Opinioni

La manovra: una riforma fiscale che minaccia il federalismo

Il governo ha scelto di tenere sotto controllo il debito pubblico garantendosi un maggior gettito a partire da tasse locali. Che verranno convogliate a Roma, togliendo risorse al welfare. L’Imu, ad esempio, trasforma in Comuni in "esattori" per conto dello Stato, nella riflessione di Alessandro Volpi, che insegna all’Università di Pisa, è assessore al Bilancio del Comune di Massa e per noi ha pubblicato "Sommersi dal debito", da gennaio in libreria

Il ruvido decreto “salva Italia” si regge prima ancora che sui saldi da conseguire –30 miliardi di euro di cui 20 da destinare a riduzione del deficit– sulla natura strutturale dei suoi interventi. In poche paginette di sintesi generale vengono messe nero su bianco una riforma fiscale e una riforma previdenziale che cambiano in maniera durevole il profilo istituzionale dello Stato italiano. Due obiettivi realizzati, di fatto, rinunciando alla concertazione, sostituita da una ben più “snella” procedura di consultazione, consumata in un affannoso week-end romano a mercati chiusi. Dei 18 miliardi di maggiori entrate, oltre 11 proverranno infatti dal fisco municipale che acquisisce un rilievo centrale nell’azione di contenimento del deficit attraverso l’estensione della base imponibile e la rivalutazione dei valori catastali, fino al 60%. La nuova architettura dell’Imu, articolata con aliquote dello 0,4 per la prima casa e dello 0,76 per le altre, costituisce il fondamento primario della tenuta dei conti pubblici italiani che trovano dunque nelle scelte delle amministrazioni locali una variabile decisiva. Le aliquote base sono infatti manovrabili dello 0,2 per la prima casa e dello 0,3 per le altre, così come la detrazione di 200 euro pro capite può essere aumentata a discrezione dei Consigli comunali. È evidente che questa discrezionalità può essere contenuta e, di fatto, cancellata con la drastica riduzione dei trasferimenti, già conteggiata per quasi 1,5 miliardi e, soprattutto, stabilendo una quota parte dell’imposta trattenuta dallo Stato. Si tratta quindi di una brusca anticipazione dei tempi del federalismo fiscale, che serve a mettere subito a regime un forte dimagrimento della macchina periferica dello Stato, perseguito con una accentuazione marcata dell’autonomia finanziaria degli enti locali i cui proventi sono però gestiti centralmente. Anche la riduzione dell’Irap, che finanzia in gran parte la spesa sanitaria regionale, sarà coperta spostando il carico fiscale delle imprese ai redditi Irpef attraverso l’addizionale gestita appunto dalle stesse Regioni. Il ministro Giarda ha sintetizzato l’insieme di questi provvedimenti, presentandoli come un ritorno, almeno parziale, all’Italia liberale degli anni immediatamente successivi all’Unità, quando il fisco locale serviva a non far salire il debito pubblico del paese. In effetti la manovra sembra cogliere l’esigenza di fare presto per compiere in poche ore un riequlibrio fiscale tutto spostato sui patrimoni immobiliari e sugli enti decentrati, aprendo la strada ad un assetto federale dove la grande incognita rimane quella della perequazione. Se l’Imu drena risorse verso lo Stato per la riduzione del deficit come sarà possibile alimentare i meccanismi di redistribuzione del prelievo tra zone forti e zone deboli? Come nell’Italia di Marco Minghetti (presidente del Consiglio tra il 1873 e il 1876, ndr) l’autonomia finanziaria per ridurre il debito tende ad approfondire le disuguaglianze regionali. In questo senso, ciò che pare mancare alla manovra è la capacità di garantire la coesione territoriale, prima ancora che quella sociale, e i proclami indipendentistici della Lega alimentano ancor di più l’egoismo geografico. L’impressione è che ci sia, in una simile visione, una tangibile continuità, rappresentata dal ruolo centrale di Vittorio Grilli, con l’ultimo tremontismo che invocava per il federalismo la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, impedita dai vincoli “ideologici” ed elettorali del Pdl di Alfano e Berlusconi. Lo stesso Grilli, del resto, da direttore generale del Tesoro aveva a più riprese fatto capire la sua contrarietà a misure una tantum che in questa manovra sono davvero ridotte all’osso e, in termini di entrate, si limitano al bollo sulle rendite finanziarie e all’1,5% aggiuntivo sui capitali scudati. Misure destinate a produrre gettiti molto contenuti e decisamente più importanti sul piano culturale piuttosto che sul piano concreto dell’equità. Ancora a Grilli e a Giarda, è probabile, siano riconducibili le clausole di salvaguardia affidate all’Iva e pronte a scattare dal settembre 2012, secondo un meccanismo già contemplato nella manovra estiva di Tremonti. L’altra riforma strutturale è quella pensionistica, il cui impatto immediato passa attraverso il blocco delle rivalutazioni per i trattamenti superiori ai 950 euro mensili e che, in prospettiva, mette a regime risparmi molto significativi, dimostrando come il sistema pensionistico, al di là delle dichiarazioni dei vari ministri, non fosse ancora in sicurezza. Per centrare tale sicurezza tuttavia è prevalsa un’idea di equità molto particolare secondo cui ognuno riceverà una pensione direttamente e strettamente dipendente dai contributi versati, senza differenze né agevolazioni garantite dall’intervento correttivo dello Stato. Il governo “tecnico” del professor Monti ha smontato in maniera fulminea parti importanti delle architetture pubbliche emerse negli ultimi trent’anni, incidendo in maniera permanente: in questo senso ha reso più europeo il nostro Paese –come chiede l’Europa– ma meno disponibile alla spesa sociale. E intanto gli spread scendono.           

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