La povertà è servita

Quindici milioni di italiani sono a rischio indigenza. precarietà lavorativa e abitativa e mancanza di servizi ne sono la causa Povertà: una parola, molte situazioni. Quella del cinquantenne solo, licenziato, troppo vecchio per trovare un nuovo lavoro, troppo giovane per…

Tratto da Altreconomia 103 — Marzo 2009

Quindici milioni di italiani sono a rischio indigenza. precarietà lavorativa e abitativa e mancanza di servizi ne sono la causa

Povertà: una parola, molte situazioni. Quella del cinquantenne solo, licenziato, troppo vecchio per trovare un nuovo lavoro, troppo giovane per avere una pensione. Sono 17.000 secondo un rapporto Caritas del 2003, con una grossa componente di ex detenuti, a segnalare che lo Stato ha fallito nella rieducazione e nel reinserimento. Il numero delle donne che cresce, insieme ai casi di separate che divengono senzatetto perché il marito non paga più gli alimenti. Ma il grosso, fra il 55% e il 60%, è costituito da persone che hanno perso il lavoro. Simili a loro molti immigrati irregolari, che privilegiano ruderi e ponti per non farsi vedere troppo a giro. Ma i senza fissa dimora e gli irregolari sono solo la punta più visibile del fenomeno povertà che nella maggior parte dei casi si consuma fra le mura di casa.
Secondo un rapporto Istat del 2008, le famiglie italiane in situazione di povertà -definite come quelle con un capacità di spesa inferiore al 50% dei consumi medi, pari a 986 euro al mese per un nucleo di due persone- sono 2 milioni 653mila e rappresentano l’11,1% delle famiglie residenti, per un totale di 7 milioni 542mila persone. La maggior concentrazione di famiglie povere si ha nel Meridione, dove risultano povere 22 famiglie su 100, a differenza del Centro Nord dove la povertà colpisce 7 famiglie su 100. Risulta così che il 65% delle famiglie povere d’Italia si trova nel nostro Sud.
A queste vanno aggiunte le quasi 900.000 famiglie che nel 2007 riuscivano a consumare appena il 10% in più della soglia di povertà: non povere, quindi, ma a un passo dal baratro. Secondo l’Eurispes le famiglie che zigzagano lungo il confine della povertà sono due milioni e mezzo, e se le sommiamo a quelle che ormai lo hanno superato in maniera definitiva otteniamo più di cinque milioni di nuclei familiari. Un totale di 15 milioni di individui -il 23% degli italiani- che vivono nell’incubo della povertà.
A voler andare più a fondo nella lettura dei dati, ci si accorge che la povertà è un fenomeno complesso, che prende avvio da infinite storie ognuna delle quali ha una sua particolarità.
I fattori cui è associabile, però, sono essenzialmente tre.
Il primo riguarda il lavoro e il reddito. L’incidenza di povertà tra le famiglie con due o più componenti in cerca di occupazione è quasi quattro volte superiore a quella delle famiglie dove qualcuno lavora: 35,8% contro il 9,9%. Ciononostante, la spesa pubblica destina al sostegno del reddito per i disoccupati e alla formazione per il reinserimento una quota pari solo allo 0,5% del Pil (2006), un terzo rispetto alla media europea e ancora meno rispetto ai Paesi cui spesso piace confrontarci, Francia in primis.
Ma avere un lavoro spesso non basta: il fenomeno dei working poor ha fatto la sua comparsa anche nella società italiana. Fino a pochi anni fa percepire almeno uno stipendio regolare permetteva ad una famiglia di condurre una vita che, seppure modesta, restava al di sopra della soglia di povertà. Negli ultimi anni questa sicurezza è stata progressivamente erosa: la diffusione di lavori con forme flessibili, più di 4 milioni le persone interessate nel 2006, espone a discontinuità lavorative che spesso degenerano in trappole di precarietà, in molti casi senza alcuna rete di protezione sociale. A ciò si aggiunge il fenomeno di salari e pensioni basse, visto il loro insufficiente adeguamento al costo della vita, e quello dell’indebitamento.
