Le scorie di un conflitto – Ae 90

È il terzo produttore al mondo di uranio: dal Niger dipendono gran parte delle centrali a energia nucleare in tutto il mondo. Nel Nord del Paese, mentre aziende francesi e cinesi si contendono le miniere, riesplodono gli scontri tra ribelli…

Tratto da Altreconomia 90 — Gennaio 2008

È il terzo produttore al mondo di uranio: dal Niger dipendono gran parte delle centrali a energia nucleare in tutto il mondo. Nel Nord del Paese, mentre aziende francesi e cinesi si contendono le miniere, riesplodono gli scontri tra ribelli tuareg e governo


Appuntamento alle 14 davanti all’ingresso del mercato di Tamanrasset, la porta del Sahara, duemila chilometri a Sud di Algeri. I due tuareg si presentano puntuali. “Vieni con noi”. Impossibile riconoscerli: bisogna fidarsi del loro cenno. Impossibile non essere riconosciuti: devono però fidarsi della nostra telefonata. Indossano lo shesh, il panno blu degli uomini del deserto che lascia scoperti solo gli occhi. Una porta di ferro si spalanca su un cortile.

In una stanza disadorna i due sciolgono il copricapo: Mohammed dimostra una cinquantina d’anni, il suo collaboratore la metà. Disponiamo sul tappeto le dettagliatissime mappe dell’Institut Géographique National portate dall’Italia. Mohammed traccia con un dito gli oltre 500 chilometri di Sahara da percorrere fino alla frontiera tra Algeria e Niger. Là il confine esiste solo su una carta in scala 1:1.000.000. Oltre la linea immaginaria che divide i due Paesi nel cuore del deserto ci dovrebbe essere un fuoristrada dei ribelli a prelevarci. Per il trasporto Mohammed chiede 4 mila euro. La trattativa resta ferma su quel tappeto. Troppo costoso e troppo pericoloso. Interpellate, alcune guide tuareg di Tamanrasset sconsigliano in modo assoluto l’itinerario.



Dal Niger intanto rimbalzano notizie confuse su nuovi scontri armati e sullo stato di emergenza introdotto dal governo della capitale Niamey nel Nord. I militari hanno mano libera, le zone sono minate e i combattimenti proseguono.

Perché tentare l’ingresso clandestino in Niger? Chi sono i ribelli che si offrono di accompagnare un “visitatore” nelle loro basi? Che cosa succede, ancora oggi, nel Nord del Niger?

Accade che gruppi di tuareg si sono armati organizzandosi nel sedicente Movimento nigerini per la giustizia (Mnj). Chiedono una diversa distribuzione delle risorse derivanti dall’estrazione dell’uranio a vantaggio della popolazione locale, soprattutto dopo che a maggio del 2007 il Niger ha concesso una ventina di nuove licenze minerarie. Intanto però imbracciano le armi, guidati dai capi dell’ex-ribellione tuareg degli anni Novanta. Il loro territorio -il massiccio dell’Aïr, dell’Azaouak e ampie regioni del Nord- rischia di trasformarsi in un groviglio di prospezioni geologiche per estrarre uranio ma anche gas, petrolio e tutto quanto fa gola agli ingordi d’energia: Cina, India e Gran Bretagna in prima fila. E naturalmente agli ex-colonizzatori di Parigi: da oltre 35 anni i due giacimenti di uranio più importanti del Paese sono sfruttati dal colosso energetico francese Areva attraverso due società locali, Cominak e Somaïr. Con il 9% del mercato mondiale, il Niger è il terzo produttore di uranio dopo Canada (29%) e Australia (22%). Per anni è rimasto al 177° e ultimo gradino della graduatoria Onu sul cosidetto “sviluppo umano”, con un’aspettativa di vita media inferiore ai 50 anni. Solo nell’ultima classifica diffusa a novembre 2007, il Niger ha registrato un leggerissimo progresso di un paio di posizioni. In un Paese dove solo lo 0,2 per cento dei 12 milioni di abitanti usa internet, i ribelli rilanciano dal blog m-n-j.blogspot.com la loro “battaglia contro l’ingiustizia”.



