Opinioni

La finanza etica che lo Ior ignora

Da Profumo a Fazio, da Fiorani a Gotti Tedeschi: se i banchieri parlano di etica

Il primo banchiere di un certo rilievo che si prese la briga di parlare di pubblicamente di finanza etica fu Alessandro Profumo. Nel 2002, durante una conferenza stampa a Bologna, la definì “prodotto da scaffale”: "Se il cliente mi chiede un prodotto etico io glielo metto a scaffale» disse «e questo è il mio dovere di banchiere". Riuscì ad esser stimolante e fuoriluogo al tempo stesso.

Da qualche anno c’era infatti in Italia una vera e propria banca (Banca Etica) che applicava i principi della finanza etica e contaminava con il suo successo la società, i media e molti altri istituti tradizionali. Profumo -allora vero plenipotenziario di Unicredit- fece un’affermazione stimolante perché costrinse tutti quelli che da 25 anni provavano a studiare il significato di quell’esperimento al limite dell’ossimoro a riunirsi attorno ai significati, a tradurre in termini pratici il complesso Manifesto della finanza etica.

Poi fu la volta di Antonio Fazio, che nel 2004 diede il suo fattivo appoggio ad alcuni imprenditori -tra cui il famoso Giampiero Fiorani- ideatori del progetto “Sorella Natura”, che cercava di “vendere” l’etica nella finanza sottoforma di un timbro che le banche partner concedevano ai più sensibili tra i loro clienti per sistemare un bosco caro ai frati minori, in Umbria. Il progetto fallì anche grazie alla tenace opposizione dell’Associazione finanza etica e dei cittadini che questa mobilitò.

Qualche giorno fa Ettore Gotti Tedeschi -presidente della Ior, l’Istituto per le opere di religione, cioè la banca del Vaticano- ha speso una dichiarazione alla stampa di un certo peso, successiva alla notizia delle indagini per il reato omissivo della norma antiriciclaggio che gravavano sulla banca che presiede, per dichiarare che "la banca etica e la finanza etica non esistono. Quando ascoltate queste affermazioni vi stanno imbrogliando, perchè uno strumento in sé non può essere etico, ma è l’uomo che gli dà il valore etico. Il cattolico divide sempre tra mezzi e fini e non dà la responsabilità agli strumenti se i fini sono sbagliati".

Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica, ha risposto e lo ha fatto bene.

Checché ne dica la finanza tradizionale, quella etica in Italia esiste dal 1978, felice intuizione nata dall’incontro di esigenze economiche di base e risparmi consapevoli. Consapevoli -allora come oggi- del fatto che la finanza si è lentamente trasformata in uno dei poteri che condizionano e non invece alimentano l’economia reale, e che l’economia è stata considerata (e in parte è tutt’ora) una scienza assoluta e non un sapere sociale, relazionale. Causa quasi unica della peggior crisi di sistema che si conosca e che, anche negli anni a venire, avrà conseguenze determinanti sui nostri stili di vita.

Al contrario il presidente della banca vaticana avrebbe potuto dare un contributo alla questione importante che viviamo in questo inizio di secolo. Che cosa è etico nell’Italia del 2010? L’etica è distinta dalla morale (l’insieme dei valori, delle norme e dei costumi di un determinato gruppo umano) perché l’etica è una disciplina da contestualizzare. Dall’alto della sua esperienza, forte del proprio carisma, Gotti Tedeschi poteva dare un contributo costruttivo, dare risposte a quella parte di risparmiatori che si sentono vicini ai principi del cattolicesimo e s’interrogano su quale sia la cosa giusta da fare perché la società italiana possa -nel contesto europeo- uscire da una crisi finanziaria che sembra invece senza uscita.

Secondo chi fa questo mestiere da 3 decenni, la finanza oggi ha bisogno di essere ridimensionata, aperta al contributo dei tanti che invece ne sono spaventati ed esclusi; trasparente e partecipata quindi. Gente che ha dato credito alle cooperative sociali quando nessuno lo faceva, anticipato fatture emesse a enti pubblici ritardatari, alimentato progetti che ora trainano i rispettivi mercati, come il solare (nell’energia) o il biologico (in agricoltura).

Certo non sono “etiche” le banche che si accontentano di devolvere una parte del denaro chissà come guadagnato a qualche importante associazione per avvicinarne gli aderenti, non lo sono quelle banche che si limitano a rispondere all’esigenza di "un profilo commerciale" e non si domandano, invece, perché questa esigenza sia emersa. Non sono etiche le banche che si attengono alle leggi, perché non ci si può aspettare davvero nulla di meno già che in molti casi quelle leggi se le sono scritte in completa autonomia.

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