Non stupisce, quindi, che negli ultimi due decenni la distribuzione dei redditi sia divenuta sempre più ineguale. Il reddito del 20% più ricco della popolazione italiana fino a 64 anni è 5,7 volte quello del 20% più povero; lo stesso rapporto si attesta a 4,7 per l’Europa a 15, segno dunque di una redistribuzione inefficace, quando non perversa, che ha decisamente impoverito anche la classe media (vedi grafico in basso). Il secondo fattore di rischio è la casa. Le famiglie italiane spendono adesso per comprare o affittare una casa una quota di reddito più che doppia rispetto agli anni 80. Secondo l’Istat, la spesa per la casa incide mediamente per il 15% del reddito netto delle famiglie, ma arriva al 30% del reddito netto quando si considera solo il 20% delle famiglie più povere e tale percentuale è ovviamente ancora maggiore per chi deve pagare affitto o mutuo. Questa situazione fa sì che, in molti casi, il carico della spesa abitativa sia diventato il vero spartiacque della povertà. Su molti nuclei familiari grava il peso dei debiti, accesi per acquistare una casa o semplicemente perché non hanno saputo resistere alla tentazione degli acquisti a rate. Il problema casa è strettamente legato al conflitto generazionale in atto nel Paese. In un contesto di forte deterioramento della situazione economica e sociale, una grossa ancora di salvezza per i giovani restano i genitori. Soltanto alcuni però -ovviamente i più agiati- saranno in grado di pagare il debito intergenerazionale, lasciando una casa o un’eredità, mentre per quelli privi di un paracadute il rischio di un forte collasso nello standard di vita appare come una situazione di fatto più che un’ipotesi per il futuro, favorendo quindi un’ulteriore crescita della disuguaglianza. 
L’ultimo fattore di rischio, non certo in ordine di importanza, è dato dal livello dei servizi alla persona. Asili nido, servizi per anziani, case popolari, ospedali, scuole, ma non solo. Dai dati si rileva che la povertà colpisce le famiglie che più abbisognano di servizi: oltre un quinto delle famiglie con cinque o più componenti si trova in condizione di povertà relativa, proporzione che sale a un terzo se residenti nel Mezzogiorno. Il rischio cresce ancora se i componenti sono figli minori: l’incidenza di povertà, pari al 14% tra le coppie con due figli e al 22,8% tra quelle con almeno tre, sale al 15,5% e al 27,1% se i figli sono minori. In conclusione in Italia il 25% dei minori è a rischio povertà. E drammatica è anche la situazione delle donne sole, peggio ancora se con figli. Anche l’età avanzata costituisce un elemento di rischio soprattutto per le famiglie composte da coppie di anziani. La povertà è assicurata se la loro unica fonte di entrata è la pensione sociale che oggi ammonta a  337 euro al mese.
Quando si arriva alla fine del mese sempre col fiato corto, basta un imprevisto qualsiasi per rompere l’equilibrio: una malattia più seria, un incidente, un figlio inatteso, una separazione e si precipita nel burrone. Ed ecco l’avanzata dei poveri in giacca e cravatta, lavoratori o impiegati, che non hanno più soldi per pagare affitto o mutuo, talvolta braccati dagli usurai. Soggetti “normali”, difficilmente identificabili che non arrivano alla quarta settimana e talvolta neanche alla terza. Costretti a frequentare le mense della Caritas.