Una lotta che non è affatto virtuale: dai primi mesi del 2007 conducono attacchi armati contro l’esercito del Niger nel Nord, col rischio però di esporre la popolazione locale -in gran parte tuareg, che sono meno del 10% della popolazione- alla rappresaglia dei soldati governativi. I ribelli hanno anche preso di mira i lavoratori della Cnpc, società statale cinese che sta setacciando il sottosuolo del Nord alla ricerca di petrolio. Finora il governo del presidente Mamadou Tandja ha risposto col pugno di ferro, affermando pubblicamente che i ribelli del Mnj sono soltanto “trafficanti di armi e droga”.



“Lo sfruttamento del nostro territorio non comporta alcun vantaggio per la popolazione locale” spiegava qualche mese fa, al telefono, Ibrahim Manzo Djallo, 35 anni, editore-direttore del quindicinale Air Info di Agadez, ora in carcere. Alla gente, secondo Djallo, “restano solo le scorie radioattive nella zona di Arlit o l’acqua inquinata dalle miniere”. Allarmanti livelli di contaminazione sono stati denunciati dalla Commissione di ricerca e informazione indipendente sulla radioattività (Criirad), organismo non governativo francese. Valori “100 volte superiori al normale” sarebbero stati rilevati ad Akokan, nel Nord del Niger, vicino a una delle due miniere dell’Areva. Le fette buone di questa yellow cake se le pappano tutte nel Nord del mondo. In Niger -dove tre medici devono bastare per centomila persone- restano gli avanzi indigesti e radioattivi della “torta gialla”. L’uranio estratto qui venne addirittura usato come giustificazione per l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. Stando a una patacca confezionata anche attraverso i servizi segreti italiani, Saddam Hussein avrebbe comprato in Niger l’uranio per le presunte armi di distruzioni di massa mai trovate.

Il Collettivo delle organizzazioni per la difesa del diritto all’energia in Niger (Coddae) ha intanto chiesto i danni per 1.000 miliardi di franchi Cfa agli Usa (circa 1,5 miliardi di euro) per aver “utilizzato il nome del nostro Paese”. “Vogliamo evitare che in futuro qualcuno accusi il Niger gratuitamente solo perché è povero” ha spiegato Moustapha Kadi, presidente del Collettivo.

Pochi mesi fa, l’Areva -azienda a partecipazione statale, guidata da Anne Lauvergeon, nella foto in alto a destra, manager fedelissima dell’ex-presidente Jacques Chirac- aveva trionfalmente annunciato il traguardo delle 100 mila tonnellate di uranio estratte in Niger in 35 anni, con l’obiettivo di raddoppiare a breve la produzione annuale.

Per Mamane Sani Adamou, dell’organizzazione locale “Alternatives espaces citoyens”, in tutti questi anni la società francese avrebbe incassato 4 miliardi di euro, in un Paese dove il prodotto interno lordo pro-capite è di circa 168 euro all’anno. “Per un chilogrammo di uranio venduto a 100 euro, solo 30 restano al nostro Paese

-dice Adamou-. Questo è neo-colonialismo”. Niamey ha accusato Areva di sostenere i ribelli tuareg in funzione anti-cinese e ha espulso un diplomatico dell’ambasciata di Parigi in Niger. Approfittando del conflitto nel Nord, il governo locale ha alzato il prezzo proprio a ridosso del rinnovo del contratto con i francesi. Una mossa abile, che ha obbligato il presidente Nicolas Sarkozy a inviare a Niamey il suo sottosegretario di Stato alla Cooperazione Jean-Marie Bockel.

