare il Toroc? Si conoscono i nomi  (divisi in sponsor di primo livello, ufficiali e fornitori) ma non l’entità delle sponsorizzazioni. Gli sponsor globali -Nike, Coca Cola, McDonald’s…- sono invece gestiti direttamente dal Cio.

“Abbiamo ripetutamente chiesto i dati -dice Daniela Fossat-, relativi rispettivamente alle sponsorizzazioni in  denaro e a quelle in beni e servizi (quantomeno il loro ammontare complessivo) ma il Toroc, il Comitato organizzatore, ci ha ribadito che non intende diffondere alcun dato del genere, nemmeno aggregato”. In ogni caso i principali sponsor -Fiat, Iveco, San Paolo, Telecom e Tim- dovrebbero avere versato 40 milioni di euro a testa.

Nonostante ciò il bilancio del Toroc è a rischio: nell’autunno del 2004 si parlava di un buco di 180 milioni di euro dovuto a mancati sponsor e a costi maggiori.

Come si fa in questi casi? Come già avvenuto: si spostano voci di spesa previste nel bilancio del Toroc al bilancio dello Stato o di qualche amministrazione locale.

Biancaneve prevede che non lo Stato (il Toroc non può ricevere finanziamenti pubblici), ma alcune aziende pubbliche interverranno in soccorso al Toroc. Così quello che non si dà in un modo si dà in un altro. E, in effetti, nello scorso settembre il gruppo Ferrovie dello Stato entra nel numero degli sponsor ufficiali.

La stessa cosa era successa nell’agosto scorso con l’ingresso di Finmeccanica (azienda a partecipazione pubblica) tra gli sponsor olimpici per un importo di 6 milioni di euro. Peccato che Finmeccanica produca e faccia business con armi e elicotteri da guerra e, tra gli sponsor olimpici, ci sta proprio male. Parte la campagna, con anche banchetti e raccolte di firme, per chiedere al Toroc e al Comune di Torino di rinunciare alla sponsorizzazione, ma Finmeccanica è ancora lì tra gli sponsor a far bella mostra di sé.

A questo punto, una parte della società civile di Torino e del Piemonte, decide di boicottare anche la “Tregua olimpica”: è ipocrita parlare di tregua se poi si finanziano gli eventi “di pace” con i soldi di un’industria di armamenti. Il legame, come abbiamo visto, non è diretto ma la critica ci sta tutta.

Resta la riflessione e la critica di fondo di coloro che si oppongono ai megaeventi, all’idea di società e di sviluppo che è sottesa, e quindi alle olimpiadi: eventi effimeri, con grande spreco di denaro, che spesso lasciano in eredità un ambiente naturale compromesso e impianti sovradimensionati, veri e propri “elefanti bianchi” che nessuno sa bene come utilizzare nel dopo olimpiadi (per Torino 2006 saranno almeno due: la pista di bob e i trampolini di salto), ma che soprattutto sovvertono i principi democratici e riducono la responsabilità pubblica, come riconoscono anche i geografi dell’Università di Torino (www.omero.unito.it). [pagebreak]

Bob, il padre di tutti gli elefanti bianchi

Qui sopra la più complessa e travagliata opera di Torino 2006, la pista di bob. Un serpentone di cemento e ghiaccio lungo 1.435 metri, costruito ex novo su una superficie di 170 mila metri quadrati con sbancamenti e disboscamenti (vedi la foto sotto il titolo di apertura). Costo 70 milioni di euro, gare olimpiche previste 8. E dopo? Non si sa: la pista è tecnica e difficile (si raggiungono i 130 chilometri all’ora, tempo medio di una gara 53 secondi).

Travagliata la localizzazione dell’impianto: in origine era previsto a Beaulard, poi a Oulx ma qui si scopre che il terreno è ricco di amianto e  si decide infine per Cesana-Pariol: sede però non ideale, troppo esposta al sole per una pista che deve stare sottozero (dai -8 ai -15 gradi). “Anche una breve esposizione ai raggi solari è dannosa”.

Salti: spettacolari ma inutili?

