Approfondimento

La cultura dell’odio

Il linguaggio dei media si nutre di “bersagli” e alimenta reazioni violente nei confronti di determinate categorie, in primis gli immigrati e i rom. Tra "hate speech" e comunicazione di massa, l’analisi del sociologo Marcello Maneri

Tratto da Altreconomia 176 — Novembre 2015

“Per invaderci meglio inventano i migranti climatici”. Con questo titolo il quotidiano Libero ha riassunto a metà ottobre la ricerca “Migrazioni e cambiamento climatico”, curata da Cespi, Focsiv e Wwf Italia e contenente dati dell’Internal displacement monitoring Centre (Idmc). Per la testata, il dato relativo a 157 milioni di persone costrette nel mondo a spostamenti forzati e dovuti agli effetti dei cambiamenti climatici tra il 2008 e il 2014 (vedi a p. 14), altro non è che una “marea umana” che si “sposta per via del meteo” sui “barconi” per colpa dei soliti “teorici del riscaldamento globale”. In pagina, la parola “invasione” è scritta ovunque con la “i” maiuscola, “clima” e “meteo” si confondono e la presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, diventa “Lady Invasione”. La testatina rilancia l’“allarme invasione”, e l’occhiello ricorda al lettore “la nuova ondata”. Tutto questo non è il cosiddetto “hate speech” che impera in diffuse aree del web (vedi a pag. 41), ma il linguaggio di alcuni organi di informazione del Paese. E Marcello Maneri -che insegna Sociologia del razzismo e della discriminazione e Sociologia e analisi del discorso dei mezzi di informazione all’Università di Milano Bicocca- è uno studioso appassionato delle “forme sottili” di questa tecnica di comunicazione, ben più subdola rispetto ai discorsi d’odio che circolano sulle pagine online o i commenti sui social network. “L’hate speech è un discorso che si presenta in modo tutto sommato trasparente -spiega Maneri-, perché chiunque lo può riconoscere e approntare di conseguenza delle ‘difese’: chi lo diffonde risulterà manifestamente schierato e connotato, perché razzista o xenofobo. Ha ovviamente degli effetti negativi ma non è l’unica forma di comunicazione pericolosa”.
“La comunicazione di massa prevalente è attenta alle costruzioni delle frasi, ad insistere, ad esempio, sulla rappresentazione conflittuale di alcuni fenomeni -come l’immigrazione-, al tono di voce allarmistico ed emergenziale, alla costruzione di entità fittizie partecipanti al dibattito: ‘noi’, ‘loro’. Si nutre di icone bersaglio dello stigma -pensiamo ai cittadini romeni di qualche anno fa- o alla fabbricazione di stereotipi e dei loro contrari: il rom che ruba è una notizia, il rom che non ruba è una notizia. Intenti diversi ma risultati discriminatori identici”. Quello a cui guarda Maneri è un “sordo lavoro di lima degli attori sociali che hanno accesso alla sfera pubblica e che si fanno portatori degli interessi di esigue minoranze attive definite di volta in volta come ‘opinione pubblica’. Questo lavoro genera strutture, forse ancor più di un discorso d’odio”.
Talvolta sono i fatti tragici a rompere gli schemi: è il caso della strage al largo di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (288 morti). Chi ha buona memoria ricorderà che il termine “clandestino” -sprovvisto di alcuna base giuridica e condizione appiccicata come etichetta a una persona- cedette il passo (per poco tempo) a un più sensibile “migrante”. Rientrata l’emozione, il vocabolario è tornato al suo posto.

Gli strumenti di tutela -quando non appartengono all’ambito penale- sono deontologici e culturali. Riguardo ai primi, però, l’associazione “Carta di Roma” -nata nel dicembre 2011 per dare attuazione all’omonimo protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione dell’estate 2008- si pone come testimone quasi rassegnato. “I casi passibili di un esposto all’Ordine dei giornalisti sono così numerosi che non sarebbe producente battersi per la sanzione di ognuno”, racconta Anna Meli, giornalista freelance, coordinatrice dell’associazione. Dall’inizio dell’anno, gli esposti depositati all’Ordine sono stati “solo” nove, e nessuno ha ricevuto una risposta. È una scelta estrema visto che, per prassi, Carta di Roma preferisce prima di tutto contattare l’autore di un articolo tendenzioso o palesemente falso, eccetto i casi di quelle testate che fanno dello “sbeffeggio della realtà” la propria linea editoriale. Anche questo è il prodotto dell’assenza in Italia di una credibile agenzia nazionale antidiscriminazione autonoma e indipendente, che oggi è surrogata dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar, www.unar.it), insediato presso e dipendente da Palazzo Chigi, che gestisce un “contact center” raggiungibile tramite servizio telefonico gratuito al numero verde 800 901010 o online.

Contro il suo attuale “svuotamento”, il 9 ottobre di quest’anno si è schierata la Coalizione italiana per la libertà e i diritti civili (www.cilditalia.org) chiedendo una modifica “in linea con quanto previsto dalla Direttiva europea 2000/43 e dalle Raccomandazioni dell’ECRI/Consiglio d’Europa e del Consiglio per i diritti umani dell’ONU”. In ambito culturale, invece, Carta di Roma ha lanciato con la European federation of journalists e Articolo 21 una campagna contro i discorsi d’odio chiamata “#nohatespeech”: “L’obiettivo è porre un freno alla diffusione dei discorsi di odio, in particolare nell’ambito dei mezzi di comunicazione -spiega Meli-. Puntiamo all’attenzione degli operatori dell’informazione, chiedendo loro di non restare passivi di fronte all’hate speech: perché i discorsi d’odio non sono ‘opinioni’ bensì ‘brutali falsificazioni della realtà’, contro cui è preciso dovere professionale lavorare per chiarire ai lettori la loro falsità intrinseca”. La Rete in tutto questo processo è contemporaneamente cassa di risonanza e motore, anche perché dai clic dipende la sostenibilità economica dell’informazione online -come abbiamo anche raccontato nel libro “Trolls Inc.” (Altreconomia edizioni)-: “la Rete è un moltiplicatore inaccurato di contenuti prodotti nella maggior parte dei casi da vecchie fonti di informazione -afferma Maneri-. Da questo punto di vista la Rete non ha rivoluzionato il panorama dell’informazione ma ne ha tolto il filtro e i controlli. L’effetto è di lasciare campo libero al dilagare di discorsi d’odio manifestamente inaccettabili”. La Rete è anche una “riserva indiana”, frequentata da minoranze: “Possiamo registrare posizioni neofasciste e razziste ma anche radicalmente critiche rispetto all’approccio dominante. Sui grandi spostamenti e mutamenti culturali la Rete ‘pesa’ poco -secondo Maneri-, perché ha ancora molta più influenza quel tipo di discorso pubblico che è orientato e governato dalla reazione politica”. —

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