“È andato a risolvere una mini-crisi” scrive il 7 agosto 2007 Le Monde in prima pagina. Ma soprattutto è andato a intascare il rinnovo del contratto sull’uranio, mentre Areva si prepara ad aprire un’altra miniera a Imouraren, nel Nord, con riserve stimate in 80.000 tonnellate. Il governo del Niger ottiene un aumento dai francesi, da 41 a 69 euro al chilo di uranio. Un minerale il cui prezzo sul mercato si è quasi decuplicato negli ultimi anni. Non è finita: secondo tutte le previsioni, il consumo della “torta gialla” dovrebbe aumentare in modo esponenziale nei prossimi anni. Rimarrà qualche fetta anche per gli abitanti del Niger?



Nome per nome, i profitti di chi scava

Il sottosuolo africano rende tantissimo. E soprattutto rende ricchi. Più di Google in qualche caso: basta scorrere le performance azionarie di alcune società che sfruttano l’immenso “scandalo geologico” del continente. L’Africa garantisce il 30% delle riserve minerarie mondiali, mantenendo una posizione di forza nella produzione di cobalto, rame, diamanti, oro, manganese ma anche uranio e fosfati. Un esempio? La società canadese Lundin mining corporation (con 5,4 miliardi di dollari di capitalizzazione) dal 2004 ha guadagnato il 679% grazie anche alle miniere di Tenke Fungurume, nella regione congolese del Katanga, uno dei più grandi depositi di rame e cobalto del pianeta. Ancora meglio è andata all’australiana Equinox Minerals che nello stesso periodo è cresciuta del 788% con la produzione di uranio e soprattutto rame in Zambia. Sono solo due delle non poche multinazionali che -secondo Bloomberg- hanno realizzato guadagni migliori di Google negli ultimi tre anni, comparando l’andamento dei loro titoli dopo l’esordio a Wall Street del motore di ricerca più famoso del mondo nell’agosto 2004. Negli indici azionari in Usa e soprattutto Canada e Australia (dove sono quotate gran parte delle società minerarie) si trovano dati clamorosi. La società Paladin Resource, con sede a Sidney, in tre anni ha realizzato uno sbalorditivo +4.551% grazie tra l’altro ai giacimenti di uranio in Namibia ma anche in Malawi, uno dei Paesi più poveri dell’Africa. La First Quantum -quotata in Canada e al London Stock Exchange di Londra- ha registrato un aumento del 982%. Secondo uno studio di PricewaterhouseCoopers, nel 2006 il settore minerario ha garantito a livello mondiale 67 miliardi di dollari di profitti, con una crescita del 64% rispetto all’anno precedente.

Le ricadute per l’Africa? Difficili da individuare o di fatto inesistenti: le concessioni per le estrazioni sono garantite da governi locali troppo spesso complici o incapaci di trasformare royalties minerarie in sviluppo. Si continua così a togliere la terra da sotto i piedi a quasi 900 milioni di africani. Che intanto sprofondano in un divario d’assurda ineguaglianza.



Una nazione al buio

Un Paese che non riesce a uscire dalla miseria più buia, ma che è in grado di “illuminare” il Nord del mondo.

È il paradosso energetico del Niger, terzo produttore planetario di uranio dopo Australia e Canada. I 441 impianti nucleari oggi esistenti sul globo garantiscono la produzione di energia elettrica in 31 nazioni. Ma in Niger solo 9 abitanti su 100 possono accendere una lampadina. Malgrado la ricchezza dell’uranio, in questo Paese dell’Africa sub-sahariana, caratterizzato da ampie regioni aride, l’85% della popolazione vive -anzi, sopravvive- con 2 dollari al giorno.

I dati del Programma Onu per lo sviluppo (Undp) si commentano da soli: il 40% dei bambini di età inferiore ai cinque anni è sottonutrita; il 71,8% dei nigerini (dai 15 anni in su) è analfabeta; il 54% non ha accesso a fonti d’acqua trattate in alcun modo. E il futuro potrebbe essere ancora più buio, perchè le poche risorse dovranno bastare per una popolazione in continua crescita. Gli attuali 12 milioni di abitanti (il 48% ha meno di 15 anni), potrebbero diventare 18 milioni nel 2015, con un tasso di crescita demografica stimato intorno al 3,5%, tra i più elevati del mondo.