Questa volta non ci saranno ritardi nella consegna degli impianti sportivi che, a scanso di equivoci, sono stati già aperti lo scorso gennaio, dalle piste di Bardonecchia a quelle di free-style di Oulx (con annessi impianti di illuminazione e, necessariamente, innevamento artificiale) a quelle di Cesana, del Sestriere e di Pragelato. Poi, molti impianti sono ritornati “in letargo” per essere completati. A Pragelato l’altra infrastruttura più contestata di questi giochi (nella foto): due trampolini olimpici (130 metri di dislivello), che, una volta finiti i giochi , non si sa bene come riutilizzare. La soluzione individuata: la costruzione anche di tre trampolini-scuola più piccoli per gli allenamenti dei giovani saltatori. Funzionerà, o il rimedio rischia di essere peggiore (più costoso) del danno?

Per la città ma anche per la famiglia

C’era Giovanni Agnelli, l’avvocato, nel Comitato che nel 1998 propose e si spese per la candidatura olimpica di Torino. Presidente del Comitato era Evelina Christillin (nella foto), cugina e amica di Giovanni Agnelli e moglie di Gabriele Galateri di Genola, amministratore delegato di Ifi e Ifil, le casseforti della famiglia Agnelli, oggi presidente di Mediobanca.

La presenza di casa Fiat, nella vicenda olimpica, è tutt’altro che marginale. Nel Comitato promotore ci sono tra gli altri Tiziana Nasi, presidente della Sestriere spa, società del gruppo Fiat che gestisce il comprensorio sciistico “La via Lattea” dove si svolgeranno molte gare olimpiche, e Giuseppe A. Zunino, amministratore delegato della Sestriere ma soprattutto, all’epoca, membro del consiglio di amministrazione di Ingest spa, società del gruppo Fiat proprietaria di alcuni dei terreni dove far sorgere il Villaggio olimpico di Torino.

Case da riconvertire

3 villaggi per gli atleti e 7 per i media dislocati a Torino e in strutture alberghiere in montagna (nella foto: il villaggio olimpico costruito sull’area degli ex mercati generali di Torino). Gli appalti per gli alloggi degli atleti (2.500), dei giornalisti (circa 10 mila) e delle squadre al seguito, giudici e tecnici olimpici compresi, costituiscono un cospicuo capitolo di spesa. Saranno utilizzati per le tre settimane di gara e poi costituiranno una vera e propria “eredità” da gestire nel dopo-olimpiadi. Molti diventeranno alloggi universitari (a Torino per esempio) ma altri potrebbero risultare non così semplici da riconvertire. Meglio sarebbe stato scegliere la destinazione finale prima di iniziare a costruire, ma quasi mai questo è stato possibile.

Tu costruisci e il traffico aumenta

Come per ogni grande evento, difficile sapere con esattezza quanti soldi pubblici vengono spesi per tutte le opere e le infrastrutture: uno dei capitoli più importanti riguarda comunque la viabilità. I giochi olimpici, seppur brevi (17 giorni), devono però garantire per contratto una serie di collegamenti funzionali per atleti e pubblico (un milione di arrivi previsti a Torino e nelle valli olimpiche). Nella foto il tunnel per la variante alla statale 589 dei laghi di Avigliana (60 milioni di euro). Nel 2002 la spesa complessiva per questo tipo di opere era di circa 500 milioni di euro. Ma la cifra, come le altre, è destinata a lievitare. In qualche caso si tratta di opere attese da anni, quasi sempre il risultato sarà però quello di aumentare il traffico auto in un ambiente fragile come quello alpino.

Quanto ci costa quel manto bianco!

Se la neve non c’è (e negli ultimi anni ce n’è sempre meno) bisogna crearla. Per rendere agibili impianti e piste olimpiche sarà quasi sempre necessario ricorrere all’innevamento artificiale. Per questo sono stati realizzati in quota nove laghetti artificiali che serviranno ad alimentare i cannoni sparaneve. Quello di Cesana San Sicario (nella foto) contiene 31 mila metri cubi d’acqua e contribuirà a innevare 11 chilometri di piste con 455 mila metri quadrati di neve artificiale. Ma, a loro volta, i laghetti devono essere alimentati attraverso il prelevamento d’acqua da torrenti e ruscelli. Il risultato è di impoverire ulteriormente la portata di fiumi e laghi. Altri “effetti collaterali” delle olimpiadi e del “consumo” di neve: disboscamento, cementificazione, irreggimentazione delle acque, inquinamento.

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