Opinioni

La fotografia del Paese

La più aggiornata fotografia del Paese l’ha fornita l’Istat poco prima di Natale. Un poderoso volume di quasi 900 pagine per ribadire che l’Italia soffre. È una lettura molto interessante e consigliata, che va fatta con calma, e non con la solita fretta giornalistica. I dati sono riferiti al 2010: nulla ci fa pensare che il 2011, anno che difficilmente dimenticheremo, sia stato migliore. Per il 2012 per il momento limitiamoci agli auguri.
Un elemento emerge con chiarezza: è il lavoro (la sua assenza, e la sua precarietà, per meglio dire) la grande malattia.

Tratto da Altreconomia 134 — Gennaio 2012

Nei giorni in cui l’Istat presentava il suo Annuario 2011, in Parlamento si discuteva la “manovra correttiva”, con alterne  vicende. La retorica della “salvezza”, della “inevitabilità” e del “sacrificio” ha guidato le scelte del governo e del Parlamento. Gli scopi del governo sono corretti: rispondere alla crisi di debito dello Stato. Gli strumenti per farlo, e i risultati che potrebbero arrivare, sono tutti da discutere. A ben guardarla infatti è una manovra che per “salvare” l’Italia, sceglie di “compiacere la finanza”, e ingraziarsi i mercati. Come abbiamo avuto modo già in passato di scrivere, compiuto il processo di “naturalizzazione” delle dinamiche economico-finanziarie, per cui ci siamo abituati a pensare all’economia come a una serie di eventi “naturali”, imprevedibili e incontrollabili, siamo alla fine arrivati alla “divinizzazione”. Dove il mercato è un dio, irascibile e permaloso, che pretende sacrifici. Dove la politica risponde agli investitori, non ai cittadini.
In quei giorni di fine anno si è anche fatto un gran parlare di “lobby” che frenano la concorrenza, e di conseguenza e lo sviluppo. Niente di più vero: gli interessi di piccole frazioni della popolazione continuano a minare la giustizia sociale di questo Paese, e sono un male da estirpare. Ma attenzione a sostenere che fronteggiare le lobby equivale a sostenere l’economia di mercato non regolamentata. Quest’ultima l’abbiamo ben sperimentata, e sappiamo che, anziché combatterle, aiuta le lobby. Non è la concorrenza che salverà questo Paese. L’unico modo per salvare l’Italia è garantire uguaglianza, e leggersi le pagine che dedichiamo alla ricchezza degli italiani aiuta a capirlo.

Se poi proprio vogliamo parlare di lobby e di interessi, forse è meglio guardare al trattamento che hanno ricevuto gli istituti di credito italiani. Che hanno ad esempio incassato la garanzia dello Stato sulle loro passività: mossa che servirà pure a “ridare fiducia” e stimolare i prestiti delle banche, ma che aumenta il debito pubblico. Le stesse banche che, ancora a fine novembre, hanno potuto godere di quel privilegio fiscale che si chiama “affrancamento”, che vale anche per le grandi aziende e che permette di imbellettare i bilanci trasformando alcuni tipi di perdita in rafforzamento del patrimonio.
Questa manovra “inevitabile” aveva invece alternative: investimenti sull’efficienza energetica, le fonti rinnovabili e il trasporto pubblico, ad esempio, al posto del cemento. Taglio drastico delle spese per la Difesa, che ci costa 23 miliardi di euro l’anno e sembra l’unico ministero non toccato dai tagli “lineari” di Tremonti. Perché non fermare la spesa di 15 miliardi (metà della manovra) per i caccia F35, uno spreco senza giustificazioni, come dimostriamo a pagina 8? L’Italia non si salva assecondando il sistema economico che la sta affossando.

Sempre a fine anno, il vertice sul clima di Durban (che abbiamo seguito giorno per giorno sul nostro sito) ha ribadito l’urgenza di fermare il caos climatico, e al contempo l’immobilità dei governi.
Ecco allora un altro rapporto -sempre del 2011- che varrebbe la pena di leggere con attenzione. L’ha realizzato un gruppo di studiosi per il governo tedesco.
Si intitola “Un nuovo percorso di crescita per l’Europa” e spiega come “generare prosperità e lavoro in una economia a basse emissioni di carbonio” (www.newgrowthpath.eu). Secondo lo studio, investendo in soluzioni “verdi” si potrebbero ridurre le emissioni di CO2 del 30% entro il 2020, creando crescita economica annua dello 0,6% in Ue e 6 milioni di nuovi posti di lavoro. Che siano i buoni propositi per il nuovo anno.

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