Le inutili misure del Governo
A fronte delle dinamiche che aumentano le disuguaglianze e spingono sempre più persone verso la povertà è chiaro che la soluzione più valida sta nella rimozione delle loro cause strutturali. Ciò non toglie che occorra interrogarsi sulle misure a carattere redistributivo che possono, almeno in parte, correggere la diseguaglianza e ridurre la povertà. 
L’Italia non sembra brillare come capacità di redistribuire i propri redditi. La spesa per protezione sociale è nel nostro Paese più bassa della media dei Paesi “Ue 15”, sia in rapporto al Pil sia in livelli assoluti procapite. In realtà gran parte di tale spesa è destinata alle pensioni e alla sanità: le spese per assistenza sono invece soltanto il 7,9% del totale (vedi grafico a lato).
Il ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali ha pubblicato a luglio 2008 un Libro verde sul welfare aprendo un dibattito sulle disfunzioni e le possibili riforme del sistema di protezione sociale. Al di là dell’apertura al dialogo, l’analisi di partenza non sembra discostarsi dai binari ormai noti: si propone di deregolamentare ancora il rapporto di lavoro e di ridurre l’intervento diretto da parte dello Stato. Per capire meglio il modello di welfare che ha in mente l’attuale Governo si possono analizzare le sue politiche recenti.
Diversi provvedimenti hanno teso a ridurre il carico fiscale, come la ridefinizione di aliquote Irpef e del sistema di detrazioni e deduzioni Irpef. Queste misure in genere hanno privilegiato soprattutto le classi medio-alte, mentre le misure a favore degli incapienti, ovvero di coloro che guadagnano così poco da avere una imposta pari a zero anche escludendo le detrazioni, sono state a oggi irrisorie e temporanee. L’abolizione dell’Ici sulla prima casa ha chiaramente privilegiato i possessori di casa rispetto agli affittuari, ed è chiaro che i più poveri appartengono in maggior percentuale alla seconda categoria. Quindi, in entrambi i casi, una redistribuzione al contrario.
Tanto propagandati quanto poco efficaci sono stati gli interventi a sostegno dei redditi minori. La social card e il bonus straordinario per famiglie e pensionati sono irrisori quanto a risorse stanziate (poco più di 2 miliardi euro) e necessitano di una esplicita richiesta che ne riduce verosimilmente i beneficiari. Inoltre essi escludono arbitrariamente alcune categorie: lavoratori autonomi poveri e i single per quanto riguarda il bonus; gli immigrati, anche regolari, sono tagliati fuori dalla social card.
Molto di più si poteva fare aumentando le pensioni minime, le detrazioni sul reddito da lavoro dipendente e/o gli assegni per il nucleo familiare. Ancora meglio si potrebbe fare con un meccanismo ben strutturato di reddito minimo vitale, come è stato fatto recentemente in Francia, aumentando e ridefinendo i sussidi già in vigore: per l’Italia, si stima un costo massimo di 9-10 miliardi per una misura di questo tipo.
Più in generale, mancano interventi di ampio respiro, resi ancora più necessari dalla gravità della crisi in corso.
La copertura degli ammortizzatori sociali è tutto fuorché universalistica: per avere accesso alla cassa integrazione, alla mobilità o all’indennità di disoccupazione contano il settore di attività, la dimensione dell’impresa, la tipologia contrattuale: facile, quindi, rimanerne esclusi.
I provvedimenti anti-crisi varati dal governo non incidono su questi aspetti selettivi e discriminatori: ne ampliano temporaneamente la platea potenziale -ad esempio al commercio, ai parasubordinati ma sotto stringenti condizioni- con interventi non a caso definiti “in deroga” rispetto alla norma. 
Se le nostre politiche fiscali si mostrano incapaci di ridurre significativamente la povertà rispetto ad altri Paesi (vedi grafico nella pagina successiva) il tallone d’Achille del nostro Paese è dato dalla debole offerta di servizi di sostegno alle persone e alle famiglie: asili nido, servizi di aiuto per i non autosufficienti, sostegno all’inserimento lavorativo dei giovani. Secondo i calcoli della Fondazione Zancan (www.fondazionezancan.it) solo 1/12 della spesa sociale è destinata all’erogazione di servizi. Si tratta di un rapporto fra i più bassi fra i 27 Paesi dell’Unione Europea, che investono in servizi anche il 22% della loro spesa sociale complessiva.
Un atteggiamento autolesionista, dato che secondo molti studi l’offerta di servizi produce il maggior impatto sulla riduzione della diseguaglianza e della povertà.
Le carenze italiane sono particolarmente evidenti per quanto riguarda i servizi all’infanzia prescolastica. In Italia i nidi pubblici coprono in media appena il 9% dei posti necessari. Il Governo sembra perseguire il modello inglese che garantisce il diritto gratuito all’asilo a un terzo delle famiglie con bambini, ma per sole 12 ore settimanali. Aumenterebbe certo la percentuale di fruitori, ma dubbia sarebbe l’efficacia nel promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che in Italia è fra le più basse nei Paesi Ocse con una percentuale intorno al 50%, contro il 62% della Francia o il 67% del Portogallo. Peraltro è lo stesso orientamento che emerge dalla riforma Gelmini sulla scuola primaria, tesa com’è a ridurre il tempo di scuola, di modo da garantire risparmi di spesa per 7,8 miliardi di euro. Riguardo alla non autosufficienza, la maggiore misura di aiuto è l’indennità di accompagnamento, ovvero un assegno pari a 465 euro al mese. Ma esso viene conferito indipendentemente dalla gravità del problema di salute e dal reddito del beneficiario. Inoltre questi soldi sono spesso utilizzati per pagare badanti assunte in nero. È evidente che i corrispondenti 9 miliardi di euro potrebbero essere impiegati in modo più efficace ed equo potenziando i fondi di quei Comuni capaci di fornire servizi di buona qualità e di individuare in modo più selettivo le reali situazioni di bisogno sul loro territorio. Una recente proposta prevede la possibilità di scegliere fra un assegno di 500 euro e un bonus di servizi corrispondente, prestati dagli enti locali.
È dunque sul doppio fronte dei servizi sociali e di una riforma organica degli ammortizzatori sociali che si gioca la capacità del nostro Paese di ridurre le diseguaglianze e le povertà. L’erogazione di tali servizi, fondata sull’analisi dei bisogni delle persone e delle famiglie e sulla costruzione di percorsi di inclusione sociale, è tanto più efficace quanto maggiore è la prossimità di chi eroga il servizio con chi lo riceve: per questo una quota crescente dei servizi sociali dovrebbe essere amministrata dagli enti locali, attivando sul territorio sinergie con il mondo del volontariato, della cooperazione e dell’imprenditoria sociale. È proprio in questo ambito che la tanto decantata riforma federalista potrebbe produrre effetti significativi. Se vi fosse la volontà politica.

