Opinioni

La difesa dell’accusa

Cosa c’insegna il caso Strauss Kahn? Che i pubblici ministeri svolgono (anche) indagini difensive a favore dell’indagato. Negli Usa ciò accade di rado, e desta scalpore, mentre in Italia è la prassi, qualunque cosa ne scrivano i media

Tratto da Altreconomia 131 — Ottobre 2011

Il caso Strauss Kahn, l’ex direttore del Fondo monetario internazionale arrestato negli Usa con l’accusa di stupro, ora archiviata, ha evidenziato, al di là del merito della vicenda, alcuni temi critici della giustizia. Si tratta dell’aspirazione al rigore della legge uguale per tutti, per i deboli come per i potenti, della correttezza della contesa fra accusa e difesa, specie quando in gioco è la libertà personale e il reato è infamante, della pubblicità che si trasforma in pregiudizio per l’accusato. La risonanza che la vicenda ha avuto anche sui media italiani ha mostrato, tuttavia, quanto nel nostro Paese il dibattito sulla giustizia sia avvelenato e non perda occasione per veicolare immagini distorte. A commento dell’improvvisa svolta in un processo che sembrava ormai destinato a portare davanti al giudice un cittadino potente, accusato da una vittima senza mezzi, è così capitato di leggere sulla stampa alcuni impropri paragoni tra i sistemi di giustizia americano e italiano, con l’impietosa conclusione sulle presunte falle del nostro sistema, ove agli avvocati non sarebbe permesso di fare vere indagini e i pubblici ministeri -accecati dallo zelo accusatorio- sarebbero riluttanti, anche di fronte all’evidenza, ad ammettere prove a favore dell’indagato. In realtà questa vicenda processuale si presta al riconoscimento di una maggiore e strutturale garanzia del nostro sistema, caratterizzato dall’indipendenza del pm e dal principio costituzionale di legalità dell’azione penale (la cosiddetta obbligatorietà). 
Il procuratore americano Cyrus Vance jr. si è mosso secondo principi che s’ispirano a quelli vigenti in Italia (che impongono addirittura anche al pm di fare indagini a favore dell’indagato) e in lodevole dissonanza dalle prassi del suo Paese. Sono stati infatti i detective diretti dall’ufficio del procuratore (come in Italia) a verificare la credibilità del testimone, scoprendone le menzogne e la sua propensione a sfruttare la vicenda. Com’è costume e norma di legge qui in Italia, il procuratore ha notificato alla difesa le circostanze emerse che ponevano in dubbio l’attendibilità della vittima quale teste d’accusa. Non s’è però detto che nel sistema americano la difesa non ha integrale accesso ai materiali delle indagini, perché questo è consentito solo nel nostro Paese, anche al di là delle iniziative del pubblico ministero, il cui comportamento, attivo o omissivo, è per questo solo fatto soggetto a possibile censura. In Italia sarebbe bastato fare un’istanza al Tribunale del riesame e comunque aspettare il deposito degli atti al termine delle indagini. Nessuna maggiore libertà nelle indagini difensive ha consentito quindi la svolta nel caso Strauss Kahn, ma solo la condotta deontologicamente corretta del procuratore, in un Paese dove sono invece all’ordine del giorno casi di prosecutorial misconduct, sovente impuniti, anche quando riguardano dolose coperture di prove a discarico e a costo di mantenere condanne capitali. Eppure si è giunti a esaltare la lealtà del procuratore americano, evocando a contrasto una caricatura del pm italiano, che si muoverebbe indisturbato secondo logiche personalistiche e di potere. Per stigmatizzarne la protervia si è perfino richiamato il remoto precedente del caso Tortora (avvenuto peraltro sotto il vigore di un altro codice). Il sistema americano è in realtà debole proprio dove lo si esalta a modello. Di recente il New York Times ha pubblicato un editoriale sul tema, che afferma: “ La mancata ostensione delle prove (favorevoli) è un problema cronico. Le sue conseguenze sono amplificate dalla posizione di vantaggio che ha il pm rispetto a difensori inetti e privi di esperienza, spesso nominati per la difesa d’imputati indigenti. Molte di queste violazioni sono scoperte. Ma molti altri esempi potrebbero rimanere per sempre sconosciuti”. La denuncia di una prassi dai contorni anche illeciti nel sistema americano è netta e, tra l’altro, coraggiosamente sostenuta proprio a tutela dei cittadini più deboli. Quanto agli avvocati, rispetto al sistema americano improponibile sarebbe il costume difensivo nostrano delle indagini a discredito non delle fonti di prova, ma dell’accusatore. Resta il problema della gogna mediatica, aspetto deplorevole per cui ben può farsi il paragone con la situazione italiana. La differenza è grande: oltreoceano soggiaciono al massacro mediatico anche gli imputati potenti e non solo i disperati, ma soprattutto i cittadini Usa sanno bene cogliere la distinzione tra quanto di spietato e talora di orribile possono dire i media, frutto della libertà di espressione, e quanto avviene nei processi veri, che si fanno nelle aule di giustizia. Da noi i processi si fanno in gran parte sui giornali, che spesso dimenticano i reali processi nei tribunali, avendo già emesso loro il verdetto senza appello.

* Enrico Zucca è sostituto procuratoregenerale a Genova. Con quest’articolo inaugura una nuova rubrica sulle pagine di Altreconomia

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