Opinioni

La fine dei sogni

"È immaginabile che un Paese in profonda crisi economica sia in grado di mantenere una democrazia operante? Probabilmente no, e la Storia lo dimostra". L’Italia di fronte alla riforma costituzionale che "abolisce" il Senato nel commento di Duccio Valori 

Lo spegnimento dell’altoforno di Piombino rappresenta la fine di un sogno. Poco importa che d’ora in poi l’acciaio, secondo le promesse del Governo, sarà prodotto al forno elettrico; il rottame di prima qualità (quello che deriva dalle demolizioni navali) ha un suo mercato; l’energia elettrica – specie in Italia – ha un costo elevato; dunque questa soluzione, se di una soluzione si tratta, ha i giorni contati. 
Ma la fine del sogno è di ben altra natura. Avevamo sognato un’Italia ricca e industrializzata, che potesse stare alla pari – o quasi – con la Germania, la Francia, l’Inghilterra; avevamo sognato un Mezzogiorno diverso, non più condannato all’emigrazione o legato alle sole produzioni agricole; avevamo sognato che i lavoratori potessero avere ferie e malattie pagate: che le lavoratrici potessero andare in maternità senza sacrifici.

Ma tutti questi sogni sono scomparsi. Tutte le conquiste duramente ottenute dai lavoratori sono andate perdute. Una dopo l’altra, tutte le nuove realtà industriali sono sparite: scomparsa la siderurgia, che il solerte Commissario Etienne Davignon avrebbe voluto più europea (facendo chiudere Bagnoli e Cornigliano, tra l’altro) e che invece è passata sotto il controllo dell’indiano Lakhsmi Mittal; scomparsa la minero-metallurgia sarda; scomparse l’allumina e l’alluminio; in fase di cessione (dopo consistenti apporti pubblici e soprattutto privati) le linee aeree; ceduta l’industria alimentare pubblica (e anche qui ci si aspettano consistenti riduzioni occupazionali); cedute e privatizzate le banche, che evitano scrupolosamente di fare il proprio mestiere concedendo credito a breve, ma che puntano tutto sulla ben più lucrosa consulenza; ceduta – e poi chiusa – perfino l’unica fabbrica di pneumatici localizzata nel Sud; abbandonata ogni speranza di rivitalizzazione del carbone del Sulcis… ed è un elenco che potrebbe continuare anche a lungo.

E non parliamo delle migliaia di piccole imprese che la crisi ha portato alla chiusura, e che lo Stato – non potendo rilanciare la produzione – è incapace di aiutare.

Dunque l’Italia deve tornare ad essere un Paese povero, come lo era stata fino agli anni ’50 del secolo scorso.

Ma i sogni non finiscono qui. La nostra Costituzione (sì, proprio quella che tutti vorrebbero cambiare!) era stata concepita per evitare un ritorno allo Stato autoritario. C’erano ben tre Camere (Camera dei deputati, Senato e Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, il CNEL) ciascuna delle quali aveva funzioni diverse, ma che – nel complesso –  si controllavano e si controbilanciavano a vicenda, evitando così qualunque forma di supremazia.



Delle tre Camere, una (il CNEL) non è mai stata realmente attivata. Il Senato aveva un elettorato attivo e passivo diverso da quello della Camera dei Deputati; diversa era anche la sua durata.
Gradualmente, però, tutte queste differenza sono state abolite, e si è inevitabilmente raggiunta la conclusione che il Senato non fosse che un’inutile duplicazione della Camera. Allo stesso tempo, si è introdotta (anche se oggi se ne vogliono fare piccole modifiche) una legge maggioritaria al confronto della quale la Legge Acerbo (quella che portò il fascismo al potere assoluto) non è che uno scherzo. Tutto questo in nome della governabilità.

Ci si può chiedere come abbia fatto l’Italia a crescere, negli anni ’50 e ’60, con una legge elettorale proporzionale, con due Camere, e via dicendo. Eppure è cresciuta!
È immaginabile che un Paese in profonda crisi economica sia in grado di mantenere una democrazia operante? Probabilmente no, e la Storia lo dimostra. Alla crisi della riconversione postbellica (dopo la I Guerra Mondiale) l’Italia ha risposto col fascismo; alla crisi del 1929, la Germania ha risposto col nazionalsocialismo; anche alla modesta crisi imposta per motivi valutari dalla UE alla Grecia, quest’ultimo Paese sta rispondendo con la creazione di un movimento neofascista (Alba Dorata).
La fine dei nostri sogni ci apre questa strada. Vorremmo ricominciare a sognare!

* Duccio Valori è l’ex Direttore centrale dell’IRI

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