Quando il lavoro non basta più
Uno dei principi fondamentali della Costituzione italiania è che la Repubblica deve adoperarsi per rimuovere ogni ostacolo al pieno sviluppo della persona umana e alla sua partecipazione alla vita economica e sociale del Paese. Un obiettivo sempre più distante, visto l’ingrossarsi delle famiglie povere o a rischio di povertà, che costituiscono ormai un quarto della popolazione italiana. In passato il lavoro era la principale forma di emancipazione sociale ed era in genere sufficiente a garantire l’autonomia di persone e famiglie: lo Stato quindi doveva preoccuparsi principalmente di proteggere i lavoratori da infortuni, malattie e licenziamenti, e di garantire agli anziani un tenore di vita comparabile a quello avuto durante l’età lavorativa. In un tale contesto la lotta alla povertà era spesso sinonimo di lotta alla disoccupazione. Oggi non è più così. L’occupazione aumenta, ma con essa anche la disuguaglianza e la povertà. Il lavoro aiuta, ma non è più sufficiente da solo a garantire una esistenza dignitosa.
Di fronte a questo nuovo quadro, lo Stato si sta rivelando impreparato e le sue politiche di inclusione sociale appaiono quanto meno disorganiche e frammentate. Solo un reddito di cittadinanza ben strutturato può costituire la pietra miliare per affrontare questa nuova epoca. Un reddito minimo garantito indipendentemente dall’appartenenza a particolari categorie sociali. Ma la Costituzione chiede allo Stato non solo di assistere i bisognosi, ma di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo delle persone. A oggi uno degli ostacoli principali è quello di nascere in famiglie povere. Secondo i dati sulla mobilità sociale intergenerazionale, quella italiana è una società piuttosto rigida, dove la classe in cui un individuo si colloca è altamente correlata alla classe della sua famiglia di origine e molto meno correlata con il suo titolo di studio. Garantire a tutti le stesse opportunità significa quindi lottare contro le disuguaglianze delle situazioni di partenza e contro i meccanismi che le perpetuano. Per questo è preoccupante rendersi conto che i due terzi della spesa in protezione sociale sono destinati alle pensioni, che per definizione hanno una funzione assicurativa e non redistributiva. Ma ancor più deprimente è vedere che le principali politiche per il sostegno delle famiglie disagiate assomigliano ad una forma di elemosina statale: il bonus per gli incapienti, il bonus straordinario per la famiglia, la social card; sono tutte evidenti prese in giro quando affiancate ai tagli dei finanziamenti dell’istruzione, che rappresenta una delle chiavi principali per incidere su disuguaglianza e mobilità sociale. Per sostenere le famiglie povere occorre utilizzare le risorse in modo più efficace. Le politiche di welfare non possono basarsi sulla erogazione di qualche euro in più lasciando poi ciascuno ad arrangiarsi con ciò che offre il mercato. Chi giura sulla Costituzione dovrebbe ricordarsi che il suo compito è quello di rimuovere gli ostacoli alla inclusione sociale: in termini attuali ciò significa garantire il diritto alla casa e fornire servizi nelle fasi di vita più vulnerabili, ovvero quelle in cui si devono assistere bambini o anziani.

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