La ricostruzione dell’Iraq: militarizzata e ”salata”. Protestano le associazioni pacifiste italiane


L’Italia spenderà quasi 3 milioni e mezzo di euro per assoldare una compagnia militare privata
in Iraq. Il suo compito sarà quello di proteggere il personale civile dell’Unità di sostegno alla ricostruzione (Usr), che verrà inviato nel Paese mediorientale.

Una decisione che sarebbe passata inosservata se la Rete italiana per il disarmo (alla quale aderiscono 30 associazioni pacifiste) non avesse letto in dettaglio la relazione tecnica che accompagna il decreto-legge sulle missioni militari all’estero, approvato dal Senato martedì 27 marzo. “La spesa prevista è dieci volte superiore a quanto stanziato per il funzionamento della stessa Usr -si legge nel comunicato diramato dalla Rete per il disarmo-. Esprimiamo preoccupazione e chiediamo chiarimenti su questa decisione”.

(Su Altreconomia di febbraio l’intervista al direttore esecutivo di una compagnia militare privata)

di Dario Paladini

Quali norme regoleranno il lavoro di questi militari privati? A chi dovranno rispondere dei loro atti? In caso di crimini di guerra, da quale tribunale saranno giudicati? Sono solo alcuni degli interrogativi che la Rete italiana per il disarmo rivolge al Governo. “L’Italia non dispone di una normativa specifica, con controlli e sanzioni, che regoli in modo trasparente la delicata materia delle società di sicurezza privata -spiega Francesco Vignarca, coordinatore della Rete-. Nessuna regola è stata finora scritta e certo non si possono applicare a questo campo le leggi sulla vigilanza privata”.

Il nome della compagnia militare ingaggiata dal Governo italiano non è ancora noto. Ma secondo il quotidiano l’Unità si tratterebbe della britannica Aegis Defence Systems (vedi www.unita.it/view.asp?IDcontent=64395; ndr). “È una delle aziende leader del settore sul campo iracheno, ma anche una delle più chiacchierate e problematiche -commenta Vignarca-. Sarebbe importante capire i motivi, non solo militari, di questo ingaggio, ma anche approfondire gli aspetti economici e gli accordi contrattuali”.

La Rete italiana per il disarmo chiede poi maggior chiarezza sull’identità della compagnia assoldata. “A loro andrà una grossa somma di denaro pubblico, per questo è necessaria la massima trasparenza, soprattutto considerando il delicato compito che si va a finanziare -conclude Francesco Vignarca-. Non avrei mai pensato che nel concetto di esportazione della democrazia si arrivasse così vicini al senso puramente economico della parola”.

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