Opinioni

Le carezze di Renzi ai Grandi Operai

L’Italia è tra i co-fondatori della nuova banca mondiale cinese, l’Asian Infrastructure Investment Bank:  è una istituzione finanziaria internazionale viene da Pechino per competere con il principale ente multilaterale di sviluppo, la World Bank. Il rischio della concorrenza, però, di annacquare gli standard ambientali e sociali e sui diritti umani. Il commento di Antonio Tricarico di Re:Common

E bravo Matteo Renzi: pur di fare grandi opere a tutti i costi, si può permettere anche uno sgarro all’amico americano. Così l’Italia ha deciso di essere tra i co-fondatori della nuova "banca mondiale cinese”, ossia l’Asian Infrastructure Investment Bank. Questa nuova istituzione finanziaria internazionale viene promossa da Pechino per competere con il principale ente multilaterale di sviluppo con sede a Washington, la World Bank, soprattutto con l’obiettivo di finanziare le grandi infrastrutture. Gli appalti per le imprese italiane di costruzione e la penetrazione nei mercati asiatici fanno gola, si dirà, visto che da quando i cinesi hanno iniziato a contare a Washington le aziende tricolori di appalti pagati con i soldi della Banca mondiale ne hanno beccati di meno.

L’unica cosa su cui il G20 –la nuova cassa politica di compensazione globale tra i governi che contano sul pianeta- è riuscito a mettersi d’accordo in sette anni è che per uscire dalla crisi economica globale bisogna tornare a finanziare mega infrastrutture a suon di trilioni di dollari ogni anno. Poche remore per l’ambiente, i cambiamenti climatici, le popolazioni locali, i popoli indigeni. Mega corridoi che taglieranno l’Africa, l’America Latina, l’Asia, ma anche la vecchia Europa con le Trans-European Networks, in cui scorreranno insieme trasporti, energia, telecomunicazioni (magari con la protezione di una pesante militarizzazione).

Da questa scelta si è generata una feroce competizione tra le varie istituzioni finanziarie internazionali nel prendersi la leadership nel gestire i finanziamenti, promuovendo una leva ambiziosa sui mercati di capitale privati per moltiplicare le risorse disponibili, così da trasformare le mega infrastrutture in flussi finanziari su cui costruire nuovi asset profittevoli da vendere ad investitori internazionali. Per fare ciò la Banca mondiale sta velocemente mettendo in piedi la nuova Global Infrastructure facility.

Tale competizione sta generando una corsa al ribasso, con la Banca mondiale che vuole annacquare i propri standard ambientali e sociali e “tenersi lontana” dai diritti umani, mentre le nuove istituzioni hanno regole ancora poco chiare e sono figlie dell’imperativo del fare veloce.

Al riguardo basta dare un’occhiata ai progetti segnalati dai governi europei per beneficiare del Piano Juncker – la nuova facility europea da 315 miliardi di euro – per accorgersi che non mancano le grandi opere dubbie, anche economicamente. Anzi, alcune le potremmo definire inutili. Fra qualche anno potremmo ritrovarci con schemi stile “sub-prime”, ovvero quelli che negli Usa hanno generato la crisi finanziaria del 2008. Soprattutto si potrebbe materializzare l’eventualità che si generi nuovo debito pubblico nelle casse dei soliti “Stati-pantalone”.

Proprio quando il ministero delle Infrastrutture in Italia “crolla” sotto gli scandali, meglio andare all’estero, in Cina, per promuovere il “sistema Italia” delle grandi opere.
L’Expo che si apre a Milano il primo maggio, giorno caro al governo comunista cinese, sarà un bel biglietto da visita, con le indagini per corruzione e infiltrazione mafiosa ancora in corso. D’altronde, a Pechino come a Roma, non sarà certo per queste indagini della giustizia – e qualche affermazione triste e fuori luogo – che le grandi opere non si faranno.
Perché i diritti dei Grandi Operai vanno difesi in tutto il mondo!

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