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Inchiesta

Le miniere che assetano

In Mongolia da oltre 20 anni le compagnie estrattive contaminano l’acqua che serve ai pastori nomadi che vivono nel deserto del Gobi. Quella alle sorgenti del fiume Buuruljult è potabile secondo tutti i parametri; ma dopo soli due chilometri di attività mineraria presentano una concentrazione di alluminio di 179 mg/l, quasi 900 volte maggiore di quella consentita dall’OMS

Tratto da Altreconomia 177 — Dicembre 2015

Sono solo tre i fiumi che attraversano il deserto del Gobi, in Mongolia. E dall’acqua di questi tre fiumi dipende la vita di oltre 100.000 pastori nomadi, ultimi custodi di uno stile di vita millenario.
Il principale di questi tre fiumi è il fiume Ongii che scorre dalle montagne dell’Ovorckhangai fino al lago Ulaan. Il fiume Ongii ha tre diverse sorgenti denominate Bathult, Ult, e Buuruljult. Dal 1994 le valli Ult e Buuruljult sono state occupate da due diverse miniere d’oro attualmente amministrate dalla compagnia AUM, proprietà di una delle più potenti famiglie mongole che, dopo la caduta del comunismo, è stata in grado di accaparrarsi le risorse del Paese a prezzi stracciati. La miniera sul fiume Buuruljult attualmente occupa tutti i primi 16 chilometri del fiume che di fatto esce dalla miniera come un rigagnolo inquinato da una mezza dozzina di diversi metalli pesanti. Quella sul fiume Ult occupa “solo” 8 chilometri ma un progetto prevede il suo ampliamento fino ad occuparne tutto il letto. Oltre 20 chilometri.
Il 2000 è stato l’ultimo anno in cui le acque del fiume Ongii hanno raggiunto il lago Ulaan. Ed è proprio nel 2001 che un gruppo di pastori nomadi, guidato da Mönkhbayar Tsetsgeegiin, ha fondato il River Movement col proposito di difendere i fiumi del loro Paese. Grazie alle loro azioni nel 2007 il governo ha approvato una legge per proibire l’attività mineraria vicino alle sorgenti dei fiumi. Cosa più che sensata in un Paese in cui l’acqua scarseggia e il 70% della popolazione vive di pastorizia nomade e quindi è alla continua ricerca di acqua potabile per il bestiame.

Nel 2007 a Mönkhbayar Tsetsgeegiin è stato assegnato il Goldman Prize per la sua battaglia per la tutela dei fiumi del suo Paese. Tuttavia nel 2009 è stato arrestato e incarcerato con una condanna a 21 anni per “istigazione alla disobbedienza”, un reato che era stato sancito dal parlamento solo pochi mesi prima e che è stato applicato solo due volte nella storia del Paese centroasiatico.
Da quel giorno Mönkhbayar è stato in carcere nella vecchia capitale Karkhorin e, nonostante la legge che vieta l’attività mineraria nelle zone di sorgenti non sia mai stata abrogata, la compagnia AUM ha continuato a estrarre oro dalle sorgenti dei fiumi Ult e Buuruljult sfrattando dalle loro terre circa 2mila famiglie di pastori nomadi. Famiglie che, sradicate dal loro territorio e dal loro stile di vita tradizionale, non hanno altre opportunità se non quelle di emigrare nella capitale Ulaanbaatar. Ma Ulaanbaatar è una città che ha più che raddoppiato la propria popolazione negli ultimi dieci anni. I posti di lavoro nella capitale sono sempre meno e molti di coloro che ci vanno a cercar fortuna finiscono in preda ad alcool e delinquenza. Ulaanbaatar, che fino a dieci anni fa era considerata una città pacifica e vivibile, negli ultimi anni sta sperimentando un incremento spaventoso di delinquenza, prostituzione e alcolismo.

