La lezione di Ivan – Ae 89

Negli anni 60 e 70, Ivan Illich mette in discussione, per primo, il mito dello sviluppo. A lui dobbiamo l’ecologia politica, il dibattito odierno su ambiente ed energia. Il ricordo di chi lo ha conosciuto prima della morte, cinque anni…

Tratto da Altreconomia 89 — Dicembre 2007

Negli anni 60 e 70, Ivan Illich mette in discussione, per primo, il mito dello sviluppo. A lui dobbiamo l’ecologia politica, il dibattito odierno su ambiente ed energia. Il ricordo di chi lo ha conosciuto prima della morte, cinque anni fa


Il pensiero di Ivan Illich arrivò come un ciclone. Erano gli anni 60 e 70 e la sua critica della società, così radicale, spesso irritava l’ascoltatore: Descolarizzare la società, Nemesi medica, Il lavoro ombra e altri suoi testi misero in discussione la scuola, la tecnologia, la nascente sanità pubblica e molti altri “pilastri” delle società “avanzate”.

Marxisti e liberisti lo rifiutarono, per motivi talora opposti, talaltra coincidenti, come la polemica verso la società industriale e i suoi miti. Rifiutato dalle due correnti che dominavano la scena dell’epoca, divenne il caposcuola di un numero ristretto di persone, che riflettevano insieme su dove si stesse incamminando la civiltà occidentale. Affinò la critica allo “sviluppo” a partire da esperienze dirette in quello che era chiamato terzo mondo. Nel 1960 percorse a piedi e con mezzi di fortuna l’America latina, dal Cile al Messico; quello che vide e analizzò, con il “suo sguardo laser che penetrava il futuro”, come hanno scritto di lui, lo convinse che il cosiddetto “sviluppo” fosse una trappola gigantesca per i poveri del mondo. Scrisse allora La povertà pianificata, sui piani contro la povertà della Banca mondiale. Affermava: “Quando il terzo mondo sarà diventato un grande mercato di beni di consumo, dei prodotti e delle tecnologie, che i ricchi delle nazioni occidentali hanno concepito per il proprio uso, la contraddizione su cui riposa la legge dell’offerta e della domanda apparirà sempre di più con nettezza. Non sono le automobili che condurranno i poveri verso l’era degli aerei a reazione, le scuole non apriranno loro le porte dell’educazione, i frigoriferi non offriranno loro un nutrimento sano”. Erano i primi anni 70. Dalle sue analisi sarebbero partiti Majid Rahnema (vedi Ae n. 72), Gustavo Esteva e Serge Latouche per una critica serrata allo sviluppismo.

Poi, poco a poco il polemista brillante scomparve dalla scena pubblica. Molti lo dimenticarono e, come me, lo credettero morto, sapendo che era affetto da un grave tumore facciale.

Invece “Illich”, l’uomo pubblico, era diventato “Ivan”, l’amico conviviale che amava discutere attorno a una tavola imbandita, in fraterna allegria ma nel più esigente rigore intellettuale.

Sul tavolo c’era una candela accesa,  in modo che il passante che si fermasse alla finestra potesse bussare e unirsi al convivium. Un invito a non chiudersi nel proprio privato.

Questo era l’Ivan che ho conosciuto due mesi prima della sua morte, avvenuta il 2 dicembre del 2002.

Un suo amico me lo aveva presentato a un convegno, ove era giunto -ospite imprevisto-. Gli chiesi di inaugurare l’anno della Scuola per la pace di Lucca. Fu dubbioso: non amava più molto parlare in pubblico a degli “sconosciuti”. Poi cedette, mi prese sottobraccio e mi propose il tema, “L’informazione in una società dominata dalla comunicazione”, e le condizioni: dovevo dedicargli una giornata per conoscerci e per capire con chi aveva a che fare.

Fu una fortuna insperata, che volle ripropormi nei giorni seguenti alla conferenza, per continuare il discorso. Due giornate di dialogo intenso che mi hanno segnato. Ivan mi disse che voleva tornare a vivere vicino a Firenze, dove da giovane aveva avuto la vocazione al sacerdozio. Mi pregò di cercare il luogo del suo ultimo ricercare, sulle colline di Lucca. “Con almeno 4 camere -disse- perché ho amici che verranno a lavorare con me. A Natale tornerò a vederlo”. Fu il suo commiato. Trovai la casa ma Ivan se ne andò prima, in silenzio. Lo trovarono curvo sulle carte di uno scritto che stava correggendo.

I grandi giornali italiani lo riscoprirono nella morte, dedicandogli titoli a tutta pagina: “Ivan Illich, l’ultimo contestatore”, “Il rovescio del progresso”, “È morto Ivan Illich, primo filosofo no-global”, “Ivan Illich, abitare l’utopia”.

Per una società in crisi gli scritti di Ivan sono, oggi, uno strumento da non gettare, specie gli ultimi sulla “società dei sistemi”, poco conosciuti e non pubblicati in Italia.

Ivan Illich nasce a Vienna nel 1926. A 15 anni lascia l’Austria per Firenze, dove diventa sacerdote. Studia scienze naturali, filosofia, teologia e storia. Nel 1961, in Messico, fonda il Centro interculturale di documentazione (Cidoc). Nel 1973 scrive La convivialità, testo-base per tutta l’ecologia politica. In Italia, i suoi libri sono editi da Boroli (borolieditore.it).

Aldo Zanchetta è stato coordinatore della Scuola per la pace della Provincia di Lucca ed è il fondatore del centro di documentazione interculturale “Ivan Illich”.

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