Opinioni

La cultura “misura” la democrazia

Il 7 maggio in migliaia hanno manifestato a Roma per l’articolo 9 della Costituzione, per dire che oggi in Italia c’è un emergenza cultura: il governo sta minando il sistema di tutela del territorio e del patrimonio

Tratto da Altreconomia 183 — Giugno 2016

Nella tarda mattinata del 7 maggio le strade di Roma sono state attraversate da uno strano popolo. Un corteo di archivisti, bibliotecari, archeologi, storici dell’arte, architetti, professori, studenti. E di moltissimi precari, stagisti, tirocinanti (in una parola: “schiavi”) del patrimonio culturale. C’erano i rappresentati di oltre cento associazioni (piccole e grandi, nazionali o localissime), di 22 organizzazioni sindacali di lavoratori o aspiranti tali, di 9 partiti o movimenti politici. E migliaia di cittadini. Sfilavano -sfilavamo- dietro a uno striscione senza simboli politici, o associativi. Un grande striscione bianco con su scritte parole normali: anzi, eversive. Le parole dell’articolo 9 della Costituzione italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura, e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. Eravamo in piazza per dire che oggi in Italia c’è un emergenza cultura. E che questa emergenza non riguarda solo chi fa muovere, ogni giorno, la macchina della cultura: ma tutti i cittadini. 

Di quale emergenza parliamo? Lo spiega un’illuminante affermazione di Stefania Giannini, alla quale Matteo Renzi ha affidato il ministero chiave per il futuro del Paese, quello dell’Istruzione e della ricerca. In una intervista del 4 maggio ha detto che “l’Italia paga un’impostazione eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana”. Non si potrebbe illustrare meglio il mutamento radicale che stiamo vivendo. La Costituzione pone alla Repubblica un traguardo altissimo: il pieno sviluppo della persona umana (art. 3). Ora, invece, per chi guida la Repubblica le persone e la loro formazione sono funzionali al mercato, signore unico delle nostre vite. È un’ideologia totalitaria. La stessa per cui Massimo Inguscio -presidente del Consiglio nazionale delle ricerche nominato dalla Giannini- afferma che compito della ricerca è “fare andare avanti l’Italia senza pensare a principi etici”. La stessa per cui si “riformano” 47 articoli della Costituzione “per affrontare su solide basi le nuove sfide della competizione globale” (così la relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale presentato dal governo Letta, ultima tappa prima di quello Renzi). La stessa per cui questo governo approva lo Sblocca-Italia, la “legge Madia” e le “riforme Franceschini”, che hanno l’unico fine di distruggere dalle fondamenta il sistema di tutela del territorio e del patrimonio artistico, perché la tutela impedisce la messa a reddito dell’ambiente, dell’arte e dei musei. Chi era in piazza, a Roma, il 7 maggio ha un’altra idea. Pensa che la cultura sia la costruzione della nostra umanità. Lo strumento per esercitare la sovranità. La misura della nostra capacità di partecipare alla democrazia. Un antidoto al potere totalitario del mercato. La condizione per il pieno sviluppo della persona umana, per un’inclusione vera, per la realizzazione dell’eguaglianza sostanziale. Un’idea troppo alta, bella, attuale, concreta per sussurrarla: un’idea da gridare in piazza. E da costruire, giorno per giorno.

Tomaso Montanari è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli. Il suo ultimo libro è “Privati del patrimonio” (Einaudi, 2015)

 

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