Ma la situazione non è molto diversa per chi è rimasto nelle alte valli del fiume Ongii. Secondo un recente studio di Source International (source-international.org) le acque delle sorgenti del fiume Buuruljult sono potabili secondo tutti i parametri; ma dopo soli due chilometri di attività mineraria presentano una concentrazione di alluminio di 179 mg/l, quasi 900 volte maggiore di quella consentita dall’OMS, e quasi mille volte maggiore della concentrazione dello stesso elemento a monte della miniera. Discorso analogo vale per il ferro, il manganese, il piombo, l’arsenico, il cromo, il cadmio e un totale di nove metalli pesanti tutti cancerogeni e teratogeni. Se una persona bevesse due litri di quell’acqua ogni giorno finirebbe con bere la quantità di alluminio contenuta in una lattina da 33 ml ogni 45 giorni. L’alluminio della lattina, non della bibita… 

Questa situazione di fatto obbliga tutte le famiglie nomadi della bassa valle a percorrere quasi 30 chilometri al giorno per poter portare acqua potabile alle loro tende. Secondo la dichiarazione delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua, votata dalla Mongolia, nessuno dovrebbe percorrere più di un chilometro al giorno o impiegare più di 30 minuti per avere accesso all’acqua potabile. Ma i bambini della bassa valle del fiume Buuruljult risalgono la valle ogni giorno con cavalli e motociclette di vecchia fabbricazione sovietica per andare alla sorgente del fiume a raccogliere l’acqua per tutta la famiglia. L’operazione richiede circa tre ore per chi ha la fortuna di possedere una motocicletta, fino a cinque ore per chi è costretto ad andare a cavallo.
Ma anche così i problemi rimangono. Infatti la contaminazione è una contaminazione da metalli pesanti che sono residuali e si bioaccumulano lungo la catena alimentare. E se i bambini possono andare a prendere l’acqua a monte per le loro famiglie (privandosi del tempo per giocare, studiare o aiutare con il bestiame) questo non lo fanno gli animali che così bevono l’acqua nella bassa valle accumulando nei loro tessuti enormi quantità di metalli che poi trasmettono agli esseri umani attraverso il latte e la carne. E in Mongolia la dieta è basata quasi esclusivamente su latticini e carne. Gli inverni con temperature costantemente inferiori ai -30°C non consentono nessuna forma di agricoltura e la dieta dei pastori nomadi si basa solo ed esclusivamente su prodotti animali che però nelle valli Ult e Buuruljult sono dei veri e propri veleni.
Non ci sono studi a riguardo ma la popolazione locale parla di un incredibile numero di aborti, morti sospette e problemi di salute di ogni tipo. 

A questo si aggiunge il disastro sociale locale. Molti dei pastori che si sono visti costretti ad abbandonare il loro stile di vita tradizionale e cha hanno deciso di non emigrare nella capitale o in Cina, si sono “riciclati” come cercatori di oro artigianali. In Mongolia li chiamano ninja per la loro capacità di apparire e sparire velocemente. La loro situazione è identica a quella descritta nei libri di Jack London ormai un secolo e mezzo fa. La tecnica è rimasta la stessa: filtrazione con setaccio. Anche la situazione ambientale è molto simile: si può lavorare solo nel periodo del disgelo; da aprile ad ottobre, e l’acqua è tremendamente fredda. A luglio la temperatura media dell’acqua è di 9°C. I cani da slitta sono sostituiti da cammelli e yak, ma zuffe, omicidi, prostituzione e alcolismo sono gli stessi dello Yukon di fine ottocento. Le pagliuzze di oro estratto vengono rivendute a commercianti cinesi che le rivendono in patria ad un prezzo tra le quattro e le sei volte più alto. Dalla Cina quell’oro poi finisce direttamente nelle gioiellerie occidentali ripulito di ogni provenienza sospetta. Oro pulito e certificato.

In questo scenario l’attivismo del River Movement e di Mönkhbayar Tsetsgeegiin rappresentano l’unica speranza per la popolazione locale. E la buona notizia è che, due settimane dopo la pubblicazione di uno studio specifico da parte di Source International, Mönkhbayar è stato liberato ed è ora pronto a riprendere le sue battaglie. —

* Fondatore e direttore di Source International

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