Opinioni

La curiosità è l’anima di Altreconomia

Chiedersi sempre “perché” è -per chi fa giornalismo- un gesto di responsabilità: nei confronti del lettore e di fronte a quel che accade nel mondo. Nella nuova veste grafica, continueremo a porci domande, anche per voi, come facciamo dal 1999

Tratto da Altreconomia 180 — Marzo 2016

La curiosità è una delle anime di questa rivista. Chi la scrive e chi la legge ne è consapevole: la domanda “perché?” -nelle sue infinite varianti- è in un certo senso ben più importante dell’eventuale risposta. Quest’anno ricorrono i settanta anni dalla morte della scrittrice statunitense Gertrude Stein: la sua opera fu sempre dedicata alla strenua difesa della libertà e dei diritti (era dichiaratamente omosessuale e il suo capolavoro è sulla vita della compagna Alice Toklas). Si racconta che sul letto di morte abbia a un tratto sollevato la testa, chiedendo: “Qual è la risposta?”. Poiché nessuno parlava, pare abbia sorriso e aggiunto: “Diciamo allora: qual è la domanda?”. Il fatto stesso di pronunciare la parola “perché” dischiude numerose possibilità, libera da preconcetti e sollecita “infiniti, fruttuosi dubbi: ‘perché?’, come intuiscono i bambini, è una domanda che colloca implicitamente il nostro obiettivo al di là dell’orizzonte” , ha scritto Alberto Manguel (da giovane “lettore” per Borges, ormai cieco).

Di fronte a quel che accade nel mondo -il buio delle continue tragedie, la luce delle storie di speranza- chiedersi “perché?” è il gesto di responsabilità che ci assumiamo. Lo facciamo con umiltà (anche se è una parola che di solito ben poco si coniuga col giornalismo…) perché ascoltare, osservare e ammettere i propri limiti è condizione necessaria per fare bene il nostro mestiere. Noi e voi, insieme, ciascuno col proprio ruolo, facciamo questa rivista, che da oggi inizia una nuova avventura. 
Il tempo ne è la seconda anima. Il mondo si muove veloce e serve tempo per documentarsi, riflettere, capire, verificare e infine scrivere. Il giornalismo ha un rapporto strano col tempo, un rapporto quasi sempre di sconfitta. La scrittura giornalistica non è mai in contemporanea, per quanto veloci possiamo essere. Il giornalismo è sempre in ritardo sulla realtà: ma questo non è un limite, semmai è il fascino, “la vertigine della scrittura giornalistica” (lo ha detto in una intervista Domenico Quirico, l’inviato di guerra che nel 2013 venne rapito in Siria, per 5 mesi). Il tempo è anche la risorsa -preziosa più del petrolio- necessaria per leggere, e quindi il prezzo reale che sostengono i lettori. L’utilizzo migliore del nostro e del vostro tempo è la seconda responsabilità che ci assumiamo presentandovi la nostra nuova rivista. Abbiamo cambiato la testata, il formato, l’impaginazione, aumentato considerevolmente il numero di pagine. Abbiamo cercato maggiore chiarezza, pulizia ed efficacia. Ci siamo arricchiti di firme straordinarie per le nostre rubriche (Luigi Montagnini, Stefano Caserini e il gruppo di Climalteranti, Paolo Pileri, i docenti dell’Osservatorio sulla coesione sociale, Tomaso Montanari), abbiamo aggiunto elementi (“Obiettivo”, “Monitor” e “Agenda” e l’intero “Terzo tempo”), ne abbiamo modificati altri. 

Non l’abbiamo fatto da soli: la nuova Altreconomia è frutto di un lungo percorso di confronto, che ha coinvolto redazione, consiglio di amministrazione, soci, lettori, i nostri venditori di strada e il gruppo di professionisti che ha compreso la nostra storia e l’ha tradotta in forma grafica. Da questo processo sono scaturite una serie di riflessioni, una sorta di nuovo “manifesto” del nostro giornale, che ha confermato il senso (il “perché”) del nostro lavoro: capire il mondo, il sistema economico, raccontare quel che non funziona, e le alternative. Nella convinzione che se si vogliono ottenere risultati duraturi, deve esserci coerenza tra metodi e obiettivi, esattamente come in democrazia si deve tenere conto anche di posizioni che consideriamo assurde, sbagliate o -paradossalmente- antidemocratiche. E ben sapendo che la capacità di immaginare le alternative è un prerequisito profondamente minato dalla mancanza di sicurezza del presente. 

L’informazione è molto diversa oggi da quando, nel 1999, nacque Altreconomia. Si sono imposti modelli dai contorni ambigui: grandi potenzialità e grandi rischi. Accettare la sfida di questa complessità non è mai stato semplice, ma non ci siamo mai tirati indietro. Sappiamo dove ci porterà il futuro? No, ma ne siamo curiosi. 

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