Libia, violenze sui migranti: Human rights watch accusa anche l’Italia

“Ci hanno preso a calci e picchiati senza motivo. Quando abbiamo chiesto qualcosa da mangiare, la polizia ci ha mostrato un camion pieno di cibo avariato su cui giravano i gatti e ci ha detto di mangiare quello”. Poi Tesfai e i suoi compagni di viaggio – in fuga da Eritrea, Sudan e Somalia –

sono stati arrestati. Niente di nuovo. La detenzione arbitraria dei migranti africani a Kufrah – la prima città libica dopo la pista che attraversa il Sahara lungo la frontiera col Sudan – è normale amministrazione. Stavolta però a puntare il dito contro Mu’ammar al-Qaddafi è “Human rights watch” (Hrw), il gruppo per i diritti umani con sede a New York, che in un recente rapporto accusa la Libia di arresti arbitrari, pestaggi e rimpatri forzati dei migranti africani. E intanto Italia ed Europa continuano a corteggiare la Jamahiriya perché chiuda a doppia mandata la propria frontiera.

di Gabriele Del Grande – Redattore Sociale

Hrw ha documentato abusi e violenze al momento dell´arresto e durante la detenzione. Testimoni raccontano di pestaggi, sovraffollamento, mancanza di accesso a un avvocato e scarse informazioni riguardo all’imminente deportazione. “Eravamo almeno 700 persone, in un unica stanza, per 2

settimane ho mangiato solo acqua e un pugno di riso, per il pane si doveva pagare. – racconta a Redattore Sociale un rifugiato bolognese passato dalla Libia nel 2005 – Le guardie la notte mi costringevano a fare le flessioni, e quando ero esausto mi prendevano a calci”. Testimoni hanno riferito a Hrw di donne detenute stuprate da agenti della sicurezza. E’ un inferno a tempo indeterminato: nessuno dei detenuti viene giudicato in un tribunale, né sa per quanto tempo rimarrà in carcere. L´unico modo per uscirne è la corruzione. Gli intervistati hanno raccontato a Hrw come con una tangente, i poliziotti o le guardie carcerarie lasciano andare i detenuti o chiudono un

occhio sulla loro fuga.

Il governo libico sostiene che gli arresti di clandestini nel paese sono necessari per ragioni di ordine pubblico e che sono eseguiti dalle forze di sicurezza nel rispetto della legge sull”immigrazione. In una nota a Hrw dell¹aprile 2006, Tripoli ha dichiarato che alcuni agenti di polizia avevano ³ecceduto nell¹uso della forza² ma che ³in ogni caso si trattava di azioni isolate da parte di singoli soggetti che nulla avevano a vedere con i metodi formalmente applicati². In tali casi sarebbe stata intrapresa un¹azione legale, ma il governo non abbia fornito statistiche sul numero di poliziotti

incriminati o condannati per essere ricorsi a un uso eccessivo della forza o aver violato in altro modo la legge.

Tre delle carceri libiche accusate da Hrw, sono finanziate dall´Italia, come previsto dall´accordo Berlusconi-Qaddafi. Un accordo a tutt’oggi segreto, ma i cui dettagli sono stati rivelati dal rapporto della Missione tecnica Ue in Libia del dicembre 2004. Dal 2003 il governo italiano “ha finanziato la

costruzione di un campo per immigrati illegali, in linea con i criteri europei, da costruire nel Nord del Paese”. E nella Finanziaria 2004-2005 “uno stanziamento speciale è previsto per la realizzazione di altri due campi nel Sud del Paese, a Kufra e Sebha”.[pagebreak]

Dall’Italia 50 charter tra agosto 2003 e dicembre 2004 per rimandare indietro 5.688 persone.

Abusi contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Dure accuse contro Libia e Italia, in un rapporto pubblicato ieri da Human Rights Watch (Hrw), il gruppo per i diritti umani con sede a New York. Dal 2003 al 2005, secondo dati ufficiali, risultano documentati all”incirca 14.500 rimpatri di stranieri da parte del governo libico, per lo più verso Paesi dell¹Africa subsahariana. Oggi la maggior parte delle deportazioni avvengono a bordo di aerei ma inizialmente alcune espulsioni avvenivano via terra a bordo di autocarri o pullman attraverso il deserto, con notizie certe di almeno 146 morti durante i viaggi. Dal canto suo l´Italia nel 2004 ha effettuato migliaia di espulsioni verso la Libia in modo frettoloso e indiscriminato, senza permettere la possibilità di presentare richiesta d¹asilo. Una volta

in Libia, il governo libico ha rimpatriato queste persone verso i loro Paesi d¹origine, senza curarsi se costoro rischiavano persecuzioni o maltrattamenti. Tra l¹agosto 2003 e il dicembre 2004, l´Italia ha affittato 50 aerei charter dalla Libia che sono serviti a rimpatriare 5.688 persone.

Una pratica abbandonata, dopo la condanna delle espulsioni collettive in Libia, emessa il 10 maggio 2005 la Corte europea dei Diritti dell¹Uomo.

Il governo libico afferma che la maggior parte dei deportati erano migranti spinti da motivi economici, per i quali il rimpatrio non comportava nessun rischio. Non era certo questo il caso del volo diretto ad Asmara (Eritrea) che nel 2004 venne dirottato dai suoi passeggeri e costretto ad atterrare in Sudan, dove l¹Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) riconobbe loro lo status di rifugiati. La Libia non ha una legge sull¹immigrazione, non ha sottoscritto la Convenzione sui rifugiati del 1951 e non collabora con l¹Unhcr, sebbene questo abbia una sede a Tripoli.

Durante l¹intero processo di deportazione, dall¹arresto sino al rimpatrio forzato, le persone non hanno alcuna opportunità di presentare domanda di asilo. Tuttavia il “Proclama costituzionale” della Libia del 1969 afferma che “l¹estradizione di rifugiati politici è proibita². La legge 20 del 1991, sul ³rilancio della libertà², afferma che la Libia ³sostiene gli oppressi e i difensori in cammino verso la libertà e non abbandona i rifugiati sottraendosi alla loro protezione². Sia la Convenzione contro la tortura sia la Convenzione africana dei rifugiati vietano alla Libia di mandare persone in Paesi dove sarebbero gravemente esposti al rischio di persecuzione o tortura.

Non molto tempo fa Qaddafi aveva aperto le proprie porte agli stranieri, invogliato dalla manodopera a basso costo e impegnato a promuovere il proprio ruolo di leader panafricano. Ma quei tempi sono soltanto un ricordo. Intorno al 2000 le tensioni sociali di un Paese con 1 milione di stranieri su 6milioni di popolazione, portarono al cambio di rotta. Nel settembre 2000 le sommosse anti stranieri esplosero a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, causando la morte di almeno 560 migranti. Negli stessi anni l´Europa iniziava a fare forti pressioni su Qaddafi per il controllo delle  coste. Intanto aumentavano gli sbarchi, e le vittime: almeno 1.857 morti annegati nel Canale di Sicilia dal 1996 ad oggi, di cui 1.123 dispersi.

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