Opinioni

L’esplosione del debito chiama le migrazioni

Esiste un legame tra un aumento spropositato dell’indebitamento, che tra il 2008 e il 2015 è cresciuto di 57mila miliardi di dollari a livello globale, pari al 40 per cento del totale, e le persistenti condizioni di povertà in particolare nell’Africa Subsahariana e nel Sud dell’Asia. Così la crisi, nata nel cuore delle economie avanzate, alimenta la fuga di un’umanità dolente

Nel corso degli ultimi anni si sono manifestati due processi in grado di condizionare profondamente le dinamiche sociali e politiche di larghe parti del pianeta. Il primo è costituito dal perdurare di un’enorme massa di poveri, che continuano ad essere poco meno di 1 miliardo. Un dato impressionante e non tollerabile, che in termini percentuali ha registrato un sensibile miglioramento con una riduzione di oltre 100 milioni di poveri negli ultimi 10 anni, e di oltre 200 milioni dal 1992, ma che ha conosciuto, al tempo stesso, una brutale concentrazione in alcune zone.
Più specificatamente, il numero dei poveri sta continuando a crescere nell’Africa Subsahariana e nel Sud dell’Asia, mentre sta riducendosi in altre aree del mondo.

Le proiezioni della Banca Mondiale sono in tal senso assai eloquenti: in Africa Subsahariana  e nel Sud dell’Asia si stima che nel 2030 vivranno 377 milioni di poveri su un totale di 412 milioni in tutto il mondo. Nel 2011, le due aree ospitavano 814 milioni di poveri, del miliardo totale.
In altre parole, le geografie della povertà tendono a restringersi e a dipendere, sempre più, dal persistere di conflitti endemici, dagli effetti dei cambiamenti climatici, dalle criticità degli approvvigionamenti agricoli e dalla insufficiente capacità di attrarre investimenti.

L’altro processo in pieno svolgimento è rappresentato dalla vera e propria lievitazione del debito mondiale, che dal 2008 al 2015 è cresciuto di oltre 57mila miliardi di dollari, di cui ben 25mila miliardi costituiti dall’incremento del debito pubblico: si tratta di una crescita superiore al 40%, che non ha avuto precedenti nella storia mondiale.
Questa crescita del debito degli Stati è avvenuta principalmente nelle economie avanzate, per un valore pari a 19mila miliardi, che sono serviti ad operare massicci salvataggi bancari e ad importanti iniezioni di stimolo fiscale. In estrema sintesi, la grande crisi ha prodotto una colossale crescita del debito complessivo e ne ha trasferito una parte significativa in capo agli Stati, senza peraltro che il valore reale di tale debito venisse in qualche misura mitigato dalle ricadute dell’inflazione. 

Il mondo sta quindi vivendo da un lato una forte concentrazione della povertà nelle aree meno economicamente appetibili, e dall’altro un repentino aumento del debito, soprattutto nelle economie più mature. Esiste un legame tra questi due fenomeni? E quali sono le conseguenze di un simile legame?
Alla prima domanda può essere data una risposta affermativa, perché l’aumento dell’indebitamento da parte degli Stati più ricchi ha contribuito a ridurre in maniera drastica la loro già poco zelante volontà di erogare aiuti ai paesi in difficoltà. Nel 2015, certo non a caso, si è registrato il primo calo in termini assoluti del volume degli aiuti internazionali dal 1997, mentre in termini relativi la diminuzione è cominciata fin dal 2010. Con una prospettiva di questo tipo l’obiettivo dello 0,7% del Pil mondiale destinato agli aiuti -una percentuale considerata come la soglia minima in grado di generare qualche effetto benefico- sarà raggiunta, forse, fra cinquanta anni.

Con la crescita del debito, indotta dalla gravità della crisi iniziata nel 2007-2008 e ancora in corso, calano gli aiuti perché gli Stati non hanno la capacità di finanziarli e quindi le economie che non dispongono della prerogativa di auto-sostenersi o di attrarre risorse dell’estero tendono a diventare ancora più povere.
Quali sono le conseguenze di tutto ciò? È molto probabile che la concentrazione della povertà nelle aree dell’Africa continuerà a scatenare la fuga di un’umanità dolente, spinta dalla propria disperazione ad imbarcarsi su scafi criminali per tentare la fortuna sulle impossibili rotte del Mediterraneo. La riduzione degli aiuti e la progressiva contrazione delle risorse, unitamente alle profonde tensioni religiose, hanno contribuito in maniera rilevante alla scomparsa delle già fragili autorità statuali in molte realtà geografiche limitrofe alle coste del Mediterraneo, trasformato in un tragico cimitero di profughi. Secondo diverse stime, il numero dei morti nel Mediterraneo è stato pari a una media di oltre 1.600 l’anno dal 2008: cifre analoghe a quelle di un conflitto che in buona misura dipendono dagli effetti di un crisi nata nel cuore delle economie più avanzate.

* Università di Pisa

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