L’agricoltura contadina sfamerà il mondo

In America centrale le popolazioni indigene hanno ripreso una tradizione contadina locale e hanno ricominciato a concimare i terreni con metodi naturale, anziché usare fertilizzanti chimici. I contadini guatemaltechi che lavorano nelle piantagioni della United Fruit Company hanno iniziato ad…

In America centrale le popolazioni indigene hanno ripreso una tradizione contadina locale e hanno ricominciato a concimare i terreni con metodi naturale, anziché usare fertilizzanti chimici. I contadini guatemaltechi che lavorano nelle piantagioni della United Fruit Company hanno iniziato ad usare un tipo di fagiolo fertilizzante, il mucuna pruriens originario dell’Honduras. Secondo uno studio del 2002 questa tecnica ha consentito di moltiplicare i rendimenti delle coltivazioni dalle 3 alle 9 volte e di intensificare il ciclo di coltivazione, senza dover fare largo ricorso ai fertilizzanti chimici a base d’azoto. Questo è uno dei tanti casi in cui un investimento nell’agricoltura “povera” ha portato a un successo. Sono tutti documentati nel rapporto di Oxfam Investing in Poor Farmers Pays, Rethinking how to invest in agricolture: investire nei contadini poveri conviene ed è l’unico modo per far fronte alla crisi alimentare che dal luglio 2008 ha portato i prezzi del cibo alle stelle e un miliardo di persone a soffrire la fame. Il modello “classico” di agricoltura su larga scala dei Paesi industrializzati non è più sostenibile e non risponde a quest’emergenza. Secondo Oxfam è necessario ripensare l’agricoltura, investendo nelle piccole realtà agricole dei Paesi poveri. I contadini che lavorano in zone sottosviluppate, scarse d’acqua e spesso soggette a fenomeni atmosferici estremi, non possono ottenere alcun vantaggio dalle tecnologie che vengono solitamente utilizzate nei Paesi ricchi e fertili.
Per questo sono necessarie Low External Input Technologies (Leit): interventi tecnologici non invasivi, che possono essere facilmente gestiti dai contadini locali.
I Leit incoraggiano l’attività diretta dei contadini che non subiscono la tecnologia, ma la adattano alle proprie esigenze: consentono di coltivare rispettando il suolo, controllare la crescita di piante infestanti e limitare l’uso di pesticidi. Inoltre permettono di proteggere la biodiversità e di incrementare i rendimenti medi dei terreni. In Burkina Faso, nella pianura di Yatenga, per esempio, le tecniche sviluppate dalla popolazione locale hanno riportato alla coltivazione numerosi terreni, strappandoli all’erosione del deserto con la costruzione di pozzi e dighe. Grazie a questi interventi i tassi di rendimento in alcune zone hanno sfiorato una crescita del 40%. In Indonesia l’utilizzo di metodi integrati di gestione del parassita, che consentono di ridurre l’uso pericoloso degli insetticidi sintetici, ha consentito di rispettare maggiormente i suoli delle coltivazioni di riso, che richiedono così meno acqua e sono più produttivi. Pratica promosse anche dalla Fao.

Per approfondire l’approccio di Oxfam ai Paesi del Sud del mondo puoi leggere Dalla povertà al potere, di Duncan Green. Coltivare la città, a cura di Andrea Calori, è invece il libro che raccoglie esperienze di filiera corta in tutto e tecnologie appropriate legate all’agricoltura contadina anche nei Paesi del Sud

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