Approfondimento

La fortuna di chiamarsi Yahoo!

Per la Corte d’Appello di Milano, ai "fornitori di accesso a internet" come Yahoo! bisogna riconoscere un "regime di sostanziale esenzione da responsabilità" per i contenuti generati o caricati dagli utenti. Nonostante lo sfruttamento commerciale e i ricavi pubblicitari realizzati dal portale stesso. L’ultimo episodio di squilibrio della Rete al centro del nostro libro-inchiesta "Trolls Inc.", che verrà presentato a Milano mercoledì 28 gennaio con i pm del caso Google-Vividown

Aveva ragione Yahoo!: i padroni della Rete non possono essere chiamati a rispondere della propria attività.
Il 7 gennaio 2015, la sentenza della Corte d’Appello di Milano sul cosiddetto caso “Yahoo-Mediaset” ha sancito -ancora una volta- la disparità di trattamento tra i “fornitori di accesso a internet” (provider) -che lì realizzano ricavi- e coloro che si muovono al di fuori, pur producendo contenuti che arricchiscono la piattaforma online.  
 
La decisione della Corte ha capovolto quanto sentenziato il 19 maggio 2011 dal Tribunale di Milano. Quest’ultimo aveva “inibito” la società Yahoo! Italia Srl -e il suo portale video (oggi non più operativo), Yahoo! Video Italia- dalla diffusione di brani e filmati tratti da programmi televisivi a marchio Reti televisive italiane (Rti). La corresponsabilità del provider era stata così riconosciuta, nonostante il comprensibile tentativo di Yahoo! di presentarsi come una piattaforma neutra, del tutto avulsa da logiche di sfruttamento economico dei contenuti accolti (“host provider passivo”). Comprensibile perché, ai sensi della direttiva comunitaria sul commercio elettronico (la 31 del 2000), recepita in Italia con il decreto legislativo 70 del 2003, il fornitore di accesso “passivo” è tecnicamente irresponsabile per le condotte dei suoi utenti. Secondo il Tribunale, però, le etichette erano state confuse, perché il provider concepito nel 2000 come “neutro” era diventato un “attivo” collettore pubblicitario, interessato per ovvie ragioni a veder crescere il numero dei propri utenti. Ad ogni costo.
 
La decisione della Corte d’Appello ha stravolto questa impostazione, stabilendo che a Yahoo! -e a cascata gli altri provider (ad esempio Google)- venga riservato un “regime di sostanziale esenzione da responsabilità”. Pena il pregiudizio dello “spazio libero di comunicazione e informazione” che è il web. Secondo questa interpretazione, Yahoo! sarebbe semplicemente un “prestatore di ospitalità in rete”, sollevato (prima) da qualsivoglia controllo preventivo e (dopo) da qualunque conseguenza dovuta a “colpe” dei propri utenti. Una “scriminante” che la Corte d’Appello ha ritenuto doversi riconoscere per legge -il decreto 70/2003 appunto, che nel 2015 compie 12 anni- a tutti gli “host provider passivi”. E poco importa se quei video riproposti in violazione del diritto d’autore fossero preceduti, o accompagnati a lato, da pubblicità, e perciò monetizzati. Anche su questo la Corte d’Appello è stata chiarissima. L’host “attivo” non esiste, anche quando la sua presunta neutralità dovesse venir meno: “La nozione di hosting provider attivo” risulterebbe infatti “fuorviante e sicuramente da evitare concettualmente in quanto mal si addice ai servizi di ‘ospitalità in rete’ in cui il prestatore non interviene in alcun modo sul contenuto caricato dagli utenti, limitandosi semmai a sfruttarne commercialmente la presenza sul sito”.
 
Una contraddizione in termini (l’“ospitalità” mal si concilia con lo sfruttamento commerciale) e un paradosso per l’iniziativa economica privata costituzionalmente riconosciuta nel nostro Paese (Art. 41), che nulla hanno a che vedere con la “libertà della rete”. La succursale italiana di Yahoo!, infatti, è una società di marketing che sulle commissioni riconosciute da una consociata multinazionale irlandese ha costruito il proprio conto economico, con esigue ricadute occupazionali per il nostro Paese. 
 
Prova ne sono le “informazioni sul conto economico” contenute nella nota informativa al bilancio 2013, che aiutano a comprendere esattamente il meccanismo virtuoso -a seconda dei punti di vista e delle sedi fiscali- dei principali raccoglitori della pubblicità online nonché concorrenti delle concessionarie pubblicitarie degli “editori tradizionali”. Yahoo! compresa. A pagina 102 del fascicolo storico si legge infatti: “I ricavi delle vendite e delle prestazioni, pari a euro 10.423.655 (euro 10.893.991 nel precedente esercizio) sono interamente riferibili alle commissioni generate dal precedente contratto di commissionaire in essere con la consociata Yahoo! S.à.r.l. e dall’attuale stipulato con la consociata Yahoo! EMEA Limited”. Quest’ultima, la Yahoo! EMEA Limited -diritto irlandese- ha assunto il ruolo di controllante alla fine del 2013, scalzando la svizzera Yahoo! S.à.r.l.”.

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