Opinioni

La vergogna dell’evasore

L’Italia tollera chi non paga le tasse, pur consapevole che altri reati economici -come corruzione e riciclaggio- siano legati all’evasione. Una punizione esemplare sarebbe la confisca dei beni, come per i mafiosi

Tratto da Altreconomia 163 — Settembre 2014

Il vizio di non pagare le tasse è piuttosto diffuso nel nostro Paese, anche se genera gravi conseguenze sia dal punto di vista economico che sociale. Sono circa 180 i miliardi sottratti annualmente al gettito del fisco italiano secondo le ultime stime ufficiali. A questi dati, si aggiungano quelli sui primi cinque mesi di quest’anno forniti dalla Guardia di finanza: sono stati scoperti 3.070 evasori fiscali totali e sono stati sequestrati 460 milioni di euro.

L’evasione fiscale è anche la madre di tutti i reati economici, a partire dalla corruzione, com’è emerso anche dall’inchiesta sul Mose di Venezia. E l’evasione fiscale, si ricollega anche al riciclaggio di denaro sporco. La relazione annuale presentata a maggio 2014 dall’Unità di informazione finanziaria (UIF) della Banca d’Italia (disponibile su www.bancaditalia.it) segnala che nel 2013 sono state esaminate 65mila operazioni finanziarie sospette, per un importo di 84 miliardi di euro. Ricorso ai paradisi fiscali, esterovestizioni e trust sono strumenti a cui si fa ricorso per sottrarre imposte allo Stato e aumentare così i profitti societari e personali. Tutto questo avviene con la complicità di banche e di una fetta importante del mondo dei professionisti che, denuncia l’UIF, non sono molto inclini a segnalare i flussi di denaro opaco, così come diversi uffici della pubblica amministrazione.
Non pagare le tasse è una scelta razionale che una persona o un’impresa compiono per avere maggiori risorse economiche a disposizione. Ma l’evasione comporta effetti negativi sull’equilibrio finanziario di un Paese (si pensi al nostro immane debito pubblico), aumenta la pressione fiscale, produce e accentua la disuguaglianza sociale, altera la concorrenza sui mercati e la distribuzione del reddito tra le famiglie, inficia un’efficiente allocazione delle risorse e, infine, colpisce sensibilmente la cultura dell’etica pubblica e la coesione sociale.
Non dobbiamo però dimenticare che le tasse servono a garantire i diritti fondamentali dei cittadini, il che significa rendere disponibili i servizi pubblici (scuole, ospedali, trasporti, ecc.), costruire e mantenere i beni comuni. Se vogliamo che ci siano riconosciuti i diritti, dobbiamo adempiere ai nostri doveri. Chi non paga le tasse, non solo viene meno ad un dovere, ma tradisce il principio di fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi prescritto dall’articolo 54 della Costituzione.

Lo scorso 3 luglio, a Pianoro (Bo), Avviso Pubblico ha organizzato un seminario per riflettere sul ruolo degli enti locali nella prevenzione e nel contrasto all’evasione e all’elusione fiscale. Nel corso dell’incontro, è emerso che utilizzando specifici software, incrociando una serie di dati di cui i comuni dispongono -quelli dell’anagrafe, dell’ufficio tributi, del catasto e quelli relativi alle licenze commerciali- e stipulando specifici protocolli con l’Agenzia delle Entrate, è possibile individuare gli evasori fiscali e trattenere il 100% delle imposte evase da singoli e da imprese. Qualcuno, in quell’occasione, ha fatto presente che lottare contro l’evasione fiscale rischia di far perdere consenso sociale ed elettorale, rammentando -di fatto- una frase famosa pronunciata da Alcide De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”.
In un momento storico in cui tanti italiani stanno facendo enormi sacrifici -secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat a metà luglio il 16,6% della popolazione (10 milioni 48 mila persone) vive in povertà relativa, mentre il 9,9% (oltre 6 milioni di persone) sono in condizione di povertà assoluta- è necessario porre la lotta alla evasione fiscale, alla corruzione e alle mafie al centro dell’agenda politica e di governo. Lì, infatti, si trovano le risorse per affrontare il problema del nostro debito pubblico, per affrontare la crisi e per rilanciare, anche economicamente, il Paese. Questa è la vera riforma da fare.

Insieme a un miglioramento dell’apparato repressivo e dei controlli, è necessario però semplificare la normativa che regola il fisco italiano, favorire l’utilizzo della moneta elettronica, rendere tracciabili i pagamenti, velocizzare la giustizia, garantire la certezza della pena, bandire qualsiasi ipotesi di condono. Agli evasori fiscali, così come avviene per i mafiosi e i corrotti, è necessario confiscare i beni e il denaro illecitamente accumulati e restituirli alla collettività. Infine, bisogna investire molto sulla prevenzione, il che vuol dire soprattutto una cosa: educazione e scuola. Solo formando cittadini consapevoli e responsabili potremmo concretamente pensare di prosciugare l’acqua dentro la quale nuota e si alimenta il pesce della cultura del malaffare e dell’illegalità. Essere evasori fiscali non può essere un vanto, ma deve diventare una vergogna. —

* Pier Paolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie”, www.avvisopubblico.it

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