Minerali, maledizione d’Africa

Il Niger non è l’unico produttore di uranio del continente: ampie riserve e giacimenti già sfruttati si trovano anche in altre zone dell’Africa, che garantisce in totale il 16% della produzione mondiale. A partire dalla tormentata Repubblica democratica del Congo, un forziere di minerali e risorse naturali come pochi altri (vedi Ae 89). Dalla miniera di Shinkolobwe, in Katanga, venne estratto l’uranio usato nelle due bombe sganciate dagli americani a Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Questa zona di estrazione, al confine con lo Zambia, continua a essere oggetto di sfruttamento illegale di uranio, che comprende traffici illeciti di cui si conosce ancora ben poco. Gli altri produttori sono Namibia

-nel 2006 ha esportato quasi 3.000 tonnellate, come il Niger- e Sudafrica. Prospezioni geologiche per la ricerca di uranio sono state avviate da una società inglese anche in Centrafrica, a un centinaio di chilometri dalla frontiera con la Repubblica democratica del Congo.



Identità e colpa

La prima rivolta risale al 1990. Allora, i tuareg chiesero maggiore autonomia amministrativa, e la possibilità di gestire le risorse del loro territorio. I tuareg nigerini sono un milione, su una popolazione totale di 12. Stanno tutti al Nord.

Ce lo racconta M., 40 anni, una moglie e quattro figli.

Un tuareg. Ad Agadez faceva la guida turistica. A giugno 2007 il primo arresto, un secondo ad agosto e, dopo il rilascio, la richiesta di asilo in Italia.

Ci chiede di non scrivere il suo nome, né dove vive ora. Gli accordi di pace vengono firmati nell’aprile del 2005. Non viene riconosciuta nessuna forma di federalismo, ma, almeno sulla carta, una sorta di decentralizzazione. Tuttavia, ci spiega M., i posti di potere rimangono nelle mani del governo centrale: “Il governatore di Agadez non è nato né vissuto ad Agadez”, dice.

Dopo una dozzina di anni di relativa tranquillità, i ribelli del Mnj attaccano nel febbraio 2007 una caserma dell’esercito, facendo tre vittime. Chiedono un nuovo accordo. Ma usano la forza. È l’inizio del conflitto. Il governo invia subito 7 mila soldati. Le armi, dice M., sono fornite dalla Cina. Così come le mine che fanno vittime tra la popolazione civile.

Iniziano gli arresti e le sparizioni. Cominciano a circolare gli appelli intolleranti nei confronti dei tuareg, per fermare i quali le ong presenti in Niger scrivono una lettera al presidente Tandja. Anche alcuni giornalisti famosi, non tuareg, vengono portati in prigione. Il governo non fa distinzioni tra ribelli e civili, dice M. Dall’inizio dell’anno le vittime sono decine, ma non è possibile stabilire un numero preciso, perché l’esercito vieta a tutti di avvicinarsi alle zone di conflitto, “anche agli aiuti umanitari”.

Anche K. è un tuareg. Ha 29 anni. La sua colpa è stata quella di aver lavorato per Aghaly Alambo, che prima di essere leader dei ribelli aveva un’agenzia turistica. Ogni tuareg è sospettato di essere legato al movimento dei ribelli, senza distinzione.

Dopo l’arresto, anche K. ha chiesto asilo in Italia, nell’agosto 2007. I suoi genitori e i suoi fratelli sono stati uccisi nell’attacco a Iferuoane, che oggi è un villaggio abbandonato.

“La soluzione di questo conflitto è nelle mani di Cina, Francia, Stati Uniti, Canada e Sudafrica”, dice. (pr)

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