Opinioni

La questione fiscale e il filo del federalismo

Quattro riflessioni intorno a una possibile riforma del sistema di tassazione che favorisca l’equità e la giustizia sociale e possa essere anche uno stimolo per ripresa e occupazione. Dall’autore di "Sommersi dal debito. Come salvare il bilancio dello Stato e perché farlo il prima possibile"

Il giorno dopo la sua rielezione Barack Obama è dovuto ripartire dal tema delle tasse, in Francia il presidente François Hollande ha concepito una manovra finanziaria in cui proprio la questione del carico fiscale risulta assolutamente decisiva e in Gran Bretagna il premier David Cameron e il suo vice Clegg stanno scontrandosi sulla necessità o meno di introdurre una patrimoniale.
In Italia la Legge di Stabilità si è impantanata sul nodo dell’abbattimento Irpef e del taglio di deduzioni e detrazioni, mentre il ministro dell’Economia Vittorio Grilli rinvia al 2014 la riduzione dell’Irap. Solo la Germania sembra non vivere una "questione fiscale" perché il suo deficit è pressoché azzerato dal fatto che può collocare il proprio debito praticamente gratis.
È evidente, perciò, che nella stagione dell’insostenibilità dell’indebitamento pubblico, il fisco tende a divenire il punto di partenza di ogni riflessione politica non limitata alla mera revisione della spesa. A questo riguardo paiono utili alcune considerazioni di carattere generale:
1) nessun sistema fiscale sembra in grado, oggi, di garantire uno Stato sociale universalista, così come è stato concepito a partire dagli anni Sessanta, a meno di non far lievitare la pressione fiscale ben sopra il 60% del Pil. Produrre disavanzi strutturali e coprirli con la crescita del debito non è più praticabile se gli interessi costano ogni anno 90 miliardi di euro. Occorre dunque migliorare la natura e gli strumenti dell’“universalismo selettivo”, un modello di intervento pubblico che sappia selezionare le azioni e i soggetti a cui garantire i servizi necessari senza farglieli pagare per intero.
2) Per rendere possibile questa selezione, e perché presenti i caratteri dell’equità, della giustizia sociale e dello stimolo alla ripresa e all’occupazione, è necessario ridefinire il sistema della progressività fiscale; sono indispensabili quindi sia meccanismi di detrazione e deduzione volti a rendere il carico fiscale realmente coerente con la capacità fiscale di cittadini e imprese sia una più complessiva riforma fiscale che sposti una parte significativa della pressione dal reddito -e in particolare dai redditi da lavoro- ai patrimoni. Serve inoltre una maggiore efficacia del sistema fiscale che passa inevitabilmente attraverso la sua semplificazione; ridurre il numero dei tributi, e anche delle stesse detrazioni e deduzioni, consente una maggiore certezza giuridica e una minore spesa per le aziende che oggi impiegano 39 giorni di lavoro per espletare le formalità burocratiche.
3) L’equità e l’efficacia del sistema fiscale si legano a una migliore distribuzione delle competenze tra i diversi livelli della macchina amministrativa pubblica, evitando storture e sovrapposizioni. È utile in tal senso riprendere il filo del federalismo interrotto perché la riduzione dei trasferimenti statali e il dimagrimento degli apparati non possono avvenire senza una reale valutazione dei fabbisogni standard degli enti e senza la definizione normativa di una reale autonomia finanziaria e fiscale dei medesimi enti. Solo quando le amministrazioni saranno pienamente responsabili delle loro risorse saranno anche pienamente responsabili del proprio operato in termini politici. Senza il compiersi del federalismo peraltro non sarà possibile in alcun modo chiarire la partita dell’Imu, che alcuni hanno definito come una patrimoniale mascherata; fino a quando non sarà risolta la contraddizione fra la natura erariale e federale dell’imposta non sarà possibile effettuare per i Comuni una propria politica fiscale, premessa indispensabile per la razionalizzazione della spesa.
4) La questione fiscale è certamente aggravata dalla crisi economica che riduce il gettito a parità di aliquote. Tale situazione rende ancora più intollerabile l’evasione fiscale che ha bisogno di strumenti di contrasto funzionali, a cominciare dalla tracciabilità e dalla riduzione dell’uso del contante. Il concretizzarsi di queste considerazioni richiede però una coerente riflessione politica, perché senza una dimensione intrinsecamente culturale, e non solo tecnica, non sarà possibile portare a compimento, attraverso il fisco, i presupposti di un nuovo modello di Stato sociale accettato e condiviso; un modello che, purtroppo, deve misurarsi prima di tutto con il tempo, poco e travagliato, perché il debito e i nuovi vincoli costituzionali di pareggio del bilancio incalzano.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia